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Greta: le inutili promesse dei politici

Greta Thunberg volto di una rivoluzione pacifica, ispirazione di una generazione intera, č arrivata al Festival di Venezia (in streaming) per raccontare il suo documentario “I’m Greta”

Lun 28 Set 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Ha rinunciato a partecipare dal vivo alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia per non saltare giorni di scuola. Ha incontrato – virtualmente – la stampa di tutto il mondo durante la pausa della ricreazione. Niente tappeto rosso per Greta, le uniche lezioni a cui rinuncia sono quelle che sacrifica sull’altare dell’ambiente. È lei, questa 17enne svedese, ad aver dato inizio ad un movimento giovanile per la salvaguardia del clima e ora è la protagonista di un documentario a lei dedicato, “I’m Greta”, che in autunno arriverà per tre giorni nelle sale italiane in un evento speciale targato Koch Media.

Basta parlarle per capire che la giovane Thunberg non cerca di compiacere nessuno, né si cura minimamente del giudizio altrui: la sua unica preoccupazione riguarda la salute della Terra, il resto è semplicemente contorno, rumore di fondo, persino distrazione.

Quanto conta per lei che sia il primo grande festival di cinema mondiale a mostrare il suo documentario?
«Moltissimo, perché la rinascita di Venezia ha un valore incredibilmente simbolico».

Nei discorsi filmati per il progetto, lei ribadisce un concetto piuttosto semplice: non sono i bambini a dover salvare il mondo. Cosa intende?
«Intendo dire che non devono essere i bambini a farsi carico dei problemi che gli adulti e i potenti hanno creato. È un lavoro per gli scienziati, i media, i leader che invece delegano troppa responsabilità sulla mia generazione».

Qual è il prossimo obiettivo del movimento?
«Resta sempre lo stesso: continuare a comunicare lo stato di crisi in cui l’ambiente versa e pretendere risposte per la salvaguardia comune. Insistere, insistere, insistere e continuare a diffondere la consapevolezza dello stato attuale delle cose».

Crede che i politici l’abbiano riempita di promesse vacue?
«Non lo credo, lo so e basta. Mi sono resa conto però che per tutto il periodo in cui il regista Nathan Grossman mi ha seguita in giro per il mio percorso qualcosa è cambiato. Si è sviluppato intorno a me un certo senso di consapevolezza e finalmente abbiamo iniziato a trattare la crisi climatica come una crisi vera e propria. Le parole devono diventare azioni concrete».

Ha mai pensato ad una carriera diversa da quella che sta intraprendendo, a tutela del clima?
«Prima di scoprire l’attenzione al clima da piccola mi affascinava moltissimo la scienza e mi vedevo già in futuro con le provette di un laboratorio sotterraneo a fare esperimenti. Ma quella visione di me come ricercatrice l’ho abbandonata successivamente, quando mi sono resa conto che il mondo ha anche bisogno di azioni. Abbiamo bisogno di ricercatori e scienziati, ma il mio posto è in prima fila nella protesta, è lì che sono più utile».

Pensa che la pandemia abbia risvegliato le coscienze?
«No, semmai ha mostrato chiaramente i limiti degli esseri umani, che non riescono a gestire più di un’emergenza alla volta. Il problema climatico non può essere messo in stand by in attesa che la pandemia faccia il suo corso. Il clima resta ancora un problema gravissimo da affrontare subito».

Sul suo conto hanno scritto di tutto, come riesce a farsi scivolare addosso le polemiche?
«Credo che questo film possa aiutarmi a far emergere chi io sia davvero. So che la gente si lascia trascinare da teorie cospiratorie e dicono che sono un burattino manipolato da forze più grandi di me, ma non è vero. I discorsi pubblici me li scrivo da sola e sono l’unica a decidere per me stessa. E si vede chiaramente».

Si è sempre sentita a suo agio a raccontarsi di fronte alla telecamera?
«Quando ho conosciuto il regista era da solo, con un microfono in mano e faceva tutto senza alcun assistente, non aveva neppure un tecnico del suono. Tutto questo mi sembrava professionale e allo stesso tempo spontaneo. Mi seguiva in silenzio, passo dopo passo, ma io continuavo a fare quello che dovevo, senza minimamente prestarci caso».

Il suo è stato un atto di fiducia enorme. Ripensamenti?
«A volte sì, dubitavo del risultato, proprio perché faceva sempre tutto da solo, mettevo in discussione le sue capacità ed ero piuttosto preoccupata. Mi ha seguito a lungo e mi spaventava l’idea che potesse raccontare una storia in cui non mi riconoscevo affatto». 

In che senso?
«I giornali mi descrivono come una ragazzina arrabbiata, una che piange e urla contro i leader politici del mondo alle Nazioni Unite». 

E invece?
«Io sono anche molto altro, una persona timida e nerd, ma forse ancora il mondo non lo sa».                                                                  

 


Fridays for Future

Fridays for futures nacque quando Greta, dall’agosto del 2018 ogni venerdì, iniziò a manifestare di fronte al Parlamento del suo Paese con il cartello “Sciopero scolastico per il clima”.

 


Greta, basta la parola

Greta Tintin Eleonora Ernman Thunberg è la diciassettenne attivista ambientale svedese che ha ideato il motto “Sciopero scolastico per il clima”, nel 2018. L’iniziativa ha scatenato un effetto domino ed è diventata emblema ambientalista del movimento Fridays for Future, una leader dalle idee chiare e dall’eloquenza asciutta. Figlia di una cantante e di un attore, ha la sindrome di Asperger di cui ha parlato anche nell’autobiografia “La nostra casa è in fiamme”. È stata una relatrice al vertice COP24 delle Nazioni Unite e ha usato parole molto dure nei confronti dei leader della Terra. Ha incontrato Papa Francesco, ha parlato al Parlamento europeo e ha guidato a New York la marcia per il clima. Persona dell’anno 2019 del Time magazine, ambasciatrice per Amnesty International, ha vinto il Premio internazionale per la pace dei bambini. Alla 77° Mostra internazionale del cinema di Venezia arriva il documentario sulla sua vita, “I’m Greta”, presentato in anteprima mondiale. 

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