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La moda? Ora rigenerata!

Nel distretto tessile di Prato opera Rif:per realizzare abiti si usa poca acqua e niente pesticidi n prodotti chimici

Mer 22 Lug 2020 | di Domenico Zaccaria | Ambiente
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Consumare solo 30 litri di acqua invece dei consueti 2.700. E non utilizzare prodotti chimici né pesticidi, rispetto ai 200 e ai 150 grammi impiegati in una lavorazione consueta. Tutto ciò per produrre una semplice maglietta. Non più in cotone vergine, ma una t-shirt rigenerata, che ha consentito agli inventori di trasformare un capo storicamente percepito come “usa e getta” in un indumento al quale affezionarsi, in grado di durare nel tempo. Sono questi gli obiettivi di Rifò, startup di Prato fondata nel 2017, che intende proporre un modello di moda sostenibile, supportato dall’innovazione tecnologica e capace di realizzare abbigliamento e accessori realizzati con fibre ricavate da vecchi indumenti destinati alla discarica. Si fa presto a dire moda green, ma in questo angolo della Toscana – noto come il distretto tessile più grande d’Europa – un gruppo di giovani vuole andare oltre, perseguendo il paradigma dell’abbigliamento etico. Non una semplice modifica del processo di produzione per un minor utilizzo di materie prime, ma la creazione di capi “a chilometro zero” per non impattare sui consumi di carburante, creare opportunità di lavoro per il territorio e avere la certezza della qualità e dell’eticità dell’intera filiera.

LA PRE-VENDITA E IL MODELLO VIETNAMITA 
L’impegno di Rifò va ancora oltre, per promuovere un modello di “slow fashion” contro la tendenza dilagante del “fast fashion”. Ciò avviene utilizzando il metodo della prevendita, per riuscire a comprendere le richieste del mercato ed evitare di produrre più di quanto necessario: un modo di soddisfare la domanda senza generare sprechi. Il tutto grazie a un processo meccanico e artigianale - sviluppato proprio a Prato oltre un secolo fa – attraverso il quale si trasformano gli scarti di tessuto in nuovi vestiti, che conservano le stesse qualità dei prodotti nuovi, riducendo del 90% l’uso di acqua, del 77% quello dell’energia, del 95% le emissioni di CO2 e del 100% l’uso di coloranti. Visto con gli occhi del mondo contemporaneo, il modello di business si ispira ai negozi del Vietnam che vendono i capi rifiutati dai nostri mercati: «Il progetto - racconta il fondatore Niccolò Cipriani - nasce da una mia esperienza personale ad Hanoi, dove ci sono molti negozi che vendono capi di abbigliamento esportati, ma invenduti, e rispediti in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale». Così è partita Rifò, che tenta di proporre un modello alternativo a quelli dell’industria classica della moda.                          

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