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Facciamo ripartire la musica

Concerti annullati, maestranze messe in ginocchio dall’inattività. Ma ora è tempo di ricominciare a cantare e suonare... dal vivo

Lun 28 Set 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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Secondo le stime fatte ad aprile da Assomusica, a fine stagione estiva ammonterebbero a circa 350 milioni di euro le perdite per il settore del live. Mancati introiti a cui si devono aggiungere anche le perdite legate all’indotto, circa 600 milioni di euro. Basti pensare che, solo per gli eventi di musica popolare contemporanea, lavorano circa 60mila persone. Numeri questi a cui si aggiungono i danni relativi al mancato versamento dei diritti d’autore e connessi, in relazione alla mancata attività dal vivo e alla chiusura degli esercizi commerciali, discoteche, palestre ed altri luoghi di aggregazione. Il potenziale danno, per gli autori e per gli editori musicali, è stimato da Siae in termini di mancati incassi per diritto d’autore, per il 2020, in circa 200 milioni di euro. Le vendite di CD e vinili sono crollate di oltre il 70% tra marzo e aprile (dati FIMI) e anche il digitale, a causa della contrazione di novità in uscita, non è in grado di compensare il declino generale. Si prevedono  oltre 100 milioni di mancati ricavi solo nel 2020. 

Il fermo delle attività ha prodotto in poche settimane effetti catastrofici sull’occupazione del settore. Noi siamo andati a sentire gli addetti ai lavori, gli Uffici Stampa, gli artisti e chi lavora da sempre sopra e dietro il palco per capire cosa sia necessario fare.


 


Il live? Insostituibile

Come reagire al collasso? Lo stato di salute della seconda Arte in Italia, dopo la botta del Covid

di Nadia Afragola

Dalia Gaberscik, figlia di Giorgio Gaber e di Ombretta Colli, oltre ad essere vicepresidente della Fondazione Gaber è titolare della società di comunicazione Goigest. La musica è il suo pane quotidiano, il mondo dello spettacolo il degno palcoscenico. Dal 1990 al 2000 Dalia è stata a capo della Direzione comunicazione del Gruppo Mediaset, occupandosi dell'ufficio stampa di Canale5, Italia1 e Rete4. Dal 2000 al 2013 la sua Goigest ha seguito la comunicazione dell'intero palinsesto de LA7, oggi segue la comunicazione di Lorenzo Jovanotti, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Gianni Morandi, Marco Mengoni, Achille Lauro, Bebe Vio. Con lei abbiamo fatto il punto sullo stato di salute del “sistema musica” nell’Italia del post-Covid.  
 
Cosa è accaduto in questi mesi nel mondo della musica?
«Questi mesi difficili hanno sicuramente cambiato tutti gli aspetti della nostra vita e del nostro modo di lavorare. Il mondo dello spettacolo è stato purtroppo uno dei più colpiti da questa situazione. La musica in realtà non si è mai fermata, si sono fermati i concerti live, ma tutti gli artisti si sono messi a disposizione del loro pubblico per rendere meno difficile un periodo così complicato. Nonostante le enormi difficoltà che abbiamo attraversato, si è respirata una grande solidarietà tra artisti e addetti ai lavori, un senso di appartenenza che in poche occasioni della mia carriera ho sentito così forte».

Parliamo della pesante crisi che sta investendo le 60mila persone che lavorano negli eventi tra addetti ai lavori, musicisti e tecnici. Che danni sono stati subìti? 
«I danni sono ingenti. Tutti gli operatori del settore che lavorano solo ed esclusivamente nell’ambito dei live si sono trovati senza lavoro e senza una data certa di ripresa. Sono stati mesi molto complicati e la sensazione è che purtroppo non sia una parentesi chiusa». 

Chi ha accusato maggiormente il colpo?
«Gli eventi dal vivo hanno subìto il colpo peggiore, ma tutto il nostro ambito ha avuto un decremento del lavoro. Quasi tutte le attività musicali, televisive e culturali sono state costrette ad uno stop e per noi che nello specifico lavoriamo nel ramo della comunicazione ha significato un calo importante delle attività. La mia agenzia ha avuto la fortuna di aver portato a termine dei progetti molto importanti anche durante i mesi di chiusura, ma sicuramente il modo di lavorare è cambiato in maniera radicale».

Che iniziative ci sono state? 
«Il mondo dello spettacolo ha creato una rete di iniziative, per lo più social, che hanno permesso di dare continuità al nostro lavoro e hanno tenuto acceso il dialogo e lo scambio emotivo tra artisti e fan. A livello pratico, i musicisti e i lavoratori dello spettacolo si sono uniti nel chiedere al governo delle risposte attraverso pensieri, appelli, campagne per sensibilizzare le istituzioni nell’aiutare il nostro comparto culturale, ma anche nel riconoscere che la musica crea un mondo di connessioni ed emozioni che non sono semplice intrattenimento».

Parlando di soluzioni, avrebbe senso mettere in piedi un tavolo tecnico di confronto?
«La musica non è solo intrattenimento e cultura, è anche economia: smuove indotti, sostiene interi nuclei familiari. È assolutamente sensato lavorare in questo senso, mettere in piedi un tavolo di confronto che sia inclusivo, che parli di soluzioni concrete ed è bello che per una volta tutti, artisti tecnici e organizzatori, si siano mossi nella stessa direzione».

Un’agenzia come la sua ha fatto delle proposte ai suoi artisti?
«Abbiamo cercato di lavorare “insieme” agli artisti per mettere in atto e sostenere nuove iniziative. È stata una sfida lavorare in un contesto totalmente nuovo e con restrizioni che fino ad ora nessuno di noi si era trovato ad affrontare. Ad esempio, in occasione della presentazione del progetto televisivo di Lorenzo Jovanotti “Non voglio cambiare pianeta” andato in onda da aprile su Raiplay, abbiamo organizzato una conferenza stampa sulla piattaforma Zoom alla presenza di 100 giornalisti, la prima forse mai realizzata così, un modo nuovo di comunicare che nonostante la situazione ha avuto un grande successo». 

Che programmi avete per il futuro?
«La speranza nostra e di tutti è quella che si possa ritornare presto alla normalità. I tempi saranno lunghi, ma guardo con ottimismo al futuro. Nel frattempo, lavoriamo con impegno ai progetti che abbiamo in essere per il prossimo autunno, affrontando le sfide della ripresa con entusiasmo, che credo sia fondamentale per fare bene il nostro lavoro».

Cosa è cambiato nell'organizzazione del vostro lavoro? Cosa cambierà ancora? 
«Abbiamo la fortuna di fare un lavoro che ci permette di seguire le nostre attività non necessariamente dall’ufficio, avendo a disposizione un computer e un telefono. È mancata la socialità, lavorare in gruppo, che senza ombra di dubbio è la forza principale del nostro team».

Cambierà la musica? La sua fruizione? La produzione?
«Credo che un certo cambiamento sia già in essere da alcuni anni, forse questa situazione ha accelerato alcune dinamiche. La fruizione della musica è sempre più online, e c’è consumo più rapido di tutto. Gli artisti giovani sono meno legati a dinamiche commerciali classiche. Ma gli eventi live che hanno avuto questa violenta battuta d’arresto non potranno mai essere sostituti, si inventeranno nuove forme, ma l’emozione del concerto resta unica».

Come risollevare l'indotto?
«Con il lavoro di squadra e la collaborazione di tutti. Mai come in questo momento si sono trovati a lavorare insieme i principali promoter, gli addetti ai lavori, le maestranze, perché la ripartenza sia un progetto comune a beneficio di tutti».

Si tornerà mai alla normalità?
«Voglio crederci e spero possa avvenire nel più breve tempo possibile. Non sarà semplice, bisognerà lavorare con costanza, dedizione e ottimismo, ma sono certa che potremo godere nuovamente delle emozioni che solo i concerti dal vivo e la musica live ci possono dare».

Che iniziative di solidarietà avete realizzato?
«Tutti gli artisti che noi seguiamo hanno sostenuto attività di solidarietà o in forma privata o aderendo alle iniziative che sono nate in questo periodo, in particolar modo per supportare l’emergenza sanitaria prima e per sostenere i lavoratori del mondo dello spettacolo dopo».

Dai concerti sui balconi, alla performance di alcuni artisti in piazze deserte e silenziose, alla staffetta italiana “Musica che Unisce”. C’è qualcosa che l’ha particolarmente toccata?
«Tutte le performance realizzate in questi mesi hanno avuto qualcosa di particolare, commovente, e tutte sono nate da un sentimento autentico. Questa è una bellissima cosa». 

Poi c’è la rete: può realmente compensare? 

 

«È un mezzo potentissimo, che aveva già avuto una crescita esponenziale e che in parte aveva cambiato il modo di approcciarci al nostro lavoro. Le potenzialità della rete sono infinite, ma lavorare alla realizzazione di eventi live, essere partecipi della bellezza di trovarsi tutti insieme e di godere di uno spettacolo dal vivo credo sia qualcosa di insostituibile».                                                                 

 


Abbiamo bisogno dell’offline

Riccardo Vitanza di Parole&Dintorni e la salute della musica

di Nadia Afragola

Riccardo Vitanza, rappresenta oggi gran parte degli artisti musicali del panorama italiano. La sua attività di freelance inizia nel ‘90 quando nasce la sua Parole&Dintorni, agenzia di comunicazione. Si specializza come ufficio stampa nell’ambito musicale, i primi artisti che si affidano a lui sono Jovanotti, Pino Daniele e Giorgia, era il 1997. Dal 2001 Riccardo Vitanza è anche docente di Ufficio Stampa e Comunicazione del Master in Comunicazione Musicale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Alcuni dei nomi che rappresenta oggi? Luciano Ligabue, Francesco De Gregori, Zucchero, Gianna Nannini, Claudio Baglioni, Piero Pelù, Fabio Rovazzi, Giorgio Panariello, Fiorella Mannoia, Emma. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato di salute del “sistema musica” dopo mesi in cui gli addetti ai lavori sono finiti ai box a causa della pandemia. 
«L’industria musicale ha sicuramente subìto un durissimo colpo, è stato il primo settore a fermarsi e sarà l’ultimo a ripartire al pieno delle sue forze. È stata intaccata la voglia delle persone di stare insieme e vicine, un fattore importantissimo per gli spettacoli dal vivo. Nonostante ciò, la musica in questo momento difficile non si è mai fermata e ci ha saputo tenere compagnia, soprattutto nei mesi di lockdown». 
 


Che danni sono stati subìti? 

 

«I danni subìti sono stati ingenti, i lavoratori dello spettacolo dal vivo sono in grande difficoltà, esattamente come la maggior parte dei lavoratori di ogni settore produttivo italiano. Chi lavora nel teatro, nella danza, nella musica e nel ndo dello spettacolo in generale non può operare solo in smart working, ma ha bisogno del contatto umano, del confronto e dell’interazione, necessità realistiche per la gran parte dei lavori».

Chi ha accusato maggiormente il colpo?
«Sicuramente tutti coloro che prendono parte all’organizzazione degli spettacoli dal vivo sono stati maggiormente penalizzati dalla chiusura di tutte le strutture e dal “fermo” delle attività live. Dai tecnici audio e luci ai montatori del palco e tutti coloro che dietro le quinte lavorano duramente per dar vita allo spettacolo così come lo vediamo».
 


Che iniziative ci sono state? 

 

«Il mondo dello spettacolo si è reinventato continuamente durante la quarantena. Dalle iniziative online declinate in rassegne di concerti in streaming (supportate dalle principali testate musicali) alle dirette sui social network, che sono riuscite a tenerci compagnia per tutta la durata del lockdown. La musica è riuscita a tenerci uniti, rinforzando il nostro senso di comunità, indispensabile per superare un periodo di distanziamento sociale senza precedenti».

Forse sarebbe ora di pensare a un tavolo tecnico istituzionale per affrontare il tema?
«Sicuramente, ma a quel tavolo è necessario che ci siano persone che lavorano nel mondo dello spettacolo, consce delle problematiche che vivono sulla propria pelle. Ovviamente le istituzioni devono partecipare attivamente, non sottovalutare la situazione che il mondo dell’entertainment sta affrontando e devono provvedere a “finanziamenti” più corposi e capillari, la musica non è rappresentata solo da chi sale sul palco…».

Un’agenzia come la sua che proposte ha fatto ai suoi artisti?
«Abbiamo supportato sempre i nostri artisti, soprattutto quando si sono schierati in prima persona in difesa dei lavoratori dello spettacolo. Molti degli artisti di cui Parole&Dintorni cura la comunicazione hanno scritto delle lettere aperte al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, invitandoli a non dimenticare il nostro settore, tra i tanti un artista che si è battuto molto è il violinista Alessandro Quarta, a cui si è unito il tenore Matteo Macchioni, senza dimenticare l’impegno dei grandi nomi coinvolti negli eventi: “Seat Music Awards”, “Partita del Cuore 2020” e “Heroes”».

Cosa è mutato nell'organizzazione del vostro lavoro? 

 

«Fortunatamente Parole&Dintorni è stata in grado di continuare a lavorare anche da casa, senza mai fermarsi, nonostante i rapporti umani siano fondamentali per il nostro lavoro. Ci siamo attrezzati, sfruttando al massimo le possibilità che la rete poteva offrirci, ma fortunatamente da metà maggio siamo tornati in ufficio. Le conferenze stampa e le interviste de visu sono un momento di aggregazione che manca a tutti, speriamo che si torni presto alla normalità».
 


Cambierà la musica? 

 

«La musica e la sua fruizione negli anni sono già cambiate molto, spostandosi quasi completamente dal fisico al digitale, grazie allo streaming e a questo processo di trasformazione è stato possibile non fermarsi almeno dal punto di vista della produzione discografica».

Si tornerà mai alla normalità?
«Sono convito che torneremo a una normalità diversa e più consapevole».

C’è qualcosa che l’ha particolarmente toccata nel periodo del lockdown?
«La forza delle persone che sono rimaste unite anche quando il virus cercava di dividerle».

Internet è sufficiente a compensare? 
«La rete è d’aiuto, ma non potrà mai sostituire le emozioni e le sensazioni che uno spettacolo dal vivo sa trasmettere. Forse questa quarantena ha evidenziato ancora di più quanto la rete sociale di ogni individuo abbia bisogno anche di una realtà offline».         

 


Giovanni Allevi: chi fermerà la musica?       

 

Il maestro Giovanni Allevi trova nelle note la risposta ad ogni interrogativo della vita e lancia messaggi di speranza per la ripresa di un settore artistico ancora in affanno 

 


di Alessandra De Tommasi

l maestro Giovanni Allevi canalizza tutto l’estro ribelle e il genio creativo nelle note, come un fiume in piena che rigenera ogni riva che riesce a lambire. Nel quotidiano, invece, in quei pochi attimi lontani dalla musica, diventa un’anima pacata e riflessiva che scandisce il ritmo dei pensieri con assoluta lucidità. Lo ascolteresti parlare per ore, vorresti leggerlo senza prendere fiato: fa lo stesso effetto di quando dirige un’orchestra o esegue un brano con assoluta maestria. In questa chiacchierata ripercorre l’emergenza che il settore culturale e artistico sta vivendo e offre il suo personalissimo punto di vista per ricominciare.

Maestro, come vede la ripartenza nella prossima stagione?
«Pur nell'incertezza, nella conflittualità e nello stress collettivo, io vedo un bel cielo sereno all'orizzonte. Dalla mia esperienza nei festival letterari e nei concerti estivi, posso dire che è in corso una timida e caparbia ripresa, che trovo commovente».

La cultura è stato il primo settore a ricevere uno stop, assieme alla scuola. Secondo lei cosa potremmo fare diversamente in futuro?
«Non c'è molto da cambiare se non conquistare una maggiore consapevolezza sull'importanza della cultura. Ora più che mai è parso evidente che la cultura sia uno slancio vitale che unisce, che eleva ed allarga i nostri orizzonti, salvandoci dall'omologazione».

Quali sono i suoi progetti nei prossimi mesi?
«Credo cercherò l'immobilità. Mi fermerò a riflettere ad annusare l'aria, in contemplazione, lasciando che il vuoto e il silenzio ispirino le mie scelte future».

A cosa ha lavorato e a cosa si è dedicato in questo periodo di stop forzato da marzo ad ora?
«Il ciclo di sette dirette web tra filosofia e pianoforte è stata un’esperienza per me nuova, che non avrei mai affrontato se non ci fosse stato il lockdown. Anche il libro “Revoluzione” è figlio di questo strano periodo».

Che tipo di approccio ha nei confronti di questa emergenza? Si sente ottimista, cinico, cauto?
«Sono decisamente ottimista. Durante l'emergenza si è affacciata nella vita di molti l'idea di un mondo futuro più bello, meno competitivo più solidale, meno maschile più femminile. Non è tempo per il cinismo o il realismo disincantato: è il momento giusto per spingere l'immaginazione oltre ogni limite e riversare nel mondo le nostre idee più splendenti».

Lei ha voluto dare un segno di presenza forte al mondo della cultura, partecipando al Festival dei ragazzi di Giffoni. Ha avuto qualche remora o timore a ritornare tra la gente e sul palco?
«È stato bellissimo incontrare di nuovo il pubblico. Non potendo più abbracciare le persone dopo i concerti, mi sono concentrato sulla bellezza espressiva degli occhi che spuntano dalla mascherina. Ci si guarda con più intensità e gioia».

Molte persone inizialmente erano sollevate all’idea di un po’ di riposo (forzato) nel lockdown e all’idea di non andare al lavoro, sopportare il traffico, i colleghi competitivi e i capi incompetenti. Anche lei ha vissuto questo stop come una liberazione?
«Estraniarsi dalla pressione del giudizio esterno e dall'ansia di dare dei risultati è stato liberatorio. Abbiamo anche capito che basta molto meno per essere felici. Io voglio rimanere ancora un po' in questa anormalità che tutti abbiamo vissuto».

Da cosa nasce invece la storia di “Revoluzione”?
«”Revoluzione” è la raccolta dei dialoghi filosofici che ho affrontato con Maddalena, una bouganville che ho iniziato ad accudire durante la pandemia».
 
Il romanzo prende spunto dalla sua esperienza in Giappone. Cosa le è rimasto di quel periodo? E cosa ha imparato di se stesso?
«Tutto ha avuto inizio da un disastroso concerto a Tokyo, dove le mani hanno preso a tremarmi all'impazzata. La scoperta della mia fragilità mi ha posto drammaticamente sulla strada della ricerca, fino alla scoperta di scenari inaspettati e luminosi».
 
Che tipo di romanzi hanno ispirato lei e in quale misura?
«I miei riferimenti sono da sempre le opere del brasiliano Paolo Coelho, per il profondo senso del sacro, e del giapponese Murakami Haruki, in grado come nessuno di spingere la fantasia oltre ogni limite».

In questo periodo di reclusione forzata, c’è qualche personaggio di cui ha seguito le dirette, i consigli o le iniziative? L’hanno aiutata in qualche modo?
«Ho approfondito gli interventi del filosofo Umberto Galimberti, del giurista Mauro Scardovelli, del filologo Igor Sibaldi, dello psicoanalista Massimo Recalcati e dello storico Alessandro Barbero. Queste persone straordinarie, con il loro pensiero, mi hanno dato tantissimo. Sono anche tornato a Pasolini, che trovo di una attualità disarmante».

Cosa vorrebbe che le persone ricordassero di questo periodo di reclusione?
«La solidarietà. Ci siamo sentiti tutti dei sopravvissuti, felici di essere semplicemente vivi. E l'eroismo di medici ed infermieri. Anche i disegni dei bambini, che hanno raccontato le paure e gli slanci di questo nostro tempo».

Qual è il suo augurio per il suo settore nella prossima stagione?
«Il mio settore (sempre che io possa finalmente riconoscermi in un ambito) sta andando incontro ad una lenta e inesorabile rinascita, che va di pari passo con il risveglio della coscienza collettiva. Una nuova era è alle porte!».  

 


100% GENIO

Giovanni Allevi è maestro compositore, pianista, direttore d’orchestra e scrittore di fama internazionale. Laurea con lode in filosofia e due diplomi al conservatorio, si distingue nel panorama mondiale per ecletticità e inventiva, con cui reinventa la tradizione classica. Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, vincitore del Premio Internazionale Golden Opera Award – Oscar della lirica, ha collezionato successi da un angolo all’altro della terra e ha debuttato nella letteratura con il romanzo “La musica in testa” (Rizzoli), per cui ha ottenuto il Premio letterario Elsa Morante. Di recente ha pubblicato “Revoluzione” (Solferino), che rievocano i problemi fisici durante un concerto di Giappone fino ad ottenere una catarsi potente. Ambasciatore di Save the children dal 2013. Quest’estate ha inaugurato la 50esima edizione del Giffoni Film Festival. 

 


Capuano: è ora di una legge sulla musica!

 

Tutto spostato al 2021… E intanto gli artisti di strada e il piccolo locale come sopravvivono? 

 


di Angela Iantosca

«Il Covid ha creato una situazione per cui chi come noi aveva già organizzato dei tour, o doveva partecipare a dei festival, si è trovato immobilizzato». A parlare è Enrico Capuano, frontman della Tammuriatarock che quest’anno festeggia 40 anni di carriera. 
«All’inizio non capivamo la gravità della situazione. Speravamo che fosse una cosa passeggera o arginabile e invece non è stato così. Ci tengo a dire che sono d’accordo sulla scelta che è stata fatta nella prima fase dell’emergenza. Nonostante la ricaduta enorme per tutto il settore e non solo. Sicuramente sono stati colpiti coloro che lavorano nel campo dei service, audio, luci, figure tecniche che ruotano intorno a uno spettacolo. Senza escludere le agenzie dello spettacolo. Anche il settore della vendita degli strumenti musicali, ma soprattutto quello di blackliner dentro le produzioni, quelli che montano i palchi. Spesso non si ha la consapevolezza che si parla di un comparto che riguarda una marea di persone che direttamente o indirettamente sono coinvolte in questa realtà. Molti pensano che quello del musicista non sia un lavoro ed è un fatto culturale che va superato. Perché in Italia sono una risorsa il food, il turismo, la cultura e il mondo dello spettacolo in senso lato. Intendo comprendere anche i fratelli attori, la danza...».
 


Che perdite ci sono state? 

 

«Il calo è stato enorme. Se le grandi produzioni hanno ricevuto un colpo, il vero colpo lo hanno ricevuto le piccole produzioni o i piccoli locali che vivono di live. L’artista di strada - che esiste – e il piccolo locale che fa live e che è libero dalle multinazionali e non è vincolato da una scelta dall’alto - e, proprio per questo, ha una funzione culturale di talent scout enorme -, sono quelli che soffrono di più, perché già facevano fatica a sopravvivere prima del Covid...». 

Quindi cosa suggerisci? 

 

«Se si deve dare una mano lo si deve fare con questa categoria di artisti: musicisti che spesso legalmente non sono neanche catalogati, perché in Italia siamo in ritardo, non c’è una legge sulla musica ed è un settore che non è regolato. Quindi rischia di non essere tutelato. Un ragazzo che va a suonare a 60-70 euro a serata è il meno protetto di tutti. In Francia c’è una legislazione che tutela molto di più gli artisti, attraverso dei meccanismi che possono essere studiati e riproposti in una versione italiana. Oltretutto bisogna considerare che è un settore attivo, non in perdita, è un settore che crea cultura e attrazione turistica e la musica significa anche creatività e presa di coscienza…».
 
La Tammuriatarock che progetti ha?
«Quest’anno eravamo felici perché dovevamo fare un bellissimo tour in Italia, festeggiando i 40 anni della mia attività artistica e musicale. Vuol dire che nel 2021 faremo i 40+1. L’unica cosa che ho fatto è stata festeggiare in streeming con una bottiglia di vino e con gli amici in linea. Avevamo un tour previsto in Usa e Canada. Ma lì la situazione è peggio ancora. Ma ora bisogna ripartire, anche perché nella musica si può mantenere il distanziamento. Certo noi viviamo grazie alle feste popolari, alla tradizione di piazza e in questo momento è stato cancellato tutto! Se non si trova il vaccino o una cura e se la situazione rimane invariata anche per la prossima estate, il comparto avrà un problema molto serio. I più forti resisteranno, ma il settore intermedio, che è quello più pluralista dal punto di vista culturale, rischia di saltare e non rialzarsi più! Noi siamo negozi indipendenti e rischiamo di non alzare più la saracinesca». 

Che faranno i locali? 

 

«Noi abbiamo suonato all’aperto a Roma a luglio, ma per i locali chiusi non so cosa accadrà. Certo la priorità è la salute e te lo dice una persona che, avendo subìto il trapianto del cuore pochi anni fa, è immunodepressa. Quindi non dobbiamo dimenticare i morti dei mesi scorsi, ma dobbiamo trovare delle soluzioni… Noi dei 60 concerti previsti per quest’anno, ne abbiamo fatti dieci. Per fortuna il Canada ha deciso di fare comunque il concerto in streaming. Ho anche ripreso a fare lezioni di canto e pensiamo a nuove formazioni per i live…».

Contributi ne sono arrivati?
«La Siae ha dato un contributo economico per una fascia. Addirittura ha dato un pacco alimentare nel periodo più critico. È arrivato del latte… poi c’è un’altra struttura, la NUOVA IMAIE, che è una sorta di Siae degli interpreti, dove ci sono anche attori e audiovisivo, che ha dato una mano… Con il Ministero abbiamo portato avanti un po’ di battaglie e ora danno dei piccoli contributi anche per le case discografiche. Anche le piccole etichette avranno un contributo una tantum… Ma dal punto di vista dell’assistenza non sono sufficienti gli aiuti, anche se è già qualcosa. Noi dobbiamo pensare che lo Stato si deve porre il problema di una politica di rilancio. Serve una programmazione di rilancio di tutto il settore. Come singolo musicista molto impegnato nelle lotte sociali pretendo da qualsiasi governo un’assistenza, ma soprattutto un rilancio e una politica di rilancio della musica in Italia e che non sia schiacciata dalle grandi multinazionali. Ma che guardi a tutta la filiera di tutte le piccole etichette, delle piccole agenzie… Quello che chiediamo è questo, con coinvolgimento di esperti del settore. La politica deve esprimere una visione. E dentro la visione ci vogliono contenuti tecnici. Quindi la politica deve coinvolgere chi è nel settore. Per esempio, aiutare e sostenere la musica originale, riuscire a non far chiudere i piccoli circoli live».

 


Dai palchi all’edilizia

Le maestranze come hanno risposto alla crisi? Reinventandosi 

di Nicola Molise

Per ogni artista che si esibisce sul palco ci sono numerosi, a volte decine, di tecnici che rendono concretamente possibile quell’evento. Si tratta di una moltitudine di personale altamente specializzate, indispensabile, che sta pagando fortemente il blocco e poi le restrizioni anti-Covid. E c’è chi ha inventato una strada alternativa, seppur momentanea, come una sorta di collocamento.

CHIAMATE NOI
«Giusto qualcosa. Quasi nulla. A “La Notte della Taranta” ho partecipato con grande soddisfazione. È stata un bel risultato, ma possibile perché l’hanno trasformata in un evento per la televisione». Emilio Simeone è livornese ed è un backliner, vale a dire il tecnico che durante i concerti si occupa degli strumenti che usano gli artisti sul palco. «Lavoro agli eventi nelle arene e negli stadi, e sono tutti rimandati al 2021. Adesso hanno ripreso i live più piccoli e quelli degli indipendenti, e qualche artista che però ci sta rimettendo di tasca propria per dare un segnale e una paga a chi lavora con lui. Con le regole imposte ancora oggi, se per esempio in un’area da diecimila persone ne possono far entrare solo tremila, bisognerà sonorizzare comunque tutto lo spazio, spendendo la medesima cifra, ma incassando meno di un terzo. Insomma, le spese sono troppe rispetto allo sbigliettamento e i grandi player hanno già da tempo riprogrammato tutto per l’anno prossimo». Così Simeone e alcuni dei suoi colleghi hanno creato ChiamateNoi, che a settembre ha ricevuto il premio Music Innovation Hub per la Musica Responsabile ai Seat Music Awards. Si tratta un gruppo di lavoro che nasce dal basso per mettere in contatto i tecnici specializzati dello spettacolo con le aziende private. «I nostri arrampicatori, per fare un esempio concreto, si sono riciclati nell’edilizia acrobatica e nella potatura a grandi altezze. Abbiamo una mailing list di 1300 persone e le aziende sono ben felici di impiegarle. Cerchiamo anche di favorire l’assunzione delle colleghe, affinché siano in numero uguale agli uomini. Non possiamo fare il nostro lavoro e lo Stato ha provato ad aiutare la categoria con dei bonus e degli ammortizzatori, che ad alcuni non sono arrivati e ad altri in ritardo, ma comunque non sono sufficienti a garantire una vita dignitosa. ChiamateNoi serve a sopperire a questa mancanza, nella speranza di poter riprendere presto a fare il nostro lavoro». 

L’INCOGNITA AUTUNNO
«Ho ripreso con i live il 4 agosto. Se considero la situazione generale non posso lamentarmi, ma il lavoro di questa estate è stato decisamente inferiore rispetto al passato. Parlo di numeri, in un periodo in cui di solito sono molto alti perché ci sono tanti festival, concerti negli stadi, nelle arene e nelle piazze». Rosario Acunto è un tecnico di sala e segue Eugenio Bennato nei suoi tour. «È strano vedere le persone ferme, sedute, che non possono ballare. Indossano la mascherina, quindi molte non cantano nemmeno. E, se lo fanno, si sente, ma non si vede. Insomma, credo che faccia la differenza anche per loro. Il lavoro durante i live è più rallentato perché bisogna rispettare protocolli e distanze. È tutto più macchinoso. D’estate gli artisti hanno dovuto rinunciare ai concerti in piazza, ma hanno potuto approfittare degli spazi all’aperto. Adesso vedremo cosa succederà quando il clima cambierà e i live potranno essere solo al chiuso, dove gli spazi sono mediamente più limitati e il distanziamento riduce tanto i posti a sedere». Acunto lavora anche alla Nut Academy, scuola di alta specializzazione per l’uso delle nuove tecnologie nella musica nato in seno allo studio di registrazione Nut di Napoli. «La parte teorica dei corsi viene svolta a distanza, tramite Internet. Per quella pratica è necessario venire nella nostra sede. Si procede con ingressi contingentati e con la sanificazione di tutta la strumentazione tra un turno e l’altro, rispettando le norme e prendendo tutti i dati delle persone che entrano. È strano, ma è l’unico modo in cui possiamo seguire le disposizioni anti-Covid».

 


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