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Quei chili in più: amare se stesse non vuol dire celebrare l'obesità

6 milioni di italiani soffrono di obesità, 15 milioni sono in sovrappeso. Ma quei chili di troppo non sono solo un problema per la salute. Spesso chi ne soffre è vittima di bullismo. Come intervenire per salvaguardare la salute? E come convivere con

Gio 01 Gen 1970 | di Angela Iantosca | Attualità
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Sono 6 i milioni di italiani che soffrono di obesità e siamo primi in Europa se consideriamo la fascia d’età dell’infaniza e dell’adolescenza. Con tutte le ricadute sul piano fisico, ma anche psicologico e delle relazioni. Spesso, infatti, i bambini obesi sono vittime di bullismo e gli adulti di stigma sociali molto forti. Che fare per salvaguardare la salute? E come convivere con una forma morbida? Accanto agli interventi necessari per avviare un processo di rieducazione all’alimentazione e ad una corretta relazione con il cibo, importante è anche intraprendere un percorso di accettazione di sé. Come ci spiega chi da anni lavora nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione, come Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, o come ci conferma la vicepresidente di Adepo, la nutrizionista Viviana Valtucci, e come spiega la nostra Alessandra De Tommasi, che da qualche tempo ha deciso di mettersi a nudo, raccontandosi senza filtri, senza paura, libera di essere felicemente curvy! 

 


Se non soffre solo il corpo


Italiani sul podio europeo per obesità adolescenziale e infantile. Le cause? Stile di vita e DCA

di Emanuele Tirelli

È un problema epidemiologico. Ed è causa di malattie cardiocircolatorie, del diabete e dei tumori. «L’Italia è il primo Paese europeo per l’obesità infantile e adolescenziale», dice Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, consulente del Ministero della Salute per i Dca e direttrice della Rete Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Usl Umbria 1. «In alcune regioni meridionali, come Campania, Puglia e Basilicata, i numeri arrivano al 35%. Colpisce più i maschi che le femmine, in un rapporto di 3 a 2». 

PREVENIRE È MEGLIO...
L’obesità in età infantile e adolescenziale condiziona il peso in quella adulta, come una sorta di condanna o quantomeno di indirizzo. «Da piccoli, il nostro corpo seleziona gli adipociti, che sono le cellule della massa grassa: restano per tutta la vita. Ecco perché la prevenzione è lo strumento più efficace, necessario per evitare certe dinamiche. Molto spesso, inoltre, l’obesità è legata anche ai disturbi del comportamento alimentare e non solo perché può essere una conseguenza del disturbo da alimentazione incontrollata. Ragionando per grandi numeri, infatti, la maggior parte delle persone che soffre di anoressia e di bulimia ha iniziato con una dieta restrittiva perché era in sovrappeso».

STILI DI VITA
«Ne soffrono 6 milioni di italiani». Laddove il fenomeno non dipende da un disturbo del comportamento alimentare, è legato invece allo stile di vita. «L’aumento riguarda soprattutto le regioni meridionali, che per tradizione hanno sempre avuto un’ottima cucina, sana, equilibrata. Adesso invece sta crescendo l’uso di cibo molto processato e ipercalorico, che si accompagna a una quotidianità sedentaria. Tutto questo insieme non può fare altro che generare un aumento di peso importante». 

OBESITÀ E BULLISMO
Oltre ad avere una ricaduta preoccupante sul corpo, l’obesità manifesta anche degli effetti secondari altrettanto imponenti. «Nei bambini e negli adolescenti si accompagna al bullismo, fenomeno che riguarda prevalentemente le forme corporee. Mentre prima un bambino più in carne era guardato con simpatia, adesso diventa una vittima. Negli adulti, invece, prevale lo stigma sociale. Una persona obesa viene considerata mediamente pigra, meno intelligente, che non ha voglia di impegnarsi. E questo accade indipendentemente dalle caratteristiche reali di quell’individuo, come un preconcetto. C’è anche una discriminazione sul lavoro, sia per l’accesso che per la carriera. E ci sono problemi sul piano socio-relazionale». 

UN AIUTO DAL CHIRURGO... 
Ogni anno, 15mila italiani ricorrono al bisturi per la riduzione del peso. «La chirurgia bariatrica deve essere considerata solo in caso di un’obesità importante, quando tutti gli altri tentativi consapevoli hanno fallito. Prima, durante e dopo l’intervento, è necessario un percorso con uno psicoterapeuta e un nutrizionista. E, a monte, è fondamentale che il paziente non soffra di un disturbo alimentare».

CURVY? NON È OBESITÀ 
«Siamo su un campo diverso rispetto all’obesità. “Curvy” definisce una persona che ha un peso realistico per età, altezza e conformazione. Oggi una donna con una taglia 48 si confronta con un modello di bellezza che ruota intorno alla 40-42. È quindi un termine usato per contrastare una sorta di terrorismo legato a taglie nelle quali sarebbe impossibile entrare per molte donne. È una catalogazione, perché un normopeso viene considerato “curvy” solo perché la società ci impone la magrezza, ma è un grande passo avanti per riequilibrare queste dissonanze».                 

 


La via della leggerezza
Mettersi a dieta e ridurre le calorie giornaliere non è sufficiente: è necessario prendere consapevolezza e lavorare anche sul piano emotivo. Per rimuovere i meccanismi inconsapevoli di tipo difensivo o compensativo, che causano l'accumulo di grasso nel corpo, e liberarci dalla pesantezza è necessario creare un nuovo equilibrio, che parte da un lavoro sulla propria personalità, dal rapporto con se stessi, con il proprio corpo e con il mondo esterno... “La via della leggerezza” di Franco Berrino e Daniel Lumera (Mondadori) cambia il nostro punto di vista sul benessere psicofisico, perché ci mostra che c'è un legame indissolubile tra i chili in eccesso e i nostri pesi interiori, tra approccio all'alimentazione e approccio alla vita, tra cibo per il corpo e cibo per lo spirito. 

 


Centro Dai e Obesità
Il Centro Dai e Obesità di Città delle Pieve (Perugia) della Usl Umbria 1 è una struttura diretta da Laura Dalla Ragione e dedicata interamente al trattamento dell’obesità e del Disturbo da alimentazione incontrollata. È riconosciuto come eccellenza nazionale dalla Società Italiana Obesità. Si effettuano programmi residenziali, semiresidenziali e ambulatoriali, con un approccio a 360 gradi grazie a una équipe multidisciplinare, che mira al cambiamento dello stile di vita oltre che alla perdita di peso. In estate vengono accolti minori affetti da obesità provenienti da tutta Italia. Può essere contattato allo 0578.290365.

 


Non separiamo corpo e mente


Pensiamo al cibo in modo equilibrato, senza escludere nessun alimento

di Emanuele Tirelli

Negli ultimi mesi, alcuni dei suoi pazienti hanno esacerbato il proprio comportamento nei confronti del cibo. Colpa del lockdown e delle sue conseguenze. Per Viviana Valtucci, Vicepresidente dell’associazione Adepo, dietista e nutrizionista esperta nel trattamento dei disturbi alimentari e del peso, laureata anche in scienze e tecniche psicologiche, «bisogna ripensare innanzitutto all’equazione magro-sano e grasso-malato». 

Cosa c’è che non va in questa equazione?
«Andrebbero rivisti i parametri per fare certe valutazioni. Non dovremmo basarci più sull’Indice di massa corporea, ma sul peso naturale, pensando a molti fattori che passano per il fabbisogno nutrizionale e la genetica. Va da sé che quando si arriva ad aumenti davvero consistenti, si parla di obesità e ci sono conseguenze enormi. Ma, quando non è conseguenza del Disturbo da alimentazione incontrollata, molto spesso è colpa delle diete».

Diete che generano obesità?
«Non certo come obiettivo, ma il risultato a lungo andare è quello, in un circolo vizioso. Ci sono persone che ne fanno anche tre l’anno, di tutti i tipi ed evidentemente inadatte. Pensiamo alla restrizione, che consiste nel sottrarre certi alimenti, nel digiuno, nei beveroni, e nella riduzione drastica dell’apporto calorico. Che si tratti di percorsi fai da te o di diete diffuse su internet, si arriva a perdere chili, poi tutto torna come prima e peggiora. Non è possibile continuare a lungo con questi percorsi, sia fisiologicamente che psicologicamente. Quindi, la persona recupera tutto il peso e ne mette su dell’altro, arriva a un’altra dieta, e così via».

Da cosa dipende?
«Corpo e mente sono correlati. È normale mangiare qualcosa quando si è giù o per festeggiare. Possiamo parlare di alimentazione emotiva, che non va patologizzata, perché è una modalità fisiologica di gestione delle emozioni. Il problema arriva quando diventa l’unica modalità di gestione. Si perde il contatto con se stessi, con la fame e la sazietà. Si mangia perché si deve, per cercare di gestire le situazioni più complesse dal punto di vista emotivo, perché non si è capaci di fermarsi».

È corretto parlare di rieducazione alimentare?
«Sì, naturalmente di rieducazione alimentare positiva. Con l’associazione Adepo insegniamo al paziente a diventare il nutrizionista di se stesso, guidandolo nella comprensione delle porzioni adeguate ai propri bisogni, nella conoscenza dei gruppi alimentari, nella costruzione di un menu, nella flessibilità. Facciamo la spesa insieme e dei pasti assistiti. Devono imparare a riascoltare il proprio corpo e a gestire quei cibi che li hanno sempre spaventati». 

Non escludete niente?
«No. Indichiamo un approccio equilibrato, che non elimina nulla, ma insegna a vivere il cibo senza restringere e con consapevolezza. A chi ci dice che non compra una vaschetta di gelato perché altrimenti la finirebbe in un attimo, mostriamo come abbattere questa paura. Un giorno, per una ragione indipendente dalla sua volontà, potrebbe ritrovarsi di fronte a quell’alimento. Evitarlo, apportare restrizioni serrate, non serve a niente, se non a sviluppare esattamente l’effetto opposto. Insegniamo a non mettere in atto degli evitamenti. Bisogna invece ripensare al cibo. Crediamo che i professionisti dell’alimentazione debbano formarsi anche sulla psicologia alimentare. Noi lo stiamo facendo perché il corpo e la mente non possono essere separati».                                                                   

 


Associazione Adepo
Nata nel 2012 senza scopo di lucro, Adepo (Associazione di Dietetica E Psicologia per l’Obesità, il sovrappeso e i disturbi alimentari) ha sede a Cava de’ Tirreni. Diretta da Mario Russo e da Viviana Valtucci, sostiene le persone che non vivono un buon rapporto con cibo-peso-corpo e/o soffrono di disturbi alimentari. Ma sostiene anche l’unicità, l’espressione e le potenzialità di ogni individuo senza alcuna distinzione di peso, promuovendo progetti di educazioni, informazione, prevenzione e sensibilizzazione: www.adepo.it. 

 


Curvy (e sto)


A 40 anni ho imparato a convivere con i miei chili di troppo e ora sorrido. Non dico "grasso è bello", ma l'amore per me stessa passa dall'accettazione anche delle maniglie dell'amore... 

di Alessandra De Tommasi

Ci ho messo 40 anni, ma alla fine l’ho capito: la mia felicità non dipende dai chili in più che mi mostra la bilancia. E oggi finalmente guardo la mia taglia morbidissima senza vergogna.
Se ami qualcuno dagli da mangiare. Anche se non so cucinare, questa regola aurea della vita l’ho imparata fin da piccola. D’altronde sarebbe stato difficile sfuggirvi, con una nonna salentina che gestisce un negozio d’alimentari. 
Se ami qualcuno friggi per lui o per lei. E così da bambina, d’estate, aspettavo la domenica mattina per svegliarmi con il rumore dello sfrigolìo dell’olio in padella, dove ogni sapore raggiungeva il picco assoluto. Polpette, panzerotti, fettine panate, arancine e calzoni: il menù light per una giornata al mare prevedeva un assortimento degno della vigilia di Natale.
Se ami qualcuno lo vedi sempre “sciupato”. Mi sono sentita ripetere questa parolina per tutta l’infanzia, nonostante fossi sempre stata in carne, robusta o, come si dice oggi, curvy. In famiglia, dove molte donne erano tanto alte quanto larghe, la circonferenza della vita non sembrava mai abbastanza. In passato, ai tempi della guerra, avevano patito la fame solo perché contadine e da quel momento in poi le guanciotte sono diventate sinonimo di felicità.

L’INFANZIA ROTONDA
Per tutta la scuola materna ci ho creduto fermamente, anche perché il mio nonno del cuore portava sempre alle maestre le rose di campagna e a noi bambini le caramelle più golose. E lui, un agricoltore con i pantaloni tenuti su con lo spago alla caviglia e le mani blu per lo zolfo, era diventato l’eroe di tutti i compagni di classe. 
Il mio mondo iniziava e finiva lì, con un gusto dolcissimo. Certo, dall’età di quattro anni ho iniziato ad andare dal dentista, ma ormai era mio amico e gli facevo visita anche da sola in bicicletta, solo per chiacchierare con l’infermiera dello studio e per fare compagnia ai pazienti spaventati in sala d’attesa.
Alle elementari, però, la musica ha iniziato a cambiare: svettavo per altezza su tutti i compagni, anche i maschietti, e finivo sempre in ultima fila. Ai saggi di ginnastica di fine anno non riuscivo a saltare la cavallina con la stessa disinvoltura degli altri e quando il giorno della prima comunione la migliore amica dell’epoca si è presentata con il mio stesso abito, a colpo d’occhio ero il doppio di lei e mi sono rifiutata di farci una foto insieme.
Complici le battutine all’ora della ricreazione, mi sono resa conto di essere “fuori misura”. Alle medie è andata anche peggio: mi guadagnavo l’immunità dai gavettoni e dalle prese in giro promettendo un aiuto con i compiti ai vicini di banco. 

L’ADOLESCENZA RIVELATRICE
Se avessi avuto bisogno di un’ulteriore conferma, ci ha pensato l’implacabile adolescenza. Le altre ragazze del paese erano proporzionate, attraenti e disinvolte e io attribuivo queste doti da Wonder Woman alla magrezza. Evitavo le foto, soprattutto in costume (rigorosamente intero) e cercavo di diventare invisibile per evitare l’ennesimo sguardo di derisione. Più passava il tempo e più si notava questa “diversità nelle forme”. Le mie erano sempre troppo rotonde, troppo piene, troppo e basta. Non avevo raggiunto la maggiore età e già volevo scappare lontano, pur non sapendo dove, e probabilmente solo da me stessa e da quella pelle che mi stava stretta. Ho iniziato a perdere peso, ma non era mai abbastanza, finché qualche anno dopo ho raggiunto i 59 chili (per 175 cm d’altezza) e, finalmente, al posto degli insulti sono arrivati i complimenti. Ma dentro di me è cambiato poco: continuavo a camminare per strada rasente al muro, con la solita tendenza a scomparire, e ho iniziato a lasciarmi ossessionare dalle calorie. Anche se mi si vedeva la clavicola e avevo il viso emaciato, stare a stecchetto non limava certo le ossa grosse e quella “costituzione robusta” che il medico di famiglia ha sempre sottolineato (almeno non mi chiamava “bidone”, come gli sentivo dire ad altri bambini). Niente da fare, mi sentivo cicciona dentro.

MAGREZZA: MEZZA BELLEZZA?
Ad un certo punto le attenzioni mi mettevano talmente a disagio che ho tagliato i capelli cortissimi, nella speranza di ritornare ad essere invisibile. La sensazione familiare di essere costantemente fuori posto e fuori misura mi ha seguito ovunque. Per l’intera estate dei miei 19 anni mi sono data all’arte dello spiluccamento invece di mangiare, convinta che sarei stata uno schianto nel tubino strettissimo indossato come testimone di nozze al matrimonio della migliore amica. E per un giorno intero mi sono davvero sentita “abbastanza magra” da valere qualcosa. Eppure non ero più io, avevo perso il sorriso e di certo non avevo acquistato punti sulla patente dell’autostima, perché il cibo - che ho sempre considerato sinonimo di amore e felicità - si è trasformato in un nemico mortale. Abitavo un corpo che non era il mio, un guscio vuoto e malandato di un’anima allo sbando e probabilmente alla ricerca di una fetta di tiramisù. Ad un certo punto ho iniziato a frequentare probabilmente il ragazzo più avvenente con cui sia mai uscita, uno di quelli che fa parkour, è cintura nera di karate e scala le montagne a mani nude. Mi ripeteva «Sei bellissima», ma io la ragazza di cui parlava la conoscevo appena e non mi piaceva affatto. Quella leggerezza fisica non mi ha regalato la tanta sospirata accettazione. Ancora una volta l’affetto aveva delle condizioni e presupponeva che campassi d’aria. La dieta aveva spento i colori e il mondo era diventato solo uno scenario di tentazioni pericolose, con calorie costantemente in agguato dietro ogni angolo.

IL SORRISO RITROVATO
Ad un certo punto ho mollato la presa, iniziando pian piano a riscoprire quei piaceri della tavola che mi hanno sempre illuminato le giornate. Ho regalato la bilancia, ho smesso di guardare la focaccia barese come se fosse l’incarnazione del Male assoluto e ho ricominciato a gustarmela con la stessa devozione assoluta provata da piccola. I sapori sono tornati ad essere una forma d’arte, una poesia incantevole, un’esplosione di fuochi d’artificio e io ho ripreso rotolini e maniglie dell’amore. Il ritornello degli incontri è tornato lo stesso di prima, con un coro di “Come ti sei ingrassata”, “Ma cosa ti è successo?”, “Stavi tanto bene prima” e “Resterai zitella a vita”. 
Ho capito però chi diceva che fosse “meglio un chilo in più e vivere felici”. Mi sono consultata con una nutrizionista, ho tenuto sotto controllo la salute perché qui non si tratta di “grasso è bello”, ma di guardarsi allo specchio e volersi bene, senza alcuna vergogna. Sono una buona forchetta e, se potessi, dipingerei un murales di fronte casa con la frase che un giorno ho letto su una cartolina ad Amsterdam: “La vita è breve, inizia dal dessert”. 

FINALMENTE UNA GIOIA
Quando l’artista francese Nordine Sajot mi ha chiesto di prendere parte al suo progetto fotografico al femminile 07 Dolori con uno scatto d’autore in gelateria non ho potuto rifiutare. Fa parte di un percorso di rinascita iniziato, per caso, un anno fa, quando mi è stato chiesto un articolo sul bodyshaming raccontato in prima persona. Per la prima volta mi sono messa emotivamente a nudo, raccontando insicurezze e fragilità. E, invece della solita valanga di insulti, ho ricevuto solo commenti di tante persone che, per motivi anche diversi dai miei, si sono sentite altrettanto inadatte.
L’organizzazione no-profit internazionale Terre des hommes mi ha chiesto di tenere un discorso all’evento milanese Stand up for girls e mi ha scelto tra i testimonial di una campagna per realizzare una statua, sempre nella capitale della Lombardia, a memoria delle bambine e delle ragazze vittime di violenza. Ho ritrovato all’improvviso la voce interiore che ho sempre zittito e ho condiviso il mio desiderio più grande, un mondo dove ci sia spazio per tutti, basato su gentilezza e rispetto. Certo, metterci la faccia mi ha anche attirato online alcuni hater, che mi hanno riempito d’insulti mi hanno invitato a nascondermi. La prima reazione è stata la vergogna, seguita poi dal solito retropensiero “Chissà cos’ho fatto per meritarlo”. Immediatamente dopo mi ha colpito in pieno la consapevolezza della profonda ingiustizia di questi atti di bullismo: ho segnalato i commenti offensivi a Instagram, ne ho parlato pubblicamente e sto per denunciarli alla polizia postale. In sintesi, non accetto più che qualcun altro mi definisca o parli al mio posto o mi faccia sentire di nuovo inadeguata. Il problema, in fin dei conti, non sono stati mai i chili, anche se chiunque avessi accanto ha sempre sostenuto il contrario. 
La società mi ha fatto credere – e io ci ho creduto – che fosse una taglia a definirmi e che solo un girovita stretto mi potesse garantire un pass per diventare una creatura accettabile e quindi degna d’amore. Non è così, ci ho messo 40 anni a capirlo, ma oggi mi vedo davvero, di nuovo contenta di godermi una bella granita con la brioche siciliana, senza sensi di colpa e scuse.
Finalmente posso dirlo a testa alta: questa sono io. Curvy (e sto).
 
 

 

INCLUSIVITÀ IN ITALIA E ALL’ESTERO
Mentre molti grandi brand italiani latitano sulla questione della democrazia delle taglie, si moltiplicano gli esempi virtuosi di artigiane che puntano alla moda sostenibile e all’inclusività, tra cui Laura Brioschi di Body Positive Catwalk, Eleonora Mesiano di Chiò cosmesi naturale, Carolina Emme e Sara Bertelli di Sartoria Sovversiva. «Non ho ancora sperimentato l’opzione di shopping online perché scoraggiata dall’ipotesi di occupare le giornate ad organizzare i resi della merce. In qualunque parte del mondo mi trovi, però, cerco immediatamente la catena britannica Mark & Spencer, che offre a prezzi contenuti un assortimento di tutti i capi in ogni forma e dimensione. Dal 2019 ho aperto un sito, Air Quotes (www.airquotes.it), che parla anche di questo, di body positivity e self love, uno spazio sicuro dove condividere storie ed emozioni senza taglie».
 

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