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Margherita Granbassi: in pedana contro il cancro

Ha cominciato da bambina insieme alla mamma. Oggi la ex campionessa di scherma è diventata ambassador dell’Airc

Lun 28 Set 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 8

La scherma è stata la sua vita fino a qualche tempo fa. Ha gareggiato, vinto e viaggiato. E lo ha fatto sempre con forza, determinazione, passione, senza mai arrendersi, neanche quando gli infortuni l'hanno costretta a ricominciare. Ha forgiato il suo carattere a colpi di fioretto, ha saputo trasformare una battuta di arresto in una occasione per rimettersi in gioco. Finché è scesa da quella pedana e ha deciso di fare la mamma, intraprendendo nuove strade, sperimentandosi come giornalista sportiva e decidendo di andare alla ricerca di una nuova Margherita Granbassi. 

Da alcuni anni, nella sua vita, tuttavia è subentrato un nuovo impegno: quello di ambassador dell'Airc, Fondazione della quale è volontaria sin da bambina, insieme alla mamma.   
«Ho conosciuto l'Airc quando ero molto piccola, grazie a mia mamma che era ed è una volontaria. Mi portava alle giornate dedicate alla raccolta fondi e mi dava piccole mansioni. Con il tempo, crescendo e diventando sempre più forte fisicamente grazie all'attività sportiva, ho aiutato anche a scaricare i camion per allestire i banchi in quelle giornate. Finché ho cominciato ad avere un rapporto diretto con le persone. Un momento importante, perché da lì ho capito quanto era prezioso quello che stava facendo mia mamma e che io e altri della famiglia facevamo. Così pian piano mi sono aperta alle emozioni delle persone che venivano in piazza a prendere la azalee». 

Un momento durante il quale chi si avvicina al banchetto desidera raccontarsi e soprattutto dire grazie a chi dona il proprio tempo. 
«Molti ti raccontano storie a lieto fine, quanto sia importante la ricerca, il lavoro di volontario. Altri ti raccontano storie diverse... ma tutte comunque ti danno la forza di andare avanti». 

Anche durante gli anni del grande impegno sportivo, hai continuato a fare la volontaria?
«Certamente, finché mi hanno chiesto di fare l'Ambassador, ma senza interrompere il mio lavoro di volontaria: quando posso, in piazza ci vado con grande piacere…». 

Che emozione è stata ricevere dal Presidente Mattarella il riconoscimento per l’impegno con l’AIRC?
«Sono stata molto felice! Con me c’erano persone eccezionali, come i ricercatori AIRC. Quello che ho provato è stato un forte senso di appartenenza a una squadra. È stata una splendida occasione per confrontarsi e un momento di grande crescita!». 

Quanto è importante lo sport come prevenzione alle malattie?
«Io ho fatto dello sport fino a pochi anni fa. Era la mia ragione di vita, era il mio lavoro. Ma l’attività motoria in genere fa bene. Ti aiuta anche ad affrontare con più vigore problemi di salute, ma anche a prevenire. Quindi credo sia fondamentale ritagliarsi una parte di tempo da dedicare solo a noi stessi e all’attività motoria. Da alcuni anni purtroppo non ne faccio come prima, per diversi motivi: dopo gli infortuni che ho avuto, devo stare attenta a scegliere il movimento giusto. Comunque amo trascorrere il tempo libero all’aria aperta, cercando di far capire anche ai bambini quanto è importante lo sport! Per me è molto importante dare il buon esempio, soprattutto in tempi così difficili».

Con tua figlia Leonor, nata nel 2015, fai quello che ha fatto tua mamma con te?
«Sì! La prima volta è venuta con me un anno fa: già sa perfettamente di cosa si tratta, perché io le racconto tutto, con le parole adatte ad una bambina di 5 anni. E vedo che lo fanno tutte le volontarie Airc con i loro figli».

Che mamma sei?
«Sono una mamma severa, soprattutto in merito all’utilizzo di cellulari e tablet. Sono una di quelle mamme che inventa attività e giochi all’aria aperta e che tenterà di rimandare il più possibile l’acquisto di un cellulare. Sono consapevole che è giusto che i giovani non siano disadattati rispetto ai tempi che vivono, ma per me sono fondamentali le regole e soprattutto con me non c’è possibilità di scaricare giochi sul telefono, né di stare in tavola con il telefonino. È chiaro che ci sono dei momenti particolari, come durante il periodo di lockdown: io dovevo lavorare e mia figlia mi vedeva attaccata al cellulare, ma le facevo e le faccio capire che si tratta di lavoro e non di gioco. Certo non è semplice trovare sempre delle attività da far fare e purtroppo i bambini sembra che come nuovo e primo obiettivo abbiano messo quello di avere in regalo il cellulare. Sembra il loro miraggio, che poi diventa motivo di litigio tra i bambini quando si tratta di doverlo condividere con gli altri.  Quindi finché posso tengo duro».

L’hai iniziata alla scherma?
«Per ora no, perché ha solo cinque anni e ritengo sia troppo presto. Poi per la scherma si vedrà e dipende sicuramente da lei. Comunque è uno sport talmente particolare, per cui un bambino prima di salire in pedana deve essere già coordinato: deve avere l’idea del suo corpo nello spazio, deve saper già correre e muovere la mano. Poi, ovviamente, dipende dalla capacità di ogni bambino. Quindi, se farà scherma, accadrà quando la coordinazione sarà sufficiente. Io, per esempio, ho cominciato a 7-8 anni e ritengo che sia l’età giusta… Per ora va a nuoto due volte a settimana».

Quanto è stato duro per te scendere dalla pedana a 34 anni?
«È stata dura. È una fase molto delicata della vita di un atleta la fine di una carriera. Per me lo è stato di più perché non ho scelto quando e dove. Quando arrivi ad una certa età, inevitabilmente cominci a pensarci, sia dal punto di vista psicologico sia lavorativo. Io ho rotto il tendine rotuleo ed era il settimo infortunio importante che subivo al ginocchio. Non avrei avuto modo di tornare in pedana come avrei voluto. Negli ultimi anni della mia carriera avevo tentato di tornare ad alti livelli, ma dopo sette operazioni non è semplice. Dopo uno degli ultimi infortuni avevo ripreso la mia attività agonistica, addirittura ripartendo dalle gare regionali: gareggiavo con ragazzine con la metà dei miei anni! Ma devo dire che è stato un periodo che mi ha insegnato tante cose: a rimettersi in gioco, a ricominciare da zero, a capire qual è il percorso da fare… Non nascondo che è stato bello da un lato perché ho capito quante risorse avevo e quanta voglia avevo di ripartire dai primi passi…».
 
Hai scelto di insegnare?
«Non insegno e non ho mai valutato di fare. Ci sono state occasioni che mi sono piaciute, come quella di far parte di una accademy al Forte Village, oppure organizzare come ex atleta delle manifestazioni insieme ai colleghi, ma per il resto voglio andare oltre ciò che è stata la mia vita per anni. Quindi non vedo una quotidianità in palestra, anche se è rimasto un legame con lo sport molto forte, perché rappresento gli atleti al Comitato olimpico, essendo nel Consiglio nazionale del Coni. Inoltre, conduco telecronache su Eurosport per i campionati europei e mondiali: un’esperienza che temevo e che si è rivelata bellissima! Ma a parte questo, scesa dalla pedana, ho sentito il desiderio di sperimentarmi in altro e, soprattutto, di diventare mamma!».

Donne, sport e diritti.
«Per quanto riguarda la mia esperienza devo dire che è positiva, perché nella scherma non ci sono divari tra maschi e femmine. E, in realtà, devo ammettere che le donne sono più visibili dei maschi. La scherma femminile, in particolare il fioretto, è una eccellenza nello sport italiano. Sicuramente in altri ambiti c’è molto da fare, perché nessuna donna in Italia è professionista. Per fortuna si è mosso qualcosa l’anno scorso con i mondiali femminili di calcio».

Cosa ti ha insegnato la scherma?
«La scherma mi ha insegnato una cosa fondamentale che cerco sempre di portare in qualsiasi cosa faccia ed è l’argomento che affronto quando faccio incontri di team building: il sapere che ad ogni azione ce n’è una contraria. Nella scherma c’è un numero infinito di azioni, ogni azione la puoi fare in mille modi diversi, dipende da come stai, dall’arbitro, dall’avversario. Non c’è una gestualità ripetuta: pur essendoci degli schemi, c’è variabilità incredibile. Ma la cosa importante è che per ogni problema c’è una soluzione o un modo migliore per poterlo affrontare».           

 


I GIORNI DELLA RICERCA

Dal 1° all’8 novembre tornano i giorni della ricerca, durante i quali la Fondazione Airc presenterà anche i risultati di un anno di lavoro per la cura del cancro. Sabato 7 novembre in 1000 piazze saranno in distribuzione i cioccolatini della ricerca. Info: www.airc.it.

 


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