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Sto lavorando per il mio lieto fine

Matteo Losa giornalista, fotografo, scrittore, malato di cancro (ma non importa) racconta il nuovo libro attraverso gli occhi della sua compagna

Gio 27 Ago 2020 | di Francesca Favotto | Attualità
Foto di 9

È sabato mattina e devo lavorare. Ho un'intervista da fare, una di quelle importanti, ma non mi pesa. Devo intervistare Matteo Losa: giornalista, fotografo, scrittore. Autore di “Piccole fiabe per grandi guerrieri” per Mondadori, ora ha un secondo libro in uscita per questa casa editrice, un romanzo. Il suo primo romanzo. Matteo Losa è anche il mio compagno, da una vita. 18 anni insieme, quest'anno il nostro amore diventa maggiorenne. Diventa maturo, come se non fossero bastati più di 14 anni di cancro a temprarlo, a forgiarlo. A 24 anni, infatti, Matteo ha scoperto di avere un tumore: oggi non è ancora stato domato, come Matteo del resto. Ma hanno trovato il modo di coesistere: non è una pacifica convivenza, ma è quello che occorre per rimanere in vita. Matteo oggi di anni ne ha 38 e il tumore non è la cosa più interessante della sua vita, anzi. È riuscito a far parlar di sé per molto altro. Come il suo romanzo “Un altro giorno insieme”, l'occasione che ci mette uno di fronte all'altro in questa calda mattina d'estate. Io faccio le domande, lui dà le risposte, in teoria. Ma ciò che dice solleva in me interrogativi a cui dovrò cercare un senso a mia volta. Più che un'intervista, è un dialogo maieutico. 

“Un altro giorno insieme” è un romanzo, che narra dell'amore tra due ragazzi – J e Barbie -, dove lui è malato di cancro e lei no, anzi fa parte della schiera di coloro che dovrebbero salvarlo, i medici: a cosa ti sei ispirato? C'entra John Green (l'autore del libro “Colpa delle stelle” - ndr)? 
«John Green di sicuro è un gigante, il cui confronto per me è stimolante. Ma questa storia d'amore, molto delicata, ha più il sapore e l'orientamento delle atmosfere manga, dove ci sono personaggi che esistono per conto loro, finché non si incontrano e da quel momento esistono insieme». 

Cosa ti aspetti da questo romanzo? 
«Di spaccare il mondo! Spero diventi un bestseller, perché se lo merita, secondo me. Se c'è una cosa che mi hanno insegnato le fiabe è che se credi tanto nel lieto fine, da fare di tutto per meritartelo, alla fine questo arriva. Io ci credo tanto. Io ci credo ancora, nonostante tutto». 

J è malato di cancro da 10 anni. Tu lo sei da quasi 15. J sei tu? 
«La cosa che più velocemente balza all'occhio è la malattia, un parallelismo facile tra me e J. Ho scelto di parlare di cancro per due motivi: nella quasi totalità dei romanzi di genere (come quelli di John Green, appunto), le malattie di cui parlano hanno decorsi molto rapidi, mentre mi sembrava interessante mettere in scena qui un ragazzo costretto a crescere insieme alla sua. Il secondo motivo è che la malattia di J io la conosco molto bene, mio malgrado, perciò è stato molto semplice raccontare di cose che so per certo essere vere, perché le ho vissute tutte sulla mia pelle. Poi, forse, J non è me: il romanzo è a due voci e per come ho sempre vissuto io, ragionando in termini di sogni altissimi e a lungo termine, forse sono più simile a Barbie. Forse, in realtà, vivo in entrambi». 

Vuoi dirmi che tu non vivi quattro mesi alla volta come J?  
«Adesso che la malattia si fa sentire, a ogni colpo di tosse, sto imparando a farlo, e mio malgrado, ci sono dei momenti in cui lo apprezzo perché mi permette di vivere meglio il tempo che ho. Ma ragionare a sogni a lungo raggio mi ha permesso di andare avanti, di sopravvivere. Sai, apprezzare le piccole cose è uno stato che richiede sofferenza, ma se riesci a raggiungere quello stato di illuminazione, puoi imparare a trarre godimento anche dalle situazioni più impensabili, una beatitudine che ti permette di lavorare per un futuro migliore». 

Come si fanno a conciliare sogni a lungo termine con una condizione come la tua che ti impone di pensare un giorno alla volta? 
«Solo con un'infinita dose di follia. Che non è pazzia. La follia presuppone un minimo di progettualità e lungimiranza. Dipende sempre dalla persona che sei: se ti accontenti di esistere, allora meglio soffocare la follia e puntare alla serenità. Se senti dentro un richiamo a fare qualcosa di grande, allora meglio assecondarla e tentare il tutto per tutto: o diventare pazzo o leggenda (cita uno dei suoi film preferiti, “Vento di passioni” - ndr)». 

Nel libro, più volte J sostiene che avere delle persone da amare è una debolezza e non un punto di forza. Quindi, legarti a me per 18 anni è stato un errore? 
«Dipende da chi sei tu: se sei una persona forte, di sicuro le persone che ami sono una debolezza perché le vuoi proteggere, ti costringono indirettamente a fare determinate scelte, che magari da solo non faresti. Non è facile essere forti e innamorati, nella vita in generale. Soprattutto in situazioni come la mia, dove c'è in ballo la vita, letteralmente. Tendenzialmente le persone quando stanno male, vogliono qualcuno accanto perché hanno paura o perché non sono complete da sole. Ma se lo sei, quando stai male non vorresti mai condividere il dolore con chi ami, soprattutto se ricambiato. Attenzione, stare insieme a te è anche un punto di forza, fatto di quelle piccole grandi routine, obiettivi, desideri, gesti che si condividono. Quando ti dico che il mio cuore ti appartiene è la verità: me ne accorgo durante le mie crisi respiratorie, quando tu mi metti la mano sul cuore e mi dici: “Respira piano”. Lui non ascolta mai me, ma te, sempre. E poi tu in questi anni mi hai sempre fatto sentire bello, anche quando non lo ero. E questo tuo modo di guardarmi, mi ha dato la forza di vedermi attraverso i tuoi occhi e credermi diverso. Infine, averti accanto mi ha sempre spinto a fare il massimo per darti il massimo».                                          

 


Un altro giorno insieme

Giovanni – ma preferisce essere chiamato J – ha 18 anni ed è malato di cancro da 10. Barbara – odia quando qualcuno la chiama Barbie – ha la stessa età e sogna di diventare medico. Due ragazzi, due mondi all'apparenza all'antitesi, due corpi celesti, che se in un primo momento sembrano sfiorarsi e basta, poi quando si rincontrano, creano scintille tali da creare un nuovo universo. Che non è solo un banale amore adolescenziale, ma qualcosa destinato a durare molto di più, anche se lo potranno vivere solo un giorno alla volta. Dopo aver pubblicato nel 2017 “Piccole fiabe per grandi guerrieri” con Mondadori, ora Matteo Losa esordisce con il suo primo romanzo, sempre per Mondadori. 

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