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Juliette Binoche: a me gli occhi

Il Premio Oscar Juliette Binoche, portamento regale e fascino senza tempo, si guarda allo specchio e abbraccia l’età che passa senza ricorrere a trucchetti e ritocchini. È stato facile? No, ma va bene così

Gio 27 Ago 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Juliette Binoche mette un po’ di soggezione, perché sorride, sì, ma con quella cortesia regale che mantiene sempre le distanze. Il Premio Oscar francese, di recente anche talent ambassador del Festival di Macao, resta una delle attrici più prolifere della propria generazione. Ha infranto il tabù sull’età e sfodera sempre interpretazioni di donne complesse, intriganti e potenti, anche nel mettere a nudo le proprie vulnerabilità. Nessun clichè, insomma, su MILF e Cougar, due categorie che in inglese identificano le mamme attraenti (per dirla in maniera diplomatica) e le panterone. Nell’immaginario collettivo, d’altronde, resta ancora difficile trovare una casella adatta invece per quelle cinquantenni indipendenti, emancipate e anche attraenti. La signora Binoche fa parte decisamente di questa categoria e non si fa problemi ad ammettere che ha a lungo combattuto con gli standard impossibili di perfezione richiesti dal mondo dello spettacolo alle attrici dopo “gli anta”. Ora ha smesso e prende a modello Judy Dench, che mostra il viso come un libro aperto sulle esperienze della vita, rughe incluse.

Qual è il primo requisito che cerca per avvicinarsi emotivamente ad un personaggio?
«L’intimità: mi avvicino sempre in punta di piedi per andare in fondo all’anima di un personaggio».

Sembra un po’ controcorrente, perché il mondo dello spettacolo si basa invece sull’immagine, no?
«Ebbene sì, sui red carpet sembra che la tua faccia sia sempre più importante di te, di quello che hai dentro, ma la verità sta altrove».

Cosa vuol dire per lei raggiungere invece la realtà emotiva di un ruolo?
«Per me vuol dire mettersi in discussione, essere aperto alle possibilità, usare sempre la sensibilità e lasciarsi guidare dalla corrente. Mettersi nei panni di qualcun altro, nella finzione come nella realtà, non sempre vuol dire controllo, ordine e preparazione».

Che peso ha l’età in quest’equazione?
«La vita dovrebbe essere un viaggio, un’evoluzione, ma devi avere il senso della realtà. Non puoi darti alla pazza gioia e poi svegliarti a 50 anni e affrontare il baratro. Non dico che sia facile abbracciare l’invecchiamento, a volte ci si deprime, ma è anche liberatorio, perché ad un certo punto ti guardi in faccia, molli il tuo ego, fai i conti con il tempo che passa e ti senti più umano, più vero». 

Questo desiderio è frutto della sua personale esperienza?
«Da piccola mi sono dovuta trasferire spesso con la mia famiglia e ho trascorso tanto tempo in collegio, quindi la disciplina e l’impegno fanno parte del mio background, come pure la voglia di scoprire sempre qualcosa di diverso».

Cosa faceva prima di diventare attrice?
«Lavoravo come cassiera in un negozio, ma ad un certo punto mi è capitata la possibilità di fare il provino per una parte minuscola nel film “Je vous salue, Marie” di Jean-Luc Godard. Dovevo prepararmi e, dopo cinque selezioni, sono stata presa. Quando sono andata dalla mia capa di allora per licenziarmi non voleva assolutamente mollarmi, perché convinta che avevo bisogno di quell’esperienza formativa nella vita. Per fortuna alla fine mi ha lasciato andare».

Perché, dopo il successo de “Il paziente inglese”, Oscar incluso, non si è trasferita a Hollywood?
«Innanzitutto, ho vissuto la fama con un certo senso di colpa, perché mi sembrava di mettere in ombra gli altri membri della famiglia, quindi quasi come espiazione poi tornavo sempre in Francia a dedicarmi a progetti indie. Non mi sono trasferita perché non avevo il sogno americano e non volevo essere risucchiata dallo showbusiness, adattarmi a quelle imposizioni. Ho sempre voluto mantenermi libera e indipendente e spero di esserci riuscita».

Non vorrebbe lanciarsi nella regia?
«Se non avessi la fortuna di lavorare con registi tanto talentuosi probabilmente scriverei un copione e lo dirigerei, ma per ora mi piace servire una visione diversa dalla mia, che mi apra gli orizzonti».

È una che si lascia guidare con docilità?
«Non dico questo. Sono una che vuole essere libera di fare i primi ciak come meglio crede, per conservare quell’energia pura, quella magia di emozioni che si crea spontaneamente. E poi ascolto il regista e rifaccio la scena seguendo indicazioni diverse, per conoscere opzioni a cui non avevo pensato, ma sempre senza che la mente prenda il sopravvento sul cuore».

In che senso?
«Devi permetterti di provare le emozioni di un personaggio, l’amore, il senso di tradimento o di abbandono, la gelosia, la frustrazione, senza voler manipolare le sensazioni, tirandole fuori a comando, in maniera artefatta».
Il cinema sta vivendo un periodo difficile. C’è davvero bisogno ancora dell’arte quando incombe un’emergenza sanitaria?
«L’arte è una cosa seria, soprattutto in tempo di crisi, quando dobbiamo cercare la verità dentro di noi e lasciarci guidare dall’amore, quindi è indispensabile ora più che mai. A tutti».      

 

VIVE LA FRANCE

Juliette Binoche, classe ’64, è figlia d’arte: il padre è un regista francese mentre la madre è un’attrice polacca. Dopo la scuola d’arte e il conservatorio d’arte drammatica a Parigi, ha iniziato a lavorare come attrice. Prima di ottenere il premio Oscar con “Il paziente inglese”, ha collazionato vari riconoscimenti, come la Coppa Volpi e il Cesar per la prima parte della “Trilogia dei colori”. Anche la commedia “Chocolat” con Johnny Depp le ha regalato una nomination all’Academy Award. Successivamente ha collezionato ruoli di spessore, come “L’amore secondo Isabelle” per Claire Denis che l’ha scelta anche per “High Life” con Robert Pattinson, in sala da agosto. Di recente ha conquistato il grande schermo con “Le Verità”, “Il mio profilo migliore” presentato alla Berlinale, “Il gioco delle coppie” e “Ma Loute”. Ha due figli, Raphael (27 anni, figlio del subacqueo André Halle) e Hannah (20 anni, figlia dell’attore Benoit Magimel). E ultimamente ha ammaliato, oltre che il pubblico dell’International Film Festival & Awards di Macao (IFFAM) di cui è talent ambassador, anche per l’autoironia nella serie “Chiami il mio agente”, disponibile su Netflix, a cui ha partecipato anche Monica Bellucci.

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