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Prime volte... in acqua

Qual Ŕ il metodo migliore per insegnare ai nostri figli a nuotare?

Gio 27 Ago 2020 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

La mia prima volta senza paura di annegare, la prima volta a nuotare in un’acqua perfetta e cristallina è un ricordo meraviglioso. E una memoria vivida, perché a sedici anni compiuti non ero certo una bambina. 

Saremo anche un popolo di santi, poeti e navigatori, ma l’italiano che cade dalla caravella avrà parecchie probabilità di finire male. Pare infatti che due milioni di ragazzi tra i 7 e i 18 anni non sappiano nuotare. E un’altra fetta considerevole, due milioni e settecentomila, riesce appena a galleggiare e muoversi in avanti. Il nuoto, insomma, è una capacità riservata a tre adolescenti su dieci, se è corretto il risultato del rilevamento diffuso dal pediatra e docente universitario Italo Farnetani. Un po’ poco per un Paese che è circondato dal mare per tre lati su quattro.

Sarà colpa del modo un po’ spiccio di insegnare a nuotare che è stato in voga per tanti anni? Ho provato a fare un “sondaggio” tra gli amici e buona parte racconta di essere stato lanciato in acqua quando era ancora molto piccolo, dopo aver ricevuto sommarie istruzioni: respira fuori dall’acqua, batti i piedi, stai tranquillo. 
Sono ricordi misti, striati di nostalgia in certi casi, nostalgia per il nonno rude che li ha aiutati a muovere i primi passi. Per alcuni anche frammenti parecchio sfocati, ma c’è anche chi ammette di aver provato sincero terrore.
Oggi che i metodi sbrigativi con cui sono state cresciute intere generazioni di bambini sono stati messi al bando, l’approccio diretto non va più. C’è chi raccomanda la gradualità più estrema, partendo addirittura con un corso di acquaticità, cioè adattamento al rapporto con l’acqua, che i bimbi possono fare già a pochi mesi di età. Ricorrere all’istruttore a quattro mesi forse è un po’ troppo anche per la nostra generazione di genitori iper apprensivi, ma di certo un contatto graduale con l’acqua può aiutare a prendere confidenza. In molti consigliano per i piccolissimi una ciambella con mutanda per il debutto in acqua, per i più grandini c’è il giubbotto gonfiabile, i tubi galleggianti, i braccioli. Si può partire insegnando a fare le bolle in acqua, poi a inspirare fuori ed espirare sott’acqua, a sbattere i piedi e infine a coordinare le due cose.
Di sicuro, rispetto all’approccio brusco di una volta, c’è che il rischio di bere tanta acqua al primo tuffo e restare spaventati, innescando un rapporto traumatico con l’acqua, esiste. Non bisogna però nascondersi che esiste anche una predisposizione: non saprei come spiegare altrimenti il fatto che ci siano bambini che non vedono l’ora di tuffarsi e altri che provano fastidio anche a mettere le mani sotto il rubinetto.
Per me il rapporto con il mare è sempre stato controverso: da bambina andavo spesso nel Tirreno, una zona a fondale sabbioso che rende l’acqua poco trasparente. La sensazione di timore, di non controllare quella massa potente e capace di sollevarti e buttarti giù l’ho sempre conservata. Ma forse non è un caso che sia riuscita a lasciarmi andare sotto la paziente guida di uno zio nuotatore in un posto dal fondale completamente trasparente, e quindi meno ignoto, e dove bastavano pochi passi per non toccare più il fondo. Un luogo magnifico in Sicilia, dove proprio per la profondità dell’acqua non c’erano grandi alternative: o tuffarsi e nuotare o restare a riva mentre i miei cugini si divertivano. Ricordo solo l’enorme soddisfazione quando sono riuscita a restare a galla e a muovermi. Improvvisamente, quella meraviglia liquida non era più la mia nemica giurata. Una vittoria che fa bene a tutti i bambini e li aiuta a vivere meglio e più sicuri.                   

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