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Gli invincibili di Alessandro Marella

L’Atrofia Muscolare Spinale e quella forte passione per la musica che lo continua a far salire sul palco

Mer 22 Lug 2020 | di Emanuele Tirelli | Interviste Esclusive

Ribaltare un punto di vista e trasformare qualcosa da spaventoso in emozionante. Lo fa Alessandro Marella quando parla delle scale, spesso lunghe e strette, che conducono dal backstage al palco. «Sono anche pronto a farmi prendere in braccio. Più gradini ci sono e più grande e importante sarà il palco. Più gradini ci sono e più bello sarà cantare su quel palco». E tra quelli su cui è salito c’è anche il Fabrique di Milano, ospite del concerto di Ray Wilson dei Genesis.
Classe ’85, è un cantautore nato a Terlizzi, in Puglia, ma cresciuto ad Alessandria. L’Atrofia Muscolare Spinale è una parte robusta della sua vita, perché lo costringe su una sedia a rotelle, insinuandosi in molte parti del suo corpo. Ma non è di certo l’unica componente. Un’altra molto importante, insieme al lavoro, alla famiglia e agli amici, è la musica. 

Prima con il pianoforte e poi con il canto?
«Contemporaneamente. Da piccolo, con il mio vicino di casa, ci divertivamo a comporre delle canzoni: suo padre mi regalò la mia prima tastiera. Poi ho frequentato il Conservatorio Vivaldi di Alessandria, ma solo per un anno, perché c’erano sei rampe di scale molto strette per raggiungere ogni volta l’aula: è stato solo un anticipo di quello che sarebbe accaduto. Ho proseguito con le lezioni private, ma la mia patologia colpisce anche le mani e non avrei potuto comunque continuare. Però, ancora oggi, il mio medico dice che è strano, quasi impossibile, che io riesca ad affrontare due ore di concerto, perché la Sma compromette anche la respirazione».

Come è stato il passaggio dagli Abanero al percorso da solista?
«Con la band andava bene. Il pubblico ci seguiva ed eravamo arrivati ad avere una ventina di brani nostri. Abbiamo suonato un po’ in giro, è uscito un Ep omonimo, poi il gruppo si è sciolto e mi sono trovato disorientato».

Hai pensato che il tuo percorso musicale sarebbe finito?
«Sì, e non per colpa mia o della patologia. Ognuno ha avuto la necessità di prendere altre strade. Ho immaginato che senza un gruppo non sarei riuscito ad andare avanti. Per fortuna il mio amico e chitarrista Fabio Toninello è rimasto accanto a me e ho incontrato il produttore Simone Bertolotti, che ha ascoltato i brani e ha deciso di produrre il singolo “Invincibili”».

Il progetto è legato a una raccolta fondi.
«Il ricavato sarà devoluto all’associazione Ruotaabile Onlus (ruotaabile.org) per sostenere l’assistenza ai caregiver dei ricoverati del reparto di Unità Malattie Neuromuscolari dell’Ospedale Nigrisoli di Bologna. L’ho sempre fatto, anche con gli omaggi a Cesare Cremonini e con altri concerti. Ho un altro lavoro e, fino a quando la musica non diventerà un mestiere in grado di sostenermi, continuerò a devolvere tutto quello che posso».
 
Chi è l’invincibile?
«Ognuno di noi: la nostra forza viene fuori nel momento del bisogno ed è proprio lì che riusciamo a far emergere il meglio di noi stessi. Anche questa è stata scritta con Fabio Toninello ed è una canzone che vuole sensibilizzare e dimostrare come ognuno di noi possa essere un supereroe, superando le proprie paure grazie alla voglia di vivere. In questo periodo abbiamo e stiamo attraversando una delle pagine più tristi e difficili della nostra storia, eppure possiamo uscirne da vincitori. Basta guardare a chi ha lavorato e lavora in prima linea, come gli infermieri e i medici: in realtà stanno facendo semplicemente quello che hanno sempre fatto. Quindi non erano già dei supereroi?».

Ma è difficile andare in giro per fare concerti?
«Mia madre non mi ha mai tenuto segregato in casa. Sono cresciuto in una frazione di Alessandria e ho sempre girato liberamente con la mia carrozzina, anche d’inverno, anche con la nebbia. La famiglia è sicuramente il primo impulso, perché se ti fa sentire disabile la tua disabilità raddoppia. Ma anche gli amici sono importanti. Mi sono vicini e mi sono accanto, come io lo sono con loro. La patologia non c’entra. Si sta insieme perché c’è il desiderio di condividere, non perché qualcuno ti debba un favore».  

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