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Paolo Rossi. Folletto buonissimo e perfido

Preoccupato per il futuro. Non per il suo, ma per quello del paese

Gio 05 Nov 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Paolo Rossi lo abbiamo incontrato a Venezia. E ancora prima a la Maddalena, in quello che è diventato il suo rifugio, dopo un periodo difficile, di malattia, (de)pressione e alcolismo raccontato in uno splendido spettacolo chiamato “Sulla strada ancora”, in cui racconta come si è perso e ritrovato, mostrando le sue fragilità e la sua forza straordinaria. Piccolo grande uomo dal talento grande quanto il cuore e il coraggio, un amico prezioso. Che, ci promette, “fra qualche mese vi racconterò tutto, ora non posso, sto rivoluzionando Paolo Rossi, farò qualcosa di speciale, sono molto felice”. Esce da una delusione cocente, umana e professionale, ma ha voglia di reagire. Sorride, con quegli occhi vivaci e puri. Folletto buonissimo e perfido. In attesa della seconda puntata delle sue “rivelazioni” scopriamo che al Lido è venuto per poche ore, in un tour de force tra uno spettacolo e un altro. È qui per Maurizio Zaccaro, un amico vero - “il primo che ho incontrato a Milano, il nostro primo tentativo di film, un giallo, l’abbiam fatto insieme: la sua 16mm ha lasciato una serie di fotogrammi tutti rossi!”- è qui per “Il Piccolo”, un documentario e un atto d’amore per il “suo” teatro. Eccolo, il comedian, il giullare che da Fazio ha fatto tremare molti, un animale da palco geniale e straordinario. Che qui ci racconta una fetta di sé.

Ti sei rivisto nel documentario “Il Piccolo”? Sei sempre il solito…
«Difficile dire cosa ho visto e capire se mi è piaciuto, soprattutto perché parla di teatro e dentro ci sono anch’io, in immagini inaspettate: nella maggior parte di quelle scene io non sapevo neanche di essere ripreso. Mi pare che sia abbastanza solido da poter piacere a tutti coloro che amano il teatro. Ho sentito due persone che hanno commentato: “mi hanno fatto venir voglia di andare a teatro” e già questo mi sembra fondamentale, al di là del fatto estetico. E poi questo film documentario rimane una testimonianza e in teatro la testimonianza è importante, soprattutto per noi che ci lavoriamo e abbiamo la paranoia di sapere che facciamo un lavoro in cui scriviamo sull’acqua e disegnamo sull’aria, che non rimanga nulla di tangibile. E vedere un film che comunque parla di un luogo in cui ci sono questi, chiamali come vuoi, fantasmi, spiriti o energia artistica e teatrale, ti fa venire voglia di ricordare meglio, senza essere un’opera nostalgica».

E ci ricorda che per salvare l’arte in Italia non si devono per forza inscenare proteste noiose.
«Ci sono molte cose da cambiare, sarebbe importante non essere noiosi. Molto bello che gli attori scendano in piazza, ma è più importante entrare negli uffici e protestare lì. Bisogna cambiare le forme di lotta, i luoghi. Cambiare i luoghi comuni che la gente ha in testa: un tassista ieri mi fa sui tagli al Fondo Unico dello Spettacolo (FUS): “beh, è giusto che anche voi rischiate e perdete nel vostro lavoro”. Ma bisogna vedere cosa fai: raccontare una storia oppure ingannare la realtà. La cultura è altro dalla commerciabilità del prodotto artistico».

Un richiamo alle armi per gli attori. Cosa bisognerebbe cambiare in concreto?
«La categoria degli attori è una categoria pazzesca, nel bene e nel male, li conosco e mi conosco. Ma il problema dobbiamo prenderlo in mano: ripeto, è bello andare in piazza in 150 e far finta di essere in 3000, però la cosa più importante è capire anche a chi e come vanno le sovvenzioni, a chi continuano a darle, cosa stanno facendo quelli che le prendono, dove sono finiti i soldi degli anni precedenti. Questo, credo sia un modo anticonformista e ribelle di comportarsi. Anche perché ci danno 60 milioni ora? Quaranta vanno alla lirica, fai conto, e dieci al cinema e dieci al teatro. Beh, mi sa che allora conviene giocare al SuperEnalotto, avremmo più speranze...».
È recente un duro scontro sul tema della censura, culminato nella manifestazione per la libertà di stampa. Che ne dice uno che vittimista, a differenza di alcuni professionisti della censura, non è mai stato?
«Io non ho mai detto che la censura non sia un fatto grave o che la sottovaluti. Anche quando viene fatta nei miei confronti. Io, semplicemente, non mi atteggio a vittima, anche perché le mie cose riesco a dirle, quando ho un microfono e un riflettore le dico. E poi, anche quando ne vengo colpito, ormai già le ho dette, l’attacco comunque parte dopo. Il problema vero della censura è quello che ha colpito le nuove generazioni, ne abbiamo perse almeno un paio che non riescono nemmeno a iniziare a dire qualcosa, perché i teatri chiudono e vengono aperti gli outlet».

E nel film Zaccaro mostra una via meneghina che ha perso tutti i suoi cinema. Una Milano che da capitale della cultura è diventata un deserto.

«Vero, è stata un posto pieno di tensioni creative, che ha vissuto anni (secondo me, ma credo per tutti) luminosi. Ora sta perdendo la sua identità, ma sono ottimista. è troppo che dura questa situazione, secondo la legge dei grandi numeri e degli alti e bassi, qualcosa di buono deve succedere. Milano è l’espressione di quello che sta accadendo a tutta l’Italia, ma è anche vittima di un ciclo storico. Ricordo sempre che tutti dicevano: bel periodo il ’46, quando nacque Il Piccolo. Verissimo, allora dal giorno alla mattina, in quello che era un luogo di polizia e tortura, nacque un teatro. Un giorno bellissimo, in cui la città ha vissuto: ma chi c’era, appunto, nei 25 anni precedenti? E io confido nel fatto che in questo mondo più veloce le scadenze siano più rapide e che tutto cambi presto, anche se sono “solo” 15 anni che Berlusconi è apparso a se stesso!».

Cos’è per lei il teatro Piccolo?
«Per me il Piccolo è una casa, e pensare che il mio teatro alternativo con cui ho iniziato sembrava lontanissimo da quel luogo. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Strehler, di lavorare con lui gli ultimi due anni della sua vita e mi sono divertito come un pazzo, imparando tantissimo. Ho continuato a frequentare Il Piccolo come attore, tornando con i miei spettacoli, ed è un teatro che esiste e resiste. Quando torno dalle vacanze e dalle tournées, ho sempre due domande immediate: come stanno i miei figli? C’è ancora il Piccolo? Lì non ho capito solo il mestiere, ma che cosa sia il teatro. La sua struttura, fino all’ultimo dei tecnici, e l’andare sul palcoscenico solo se “necessario”. Io lavoro se sento di dover raccontare una storia, di dover vomitare quel personaggio, di mettermi in rapporto con qualcuno per far nascere quel particolare evento di sera in sera. E che lo spettacolo sia bello, brutto, imperfetto o trionfale, questo si sente sempre e crea un rapporto saldo con la città, anche trasversale. Il Piccolo è sempre sceso per strada, vendeva (una grande idea), i biglietti nelle edicole. è un teatro europeo e mondiale che può girare il mondo, perché è in simbiosi con la sua città, vive e respira con essa».
 
Impossibile non porti un’ultima domanda: il re è nudo? E l’Italia è davvero allo sbando?

«Come si può fare? Certo che il paese è totalmente fuori controllo. Il presidente non si intende più con il paese, non è un problema solo con la Chiesa ormai. C’è una diminuzione di comunicazione e un aumento di delirio. I casi sono due: o lui smette di prendere quello che sta prendendo oppure facciano un comunicato a reti unificate in cui dica a tutti cos’è, così ci sincronizziamo tutti sulle sue onde. Sarà un medicinale, perché non ho mai visto qualcuno essere tanto nei casini ed essere comunque così euforico, neanche io nei miei momenti peggiori di delirio organizzato ci sono mai riuscito. Sono seriamente preoccupato, anche perché con estrema sincerità devo dire che per me in questi anni è stato un collaboratore prezioso, il mio migliore autore comico. Il problema è che il mondo dello spettacolo porta a perdersi: donne, vizi vari, è capitato a tanti altri prima di lui». 

 



GENIO E SREGOLATEZZA
Paolo Rossi nasce il 22 giugno del 1953 in una terra di confine, a Monfalcone, in provincia di Gorizia. Adolescente a Ferrara, dove si diploma perito chimico, diventerà ‘perito comico’ quando arriverà a Milano, che lo adotterà. Da lì parte una carriera incredibile che lo vedrà attore, cantante (anche a San Remo) e comico, imperversare nel cabaret, al Piccolo Teatro con Strehler, in tendoni da circo, in televisione. Il suo stile è semplice: mai prescindere dall’oggi, senza dimenticarsi i classici antichi e moderni. Mai conformatosi a un pensiero unico. In tv a lui si deve il mitico e indimenticato “Su la testa!”, è stato l’unico a veder censurato un testo non suo. Nella “Domenica In” di Bonolis, nel 2003, voleva leggere un testo di Tucidide che riportava un discorso di Pericle sulla democrazia. Troppo sovversivo per gli autori della trasmissione, pur avendo 2500 anni d’anzianità, era troppo imbarazzante per qualcuno. Poi fu la volta di Molière, a tarda notte. Nessuno vide in Rai la seconda parte dello spettacolo. Un genio assoluto, 30 anni di teatro, una quindicina di tv, persino una decina di film, anche se il cinema non l’ha mai capito. Certo, “Kamikazen” e “I cammelli”, però, ve li consigliamo. Paolo Rossi sa fotografare il nostro paese con perfida comicità e una cultura incredibile.
 


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