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Demi Moore: diva immortale

Demi Moore: “In un’autobiografia senza filtrii racconto gli anni bui che ho vissuto”. A 57 anni una delle attrici più pagate e amate di Hollywood si mette a nudo

Lun 28 Set 2020 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Dalla cantinetta di casa con mattoni a vista e poltrone di pelle nera sparse ovunque, Demi Moore si collega in streaming alla Mostra internazionale del cinema di Venezia – che non ha mai visitato dal vivo – per raccontarsi in un incontro targato Mastercard. Ha una lunga chioma corvino e gli occhiali da aviatore e, mentre parla sorseggiando un caffè, accarezza uno dei suoi cagnolini, mentre sullo sfondo, su un alto sgabello, s’intravede una bambola a grandezza naturale e gambe incrociate, in un abito da sera rossa. «È stata creata in Italia, lo sai? - dice con una punta d’orgoglio -. Ha le fattezze di Marlene Dietrich». D’altronde in questo periodo di lockdown, trascorso con l’ex marito Bruce Willis e le tre figlie, ha sempre voluto condividere la sua dimora con i fan, lasciandoli sbirciare dietro le quinte della sua vita domestica.

Come ha trascorso questo momento d’isolamento?
«Sono grata di essere in salute, perché so che questo virus può colpire tutti, indistintamente, quindi ho riflettuto su cosa ho e cosa potrebbe essermi portato via. Lo dico a bassa voce, timidamente, e cerco di vedere in questi tempi difficili un’opportunità di crescita. Guardo l’intera situazione da un’altra prospettiva e ringrazio gli strumenti tecnologici che ci fanno sentire vicini e, ad esempio, mi porta al festival di Venezia pur non essendoci mai stata dal vivo».  

Quando guarda indietro, cosa ricorda del suo debutto?
«A 15 anni vivevo in un appartamento a West Hollywood e una dei vicini era l’attrice Nastassja Kinski: mi ha aperto gli occhi e ispirata a pensare all’attrice come ad una professione. Parlava bene inglese, ma non era a suo agio con la lingua, così le leggevo i copioni ad alta voce, mentre guardavo la magia che emanava e che io volevo emulare a tutti i costi».

Chi altro l’ha ispirata?
«Il regista Garry Marshall, che ho incontrato verso i 14 anni sul set di “Happy days”, dove ho avuto fortuna di assistere alla registrazione di una puntata grazie all’invito di un amico. Me l’hanno presentato, cosa che lui non ricordava anni dopo quando gli ho ricordato quanto mi avesse cambiato la vita con una semplice frase. «Se resti onesta con la tua energia – mi ha detto - farai cose grandi». Mi è sembrato un messaggio divino, qualcosa che mi è restato dentro da quel momento in poi e mi ha cambiato la vita per sempre, mi ha resa cosciente delle mie potenzialità. Avevo bisogno di sentirmelo dire, perché non avevo la guida dai genitori e mi ha portato nella direzione giusta».

Che stile voleva avere?
«Provocatorio – e non lo dico solo in chiave sessuale –, perché pensavo fuori dagli schemi, seguivo il cuore e le emozioni e mi facevo mille domande. Volevo scoprire chi fossi e imparare a volermi bene, cercavo in ogni direzione pezzi diversi di me».  

Quale lezione ha imparato?
«All’epoca del mio debutto la situazione delle donne al cinema era diversa, ma qualcosa non è cambiato, ossia il desiderio di farne parte a tutti i costi, impegnandomi e affrontando i rifiuti senza prenderli sul personale o cercando conferme nel giudizio altrui, perché ti possono arrivare solo da dentro». 

Cos’è il cinema per lei?
«Guardare il riflesso di noi stessi e della nostra interiorità sul grande schermo è un dono, ci permette di conoscerci meglio e di abbracciare i nostri limiti, oltre ad offrirci una prospettiva nuova sulla vita, capace di renderci felici. Il film diventa l’estensione di noi stessi e un processo di guarigione. Adoro entrare in una sala buia, vivere quest’esperienza magica che trasporta altrove».

La prima volta in sala?
«”Gangster story” mi ha totalmente rapita nelle emozioni e nello stile e mi ha fatto interrogare sul fatto che persino in persone considerate cattive si può trovare un barlume d’umanità». 

E le piattaforme streaming?
«Offrono opportunità uniche dando risalto a generi meno pop, come il documentario, e per me che sono un’avida consumatrice di storie di “true crime” è una benedizione, nonostante sia un viaggio nel lato oscuro dell’umanità». 

Ci vorrebbe lavorare?
«Mi piacerebbe sperimentare una serie lunga, sarebbe come vedere tanti film tutti insieme uno dopo l’altro e sviluppare un personaggio nel tempo, invece che nell’arco di due ore, come succede al cinema».

Non si può dire che le manchi il coraggio. In pandemia ha girato il film “Song bird” firmato da Michael Bay. Com’è stato?
«Racconta una pandemia nel futuro prossimo, un racconto istruttivo che mette in scena i nostri peggiori incubi con il virus. In questo racconto il mondo separa chi è sano da chi è malato, con una minoranza – di cui fa parte il mio personaggio – di immuni che sono dotati di una libertà assoluta. È stato il primo film ad avere l’ok per le riprese durante il lockdown e mostra paure e insicurezze a cui è facile relazionarsi. Stavolta divento madre e moglie disperata che si affida al mercato nero per sopravvivere». 

Di cos’altro si è occupata durante questo stop forzato?
«Ho registrato un podcast con Shana Feste che ora è diventato uno show, perché sono convinto che la cultura della rappresentazione ci permette di ascoltarci e sostenerci a vicenda. Voglio lavorare di più con le donne, perché la nuova generazione di cui fa parte la mia figlioccia di 12 anni sappia guardare a ruoli femminili finora considerati appannaggio maschile». 

Due momenti della carriera che l’hanno messa duramente alla prova da un punto di vista fisico ed emotivo?
«”Soldato Jane” mi ha imposto un training militare intenso, una versione modificata di quella dei SEAL, che mi ha aperto un mondo su cosa affrontano le donne soldato. “Ghost”, invece, mi ha imposto una staticità innaturale: non volevo essere sopraffatta dalle emozioni, ma calibrarle, ecco com’è stato possibile che la scena in lacrime diventasse poi iconica. Era spontanea, vera, sentita».

Per cosa vorrebbe essere ricordata?
«Per un’artista che nelle sue scelte, da “Soldato Jane” a “Striptease”, ha dimostrato coraggio, ha sfidato i pregiudizi e i limiti e non ha avuto paura di pretendere risposte, propri spazi, in autonomia e libertà».   

 


L’INSIDE OUT DELLA MOORE

Demi Moore (nome d’arte di Demi Gene Guynes), a 57 anni ha preso in mano la sua vita per raccontarsi in un’autobiografia senza filtri, “Inside out” (Fabbri editore), che ripercorre gli anni d’oro, non solo da sex symbol Anni Ottanta, ma i tre matrimoni falliti (con Freddy Moore, Bruce Willis e Ashton Kutcher). Ha detto che era arrivato il momento per le tre figlie (Rumer, Tallulah e Scout) di vedere lo strazio della dipendenza da alcol e droga, spiegando loro come si sentisse in quei tempi bui. Alla Mostra del cinema di Venezia 2020 ha partecipato in forma virtuale in una serie di incontri organizzati da Mastercard. Durante l’incontro ha rivissuto le tappe cult di una carriera scintillante che include “Soldato Jane”, “Ghost” e “Proposta indecente”. Diventata una delle star più pagate di Hollywood, la vedremo presto nella serie “Brave New World” di Starzplay (disponibile anche in Italia su RakutenTV) e nella miniserie “Dirty Diana”. Durante la pandemia ha girato il thriller apocalittico “Songbird”. 

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