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Acqua mercificata, popolo tradito

Politici e lobby continuano a sabotare la legge per l’acqua Bene comune chiesta 13 anni fa dal popolo. E stracciano il referendum che nel 2011 ha abrogato le gestioni idriche a scopo di lucro

Mer 22 Lug 2020 | di Francesco Buda | Acqua
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Fare i soldi sull'acqua. Cioè lucrare su una risorsa donata da Dio all'umanità e al Pianeta. Credenti o atei, comunque è questo il dogma non religioso che impera. L'olimpo delle lobby politico affaristiche con giornali al seguito professa il verbo del mercato toccasana, in cui le risorse idriche vanno per forza trattate come merce per far funzionare la gestione del servizio. 
E i tempi sono biblici per rispettare la volontà del popolo: 13 anni e ancora non hanno discusso in Parlamento la proposta di legge per l'acqua Bene comune. Una proposta firmata nel 2007 da oltre 400mila liberi cittadini di tutti i colori politici (ne bastavano 50mila). Da oltre 9 anni non attuano i due referendum con cui gli italiani il 12 e 13 giugno 2011 hanno stabilito che l'acqua va gestita come risorsa universale, senza lucro e in mano a soggetti totalmente pubblici. Naturalmente senza clientelismi e partitocrazia e nell'interesse di tutti, anziché in mano a società basate sul (legittimo) guadagno e su speculazioni finanziarie. 
In particolare, 26 milioni di persone, quasi metà dell'intera popolazione nazionale, hanno abrogato due cose: il profitto nelle gestioni idriche - il 7% di guadagno fisso che la legge dava ai gestori a prescindere dai risultati di gestione - e l'obbligo di affidare i servizi idrici a società di capitale con maggioranza privata. 
Ma l'esito referendario è stato rispettato e applicato solo a Napoli. Per il resto, tutti vaghi e complici. A cominciare dalla Capitale, dove hanno appena distribuito 165 milioni di euro agli azionisti anziché reinvestirli per aggiornare gli acquedotti, che perdono in media il 44% dell'acqua immessa in rete. 
 
PUBBLICO O PRIVATO? IL NODO È ORMAI UN ALTRO
Roma è l'esempio più forte che anche quando la gestione è formalmente controllata da soggetti pubblici, c'è un marchingegno per cui l'utente è un cliente, soggetto alle speculazioni, mentre l'interesse pubblico è in secondo piano. Si tratta di meccanismi giuridici, societari e finanziari molto complicati. In soldoni, hanno ribaltato le cose. Tra i più ferrati in materia è Paolo Carsetti, portavoce del Forum italiano dei movimenti per l'acqua. 
Da anni cerca di far capire – dati alla mano – la gravità della situazione, tra pesanti aumenti tariffari senza proporzionati adeguamenti del servizio, anzi in cambio di un sensibile abbassamento della qualità e un drastico calo degli investimenti da parte di grandi gestori, che distribuiscono quasi tutti gli utili in dividendi per i loro azionisti anziché investirli per migliorare reti, impianti e depuratori. 
«Quasi il 67% dei gestori è a totale capitale pubblico, ma il nodo è un altro  – chiarisce Carsetti –. Bisogna vedere chi comanda davvero e come comanda dentro queste società, a prescindere da questo o quel sindaco o partito. Oggi non si obbliga più alla privatizzazione, ma si favoriscono i processi che puntano a raggiungere lo stesso obiettivo attraverso incentivi e premi o ritorsioni e rappresaglie nei confronti degli Enti locali. Il nodo è che se tu hai messo questo sistema in un percorso di mentalità privatistica che punta al profitto, comunque ragioni e agisci nell'ottica della multinazionale. Succede ad esempio con la Smat di Torino, tutta pubblica, o con Acqualatina (“comandata” dalla francese Veolia) e Acea (“comandata” dalla francese Suez) che invece sono al 51% di proprietà dei Comuni: fanno operazioni finanziarie per mettersi in pancia milioni e milioni di euro che poi non investono, senza nessun fine reale e concreto del servizio». 

COS'È SUCCESSO IN QUESTI ANNI?
«Dopo i referendum del 2011 c'è stato un atteggiamento di sostanziale disconoscimento da parte delle istituzioni nazionali e locali – conferma Carsetti -. A livello nazionale si è costituita questa sorta di mega-Authority, che ora si chiama Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, ndr), che è diventata plenipotenziaria esautorando il Parlamento, con una regolazione tutta improntata a una logica di mercato che guarda sostanzialmente ai profitti dei gestori. Hanno inoltre reintrodotto sotto mentite spoglie la voce del “guadagno” automatico caricato in bolletta, che gli italiani hanno abrogato nel 2011: ciò permette di far massimizzare gli utili e di distribuirli tra i soci, pubblici e privati, anziché investirli nei servizi. Ma questa non è o non dovrebbe essere la mission di chi gestisce servizi pubblici locali». 
E quale dovrebbe essere? «Garantire un servizio pubblico essenziale, ai costi più contenuti possibile, con la migliora efficienza possibile. Facendo sì che tutti possano accedere all'acqua, a prescindere dalle loro condizioni economico-sociali e secondo standard di qualità spesso e volentieri non rispettati, anche se previsti dalla legge». 
Nei mesi più duri dell'emergenza Covid, il Forum dei movimenti per l'acqua ha chiesto più volte di far pagare agli utenti solo la voce consumi, cioè l'acqua, invocando la “tariffa di quarantena”, anche perché i ricercatori del'Enea avevano calcolato un aumento dei consumi idrici domestici del 53% in media durante la clausura forzata. Nulla di fatto. Anche perché c'è un sistema tariffario che genera bollette più salate per le famiglie numerose. 

MULTE EUROPEE E BANCHETTO DEGLI APPALTI
«E dovrebbero pure garantire la tutela dell'ambiente con depuratori adeguati – sottolinea il portavoce degli attivisti per l'acqua -. Invece, paghiamo un sacco di soldi per le multe europee proprio sulla depurazione». 
Un dossier  stampato a marzo dalla Camera dei deputati parla di una sanzione “forfettaria” di 25 milioni di euro e una penalità di 30,1 milioni ogni sei mesi per ogni semestre di ritardo nell'attuare le misure chieste dall'Europa. L'ultimo Rapporto annuale dell'Istat, presentato a luglio scorso alla Camera, ci dice che in media il 47,6% dell'acqua non arriva agli utenti, ma si perde per strada. Un dato in continuità con il passato. Dov'è dunque l'efficienza del meccanismo mercantile? Nel 2018-2019, il governo aveva promesso ben 11 miliardi di euro per sistemare le reti. Ma ad oggi, le leggi di bilancio dello Stato 2018 e 2019 per il Piano nazionale di interventi nel settore idrico prevedono molto meno: 510 milioni di euro per gli invasi e 80 milioni per gli acquedotti, distribuiti su tutta la nazione. Ma anche qui il punto cruciale è un altro: «Va bene l'intervento statale, ma se davvero hai cambiato il modello e metti al centro il bene comune. Altrimenti imbandisci una tavola alla quale banchettano i privati, mentre dovrebbero essere loro a investire contro la siccità, nelle reti, nella depurazione». 
Intanto la legge per l'acqua Bene comune è nei cassetti della Commissione ambiente della Camera. Manca una relazione del Governo, cosa che offre una scusa a maggioranza e opposizioni per il mancato esame della proposta legislativa di iniziativa popolare. 

DEBOLI MERCANTI AL POTERE, LEGGE FORTE AFFOSSATA
Secondo un'analisi della lobby idro-politica sarebbe una sventura nazionale se la legge passasse: ci costerebbe oltre 20 miliardi di euro, dicono. Il Forum dei movimenti per l'acqua ha fatto un contro-dossier, con uno studio monumentale su tutti i gestori, tra bilanci e cavilli: il reale impatto sarebbe tra 1 e 1,5 miliardi. Questa proposta di legge ha come prima firmataria l'on. Federica Daga, dei 5 Stelle. L'acqua pubblica sarebbe infatti una delle 5 stelle (princìpi fondanti del partito dei VaffaDay) insieme a mobilità sostenibile,  sviluppo, connettività e ambiente. «Beppe Grillo ricorda sempre che l'acqua pubblica è una loro priorità – nota Carsetti -, ma non hanno risolto ora che sono al governo, né con la Lega né con il Pd. La legge si poteva già approvare se solo vi fosse vera volontà politica». A febbraio i cittadini liguri hanno simbolicamente restituito la stella dell'acqua pubblica a Beppe Grillo, a casa sua, denunciando l'ignavia sul tema. Non si vuole che passi questa legge. I presidenti di regione nei comizi dicono una cosa, ma poi fanno il contrario. A gennaio 2019 nella conferenza delle Regioni e delle Province autonome hanno emesso “unanime contrarietà alla proposta di legge”, avanzando addiritura dubbi sulla sua legittimità costituzionale. Invece fare carta straccia dei refendum va bene? 

E POI DANNO LA COLPA AL CLIMA...
La Corte Costituzionale ha sentenziato da tempo che l’acqua non può e non deve essere asservita alle logiche mercantili. Eppure “contro l'acqua pubblica – si legge nel dossier del Forum dei movimenti per l'acqua – si è formato un unico grande fronte, su ispirazione delle multinazionali dell'acqua, che mette insieme Lega, Partito democratico, Forza Italia, Fratelli d'Italia e in cui rischia di rientrare anche il Movimento 5 Stelle, visto che diversi suoi deputati hanno depositato emendamenti che puntano a stravolgere i principi e l'impianto della legge”. Una legge che darebbe attuazione ai referendum del 2011. 
E quando ci dicono che la crisi idrica è tutta colpa del meteo giova ricordare questo: nel Belpaese abbiamo il record europeo del prelievo di acqua, immettendo nelle reti per ogni residente in Italia 419 litri al giorno (Istat, dati al 2018). Altro che siccità e poca pioggia! 
Certo, vi sono aree dove l'oro blu scarseggia davvero. Ma teniamo presente che il minimo essenziale fissato dall'Onu è di 50 litri al giorno pro capite e che la legge italiana (Dpcm 4/3/1996) prevede 150 litri a testa come fornitura minima garantita. Oltre tre volte in meno di quella pompata negli acquedotti, ma che viene quasi per metà dispersa. Dove sono i grandi manager e le società che investono per riparare questa vergogna?               

 


Minerali, nemmeno le briciole allo Stato

Il dogma secondo cui l'acqua gestita come merce è necessaria al Paese mostra tutta la sua falsità con le acque minerali: chi le preleva e imbottiglia fa incassi da capogiro, ma paga letteralmente quasi zero alle pubbliche istituzioni competenti (Stato e Regioni). A fronte di un fatturato di 2 miliardi e 750 milioni di euro in un anno, i primi 10 imbottigliatori nei quali si concentra il grosso del business in Italia, pagano solo 18,4 milioni di euro per i canoni di concessione. 
Cioè 0,68% di quel che incassano… In altri termini, su ogni euro che versano alle casse pubbliche per i canoni, prendono il 19mila%. Lo spiega un Rapporto del Ministero dell'economia, su dati del 2015. Ma è ancora peggio: 6 volte su 10 queste società, anche straniere, non pagano nemmeno in base alle quantità di acque pregiate prelevate, ma solo un forfait sulle superfici occupate dai loro stabilimenti: massimo 130 euro a ettaro (Puglia). In pratica, significa una media di 1,16 millesimi – sì millesimi, è scritto bene – di euro a litro. Il mercato avrebbe come pilastro la concorrenza e lo scambio. Ma tutte le concessioni sono state date con affidamento diretto, senza gara pubblica (a parte un caso in Liguria) né quindi concorrenza o possibilità di scegliere il miglior offerente. E poi in molti casi le istituzioni non misurano i reali volumi di acqua prelevati e imbottigliati. Invece l'utente del servizio idrico che magari ha pagato tariffe gonfiate, se non paga la bolletta si vede staccare l'acqua. Caso unico, visto che negli altri contratti il creditore, per ottenere i suoi soldi o beni, deve prima andare davanti al giudice e avere almeno una ingiunzione di pagamento per l'esecuzione forzata. Se servono quattrini per adeguare gli acquedotti italiani, perché non si fanno pagare le pregiate acque minerali anziché tartassare solo i cittadini?

 


Stipendi d'oro in Authority

L’Arera è l'Authority che stabilisce come calcolare le tariffe di acqua, luce e gas. Sono quelli che ad esempio hanno fatto sì che la bolletta idrica risulti più cara per le famiglie numerose. Il suo Collegio, ossia il consiglio di amministrazione di cinque persone, assorbe 1 milione e 365mila euro (media di € 273mila a testa, più di un parlamentare). Arera ha 219 dipendenti per un costo complessivo di oltre 35 milioni e 707mila euro, con una retribuzione media di 122.963 euro a persona (media nazionale 28.977 euro lordi all’anno, nel 2017). Tra le perle di Arera, c'è la voce “costo della morosità”, irreale,  caricato in bolletta e utile alla formazione dell’utile. Senza nessuna previsione legislativa, con il nuovo nome di “oneri finanziari del gestore” Arera ha reintrodotto il guadagno fisso e garantito ai gestori, che gli italiani avevano abrogato con il referendum del 2011. “Arera – afferma il Forum dei movimenti per l'acqua - ha trasformato il principio della 'rilevanza economica', inteso come metodo per garantire la copertura dei costi, pur opinabile, in uno strumento per fare 'soldi', consentendo profitti elevati e vessatori nei confronti degli utenti”.

 


Faceva pagare il giusto: multato dall’Authority

Perseguitato dallo Stato perché non applicava il “ricarico” sull'acqua, con tanto di multa al Comune che guidava. «L'Authority mi ha “torturato” perché facevo pagare troppo poco secondo loro. Io facevo pagare solo i costi per dare il servizio, non l'acqua come merce o costi finanziari aggiuntivi e  funzionava bene… alla fine abbiamo vinto noi. Hanno cambiato la legge, riconoscendo il diritto di gestire in autonomia i servizi idrici a chi come noi ha l'intero ciclo: sorgenti, reti, depuratori. Un modello virtuoso costato parecchi sacrifici e investimenti della comunità, anche rinunciando a feste e sagre. Spiegai queste cose anche a Giancarlo Galli, padre della riforma dei servizi idrici, gli dicevo “perché dobbiamo pagare l'acqua come merce? Noi dobbiamo pagare solo i costi di gestione”». A parlare è Mario Albino Gagliardi, 6 volte primo cittadino di Saracena, antico paesino di montagna nello splendido parco del Pollino, in Calabria. Gagliardi, già consigliere provinciale e regionale, ha girato l'Italia raccontando questa esperienza. «267 Comuni mi hanno invitato per cercare di ottenere questa autonomia e vari Comuni in provincia di Cuneo ci sono riusciti. Ultimamente anche ad Atina, in provincia di Frosinone, dove hanno buttato fuori Acea e a settembre faremo una festa. Queste multiutility (i grandi gestori di acqua, energia e rifiuti, ndr) sono serbatoi di voti, di corruzione e clientelismo. Mettono la volpe a guardia del pollaio!». 
A dicembre scorso è stato arrestato con l'accusa di corruzione elettorale il commissario liquidatore della Sorical, la società mista a maggioranza pubblica che gestisce gli acquedotti in Calabria, già finita in guai giudiziari nel passato. Con lui, arrestati oltre 330 soggetti ritenuti membri della 'ndrangheta, politici e imprenditori.  

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