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Viaggio in Perù

Il fascino della città perduta e del tesoro degli Inca, dei lama, del Machu Picchu e del Titicaca

Gio 05 Nov 2009 | di Manuela Senatore | Mondo
Foto di 16

E' con forti emozioni che si parte per il Perù, meta che evoca memorie leggendarie come la città perduta e il tesoro degli Inca. Il volo diretto da New York porta comodamente a Lima in sette ore. All’aeroporto incontriamo il messo dell’hotel España con il cartello che ha i nostri nomi. Deve comunicare con l’autista del pulmino che ci è venuto a prendere, ma non possiede un cellulare e chiede a noi gli spiccioli per il telefono pubblico. Mentre aspettiamo, siamo asfissiati dal tanfo dei gas di scarico. Lungo la via ci fermiamo a fare benzina. Giunti al centro, la guida ci indica le strade pedonali che collegano le due piazze principali: diversamente dal resto sono ancora popolate e illuminate. L’hotel è un antico palazzo nobiliare decorato con statue classiche e percorso da una regale scalinata che porta ai vari piani. Al mattino siamo pronti per la prima colazione peruviana. In realtà consumiamo un sandwich al formaggio, ma beviamo mate de coca (l’infuso fatto con la famosa foglia degli Inca). Camminiamo nel centro che appare grigio e attraversato da passanti vestiti alla meglio che vanno senza fretta. Ci aspetta una giornata di viaggio in bus, decidiamo di fare provviste: al supermercato c’è abbondanza di frutti tropicali, yogurt fresco e insaccati conditi nei modi più  fantasiosi. Il resto della giornata visitiamo Plaza de Armas, pattugliata da militari in assetto antisommossa; poi raggiungiamo il Monasterio de San Francisco, assediato dai piccioni. Qui visitiamo le catacombe che conservano centinaia di migliaia di ossa, residuo delle vite passate dei monaci. La sensazione è a dir poco agghiacciante e la disposizione a cerchi concentrici di femori e teschi rende la vista quasi surreale.

In viaggio per Cuzco
ll bus per Cuzco ci porterà nell’entroterra ad un’altitudine di 3.400 metri. Viaggiamo con la compagnia Cruz del Sur che è ritenuta abbastanza affidabile da arrivare a destinazione. Ma nel cuore della notte mi sveglio accorgendomi che siamo fermi per strada: ne domando la ragione e mi dicono che il bus si è rotto e che dobbiamo aver pazienza. La sosta dura alcune ore e quando ripartiamo il sollievo è temperato dalla notizia che il viaggio sarà più  lungo del previsto. È ormai mattino quando sostiamo in un minuscolo villaggio: ci sono un paio di botteghe, bambini quasi randagi e soprattutto un’officina. Il borgo è battuto dai venti e la vista sulle montagne ci conforta dei disagi. Il viaggio riprende e cominciamo a girare intorno a curve infinite salendo e costeggiando paesaggi desolati. A tratti si vedono cantieri aperti: segno che imprese di vari paesi (tra cui la Cina) hanno iniziato a investire da queste parti. Per qualche viaggiatore la crisi da altitudine comincia a farsi sentire. Il sole è alto nel cielo e bisogna tenere chiuse le tendine per ripararsi dal suo abbraccio brutale. Il paesaggio è diventato montuoso e si intravvedono cime innevate. Di sera arriviamo a Cuzco. Il tassista che ci porta all’ostello ci parla delle feste religiose di luglio e del tesoro che gli spagnoli non hanno mai restituito. L’ostello sembra una specie di forte con un cortile di acciottolato sul quale si affacciano le stanze. Noi siamo nel dormitorio al piano terra. L’aria è un pò stagnante, ma siamo troppo stanchi per curarcene.

Destinazione Machu Picchu
Sono da poco rientrati i reduci da una notte di divertimenti, mentre noi ci prepariamo a uscire: prendiamo un taxi per Poroy dove si parte per Machu Picchu. Alla stazione, un gruppo di donne si affanna a vendere bottiglie d’acqua ai turisti. C’è anche un uomo che vende pacchetti di foglie di coca che si masticano per combattere la nausea da altitudine. Finalmente il treno parte per la Valle Sacra, prima attraversa campi e villaggi, poi il paesaggio si fa aspro e montuoso. Il Rio Urubamba scorre impetuoso sotto di noi e il treno si srotola intorno alle curve come un serpente di ferro. Durante le soste, donne si accostano ai finestrini offrendo prodotti artigianali (bambole, borse e magnifiche stuole). Vediamo pure gruppi di turisti con lo zaino, in marcia sul leggendario sentiero degli Inca che, tra arrampicate e rovine, porta a Machu Picchu in quattro o cinque giorni. Il governo ha regolamentato l’accesso turistico al sentiero e rilascia solo 500 permessi al giorno prenotati da tutto il mondo con mesi di anticipo. Partiti all’ultimo momento, noi ci dobbiamo accontentare delle bellezze e delle rovine che si vedono dal treno. L’ultima fermata è ad Aguas Calientes, il borgo a valle di Machu Picchu cresciuto a ritmi da speculazione per ospitare le orde crescenti di turisti. Lungo entrambi i lati del fiume, la cittadina offre gran varietà di pensioni, hotel e ristoranti. Noi ci fermiamo all’Inti Wasi, una casa familiare convertita a ostello. Subito acquistiamo i biglietti (circa 45 dollari per un ingresso) e prendiamo il minibus che porta al sito archeologico. Comincia una salita a zig zag tra le ombre di lussureggianti vette che si stringono intorno a noi. La via è polverosa e solo l’abilità dell’autista impedisce di slittare lasciando abbastanza spazio per i bus in discesa. Il traffico è fitto con un minibus in partenza ogni quindici minuti. Quando la città perduta si apre al nostro sguardo ci sembra di aver conosciuto queste rovine da sempre (che i conquistadores spagnoli non la videro mai). Senza mai smettere di fare foto, giriamo passando per il Tempio del Sole, il Tempio delle Tre Finestre, la Piazza Centrale e il Tempio del Condor. Facciamo pure amicizia con i lama che scorrazzano liberamente tra le rovine. Tra un giro e l’altro arriva il tramonto ed è uno spettacolo di luci e ombre che si abbracciano tra le vette e le pietre antiche. 


Un sito a forma di condor
L’indomani ci proponiamo di tornare al Santuario per goderci l’alba. Arriviamo alla piazzetta del bus che è ancora notte e scopriamo che altre centinaia di persone sono in fila. I bus arrivano uno dietro l’altro, ma, quando riusciamo a prenderne uno, le luci del giorno già si annunciano tra le nubi rosate. È anche troppo tardi per arrampicarci sul Wayna Picchu (il picco che sovrasta Machu Picchu): solo 150 visitatori al giorno riescono a fare l’arrampicata e a godersi una vista unica del sito che da quell’altezza ha la forma di un condor. Allora procediamo con calma accontentandoci di visitare quello che non abbiamo visto il pomeriggio precedente. A metà mattina c’è una vera invasione di turisti. In serata rientriamo a Cuzco e apprendiamo che dovremo passarci una giornata, visto che gli autobus sono in sciopero e il treno per Puno costa quasi 200 dollari. Ma non ci dispiace: Cuzco era la capitale dell’impero Inca e di certo vale una giornata di visita. Passiamo ore incantate tra i ritmi placidi del quartiere San Blas (con le case bianche che spiccano nel cielo azzurro), tra le mura storiche del centro e i massi colossali del forte Saqsaywaman. Intorno si muove un’umanità variegata di bambini con i lama che si fanno fotografare a pagamento, di artigiani che trattano con i turisti e di abitanti che si godono la giornata lentamente. A cena decido di assaggiare il cui, il porcellino d’India arrosto che è una specialità locale; la mia compagna di tavolo, un’argentina veterinario, mi fa notare con un certo sarcasmo che sto mangiando uno dei suoi clienti. Beviamo pisco sour, una bevanda che ricorda il margarita, ma miscelata con il pisco, un distillato d’uva prodotto in Perù.

Il lago tra due nazioni
L’indomani siamo di nuovo in viaggio procedendo verso Puno, che è il punto d’imbarco per il lago Titicaca. Il bus turistico ci porta a vedere gli affreschi della chiesa coloniale di Andahuaylillas, le rovine incaiche di Raqchi, cittadella strategica di un impero che univa il Sud America, il museo di Pokhara con i resti di feroci civiltà preincaiche cancellate dai conquistadores. Il pranzo è accompagnato dalle tipiche melodie di flauti  e chitarre suonate da un gruppo musicale in costume tradizionale. Il momento più emozionante è la sosta al passo della Raya (4.300 metri) dove due cordigliere andine s’incontrano. È un paesaggio maestoso di montagne innevate che troneggiano sulla distesa gialla degli altipiani. Questo scenario continua fino a Juliaca, che è una città commerciale a un’ora da Puno, dove ci fermiamo per la notte.

Le isole del lago Titicaca
L’indomani prendiamo una barca per le isole del lago Titicaca. I pescatori si sono organizzati per traghettare i turisti e, se non c’è posto nella barca, fanno scendere le donne locali con le ceste e gli scialli pieni all’inverosimile. Ci si sente un po’ in colpa per questo sopruso, ma intanto cominciamo a navigare il grande lago che divide il Perù dalla Bolivia. La prima sosta è alle Islas Flotantes, gli isolotti che gli indigeni Aymara hanno costruito intrecciando le piante di totora che crescono nel lago. Quando lo strato sotterraneo comincia a marcire, un nuovo strato viene aggiunto in superficie; per questo sembra di camminare sulla paglia quando ci si muove intorno. Non solo le isole, ma anche le capanne, le barche e gli oggetti quotidiani sono fatti di giunchi. Siamo accolti da gruppi di donne la cui unica occupazione sembra quella di vendere mercanzie ai turisti; i bambini piccoli schiamazzano e giocano con un aquilone fatto con buste di plastica. La guida ci spiega i segreti della vita locale e come tutto funziona su questi 200mq di superficie instabile.

L’isola dai colori magici
A seguire c’è Taquile, l’isola dai colori magici dove passiamo la notte. C’è un ristorante centrale dove tutti i giorni si gusta la trota alla piastra affacciati sul turchese del lago. Il cameriere ci spiega che il locale ha una gestione comunitaria. Tutte le 2.000 famiglie dell’isola ci lavorano per una settimana con un turno ogni tre anni. Anche il centro artigianale funziona come una cooperativa con i redditi divisi tra tutti quelli che ci lavorano. Nel resto del tempo gli uomini si dedicano all’allevamento e all’agricoltura. È facile godersi la pace dell’isola (non c’è traccia di mezzi a motore) percorrendo i sentieri divisi da muretti di pietra che si reggono grazie alla forma delle rocce disposte l’una sull’altra senza uso di collanti. Qua e là spuntano cespugli di muña, un’erba spontanea con proprietà curative usata per il tè.

Negli abiti lo status sociale
I locali sono tutti vestiti in costume tradizionale: gli uomini portano berrettti dai colori vivaci che rappresentano il loro status sociale e indicano se sono sposati o meno; le donne hanno gonne ampie a fondo nero con bande colorate, camicette ricamate e calze che arrivano alle caviglie, con i sandali portati senza calze. Tutti quelli che incontriamo sono gentili e ospitali e rispondono al nostro saluto. Gruppi di bambini ci guardano incuriositi e reagiscono mettendosi in posa o fuggendo quando proviamo a far le foto. Una pastorella insiste a voler vedere le foto che abbiamo fatto alle sue caprette.

Cañon del Colca
Al mattino presto siamo già in partenza per il Cañon del Colca (profondo il doppio del Grand Canyon) che si stende per 100 chilometri, sovrastato da vulcani di oltre 6.000 metri. Il tempo è perturbato e i cespugli degli altipiani sono spruzzati di neve. Ci fermiamo a Cruz del Condor per osservare i rari volatili che danno il nome al luogo: anche se non amano volare con la pioggia, sporgendoci, li vediamo uscire dalle rupi con il loro volo circolare e solenne. Restiamo con il fiato sospeso e l’universo intorno sembra ugualmente immobile. A Cabanaconde, la cittadina rurale da cui si parte per le escursioni, passiamo un pomeriggio di ozio. Il mattino seguente c’incamminiamo verso il canyon e incontriamo i turisti reduci dall’arrampicata del ritorno. “C’est dur”, avverte un signore francese. All’inizio procediamo a passo spedito, ma, quando la discesa si fa impervia – bisogna scendere per circa 1.200 metri –, la fatica si fa sentire nelle ginocchia e ci consoliamo con lo scenario e con la vista dell’oasi che ci aspetta in basso. Sulla riva del fiume sono sorti rifugi per i turisti e ci sono varie piscine di acqua naturale. La giornata passa tra un bagno nella piscina, una birra ascoltando le storie di altri turisti e un falò. Poi c’è la risalita che affrontiamo in tre tappe. La seconda è la più dura, perché abbiamo nelle gambe la fatica del primo tratto fatto di corsa e ancora ci aspetta una lunga salita. I turisti più pigri ci sorpassano trasportati dai muli. È una soddisfazione farcela, riattraversare i campi e sostare al villaggio per una colazione abbondante a base di uova e marmellata. Di ritorno ad Arequipa ci scorre davanti un mondo di villaggi poveri.

Le misteriose linee di Nazca
La nostra ultima tappa è a Nazca, dove sorvoliamo le enigmatiche linee incise nel deserto della Pampa Colorada. Il volo emoziona come ci si aspetta. Il pilota vira abilmente a destra e a sinistra in modo che tutti i passeggeri dell’aereo possano riconoscere le famose immagini (che forse rappresentano uno zodiaco): la scimmia, il condor, la balena, il ragno e molte altre. È impressionante vedere queste figure lunghe centinaia di metri che si apprezzano solo dall’alto, ma tracciate da una civiltà che presumibilmente non sapeva volare.

Il ritorno
è il momento di far ritorno a Lima e viaggiamo lungo la costa con la vista e i colori dell’Oceano. L’ultimo giorno lo passiamo nel quartiere di Miraflores. Ci sono le onde e i surfisti, ma invece di buttarci in queste fredde acque preferiamo viziarci con un pranzo nel lussuoso ristorante La Rosa Nautica che si affaccia sul mare: il pesce ci viene servito dentro una gigantesca conchiglia. Alla fine, quando arriviamo all’aeroporto, la compagnia aerea ci offre di restare per un giorno e io sono quasi tentata di accettare, ma il nostro animo è mutato e pronto al ritorno.                                                                 
 


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