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Sua Maestà la Reggia

Una giornata alla Reggia di Caserta, nel dopo Covid: nuove regole, stessa bellezza di sempre. E vivi una fiaba

Lun 28 Set 2020 | di Emanuele Tirelli | Bella Italia
Foto di 15

Si deve ai Borbone. A re Carlo che ne decise la costruzione e a suo figlio Ferdinando che, divenuto sovrano, andò poi a viverci insieme a sua moglie Maria Carolina d’Asburgo. Il colpo d’occhio della Reggia di Caserta è evidente, appena arrivati in città. Ancora di più per chi giunge in treno, perché il complesso monumentale progettato dall’architetto Vanvitelli si trova proprio di fronte la stazione ferroviaria. La prima pietra posata nel 1752 fu solo il principio per uno dei siti più belli al mondo, con la facciata principale che si presenta al pubblico con le sue 245 finestre. 

DOPO IL CANCELLO
Si entra da quello che viene chiamato “Cannocchiale”, perché dall’ingresso principale si crea un effetto prospettico che permette al visitatore di vedere già il parco di fronte, immenso. Prima di arrivarci, però, c’è da fare un doveroso passaggio negli appartamenti reali. Nel complesso, si tratta di 1200 stanze, ma non è possibile attraversale tutte. Passeggiando per arrivare al grande Scalone d’Onore che conduce alla Cappella Palatina e all’area interna aperta al pubblico, gli amanti del cinema sono già proiettati in un sito storico che ha fatto da set a numerosi film, come «Star Wars», «Mission Impossible III», «Angeli e Demoni». Ma le pellicole girate nel complesso monumentale sono molte di più. Una volta giunti nelle sale interne, vale la pena procedere lentamente, volgendo anche lo sguardo agli affreschi sui soffitti, e cercare di immaginare com’è stata la vita in quei luoghi, in quegli anni, anche, molto più brevemente, con il decennio francese (Gioacchino Murat) e con i Savoia che successero ai Borbone al regno e quindi pure nella disponibilità della Reggia. Muovendosi tra le stanze si accede pure a quelle dedicate alla Biblioteca Palatina voluta dalla regina Maria Carolina e al grande presepe napoletano. Peccato che in questo periodo non sia possibile visitare il Teatro di Corte, fortemente ispirato nella struttura al San Carlo di Napoli e inaugurato durante il Carnevale del 1769. 

IL PARCO
Oltre tre chilometri di lunghezza e 120 ettari di ampiezza non sono pochi, specialmente per chi decide di percorrerli tutti. Appare evidente che per godere pienamente della Reggia bisogna dedicarle un giorno intero. Il tragitto è lungo, soprattutto per arrivare alla cascata, sulla quale si affaccia un altro sito borbonico: il Real Casino di San Silvestro, oggi Oasi Wwf. Per chi desidera risalire il lungo viale asfaltato in bicicletta, c’è un servizio di noleggio. Altrimenti è possibile prendere la navetta e magari fare il tragitto in discesa a piedi. Una volta arrivati in cima, a destra c’è l’ingresso del Giardino Inglese, che con i suoi 24 ettari ha le dimensioni di un vero e proprio parco. Fu voluto dalla regina e realizzato da Carlo Vanvitelli insieme al giardiniere inglese John Andrew Graefer, ed è un’esperienza di ponti, cascate, colline e prati, e di piante giunte da tutto il mondo. Tornati alla grande fontana di Diana e Atteone, potete iniziare la discesa ed è tutto un susseguirsi di verde, grandi vasche, statue. Subito dopo le Cascate d’Aquino che seguono la Fontana dei tre delfini, sulla destra si va verso la Peschiera Grande e la Castelluccia, progettate per le esercitazioni militari, anche navali, del giovane re Ferdinando.
                          
 


CIAK SI GIRA... ALLA REGGIA

• “I 3 aquilotti” di Mario Mattoli 
• “Donne e briganti” di Mario Soldati
• “La maja desnuda” di Henry Koster
• “Ferdinando I re di Napoli” di Gianni Franciolini
• “Il Pap’occhio” di Renzo Arbore
• “Sing Sing” di Sergio Corbucci
• “Ferdinando e Carolina” di Lina Wertmuller
• “Io speriamo che me la cavo” di Lina Wertmuller
• “Star Wars – L’attacco dei cloni” di George Lucas
• “Angeli e Demoni” di Ron Howard
• “Giovanni Paolo II”, fiction tv Rai
• “Mission Impossible III” di J. J. Abrams
• “The Great”, serie tv con Elle Fanning

 


Quando e come

Tutti i giorni, tranne i martedì, il 25 dicembre e il primo giorno dell’anno. Per accedere alla Reggia di Caserta con le nuove disposizioni anti-Covid è necessario acquistare il biglietto online tramite www.reggiadicaserta.beniculturali.it, scegliendo una fascia oraria che viene rispettata rigorosamente. Sul sito ci sono anche l’elenco dei costi e delle agevolazioni.


 


Un simbolo nel Mondo

Tiziana Maffei, alla guida della Reggia dal 2019, ci racconta i suoi progetti per rendere sempre più vivo questo tesoro. Con un obiettivo: aprire la creatura del Vanvitelli al territorio

di Angela Iantosca

I capelli ricci, il sorriso sempre aperto, lo sguardo intelligente e quella determinazione di chi ha le idee chiare e sa dove può condurre un sogno. Perché per Tiziana Maffei essere alla guida della Reggia di Caserta era ed è un suo sogno da realizzare. Per sé e, soprattutto, per la comunità. Come ha sempre fatto nel corso della sua carriera che, dal 2019, l’ha portata in Campania a confrontarsi con la creatura del Vanvitelli. 
«A seguito della mia candidatura, ero entrata nella prima selezione di Genova, Venezia e  Caserta. Nonostante l’interesse per le altre sedi, la mia  priorità e desiderio era Caserta. Quando ho sostenuto il colloquio (la nomina di un Direttore di Museo avviene tramite la partecipazione ad un concorso internazionale – ndr), ho incentrato tutta la mia attenzione sulla Reggia di Caserta. Il Complesso Vanvitelliano costituito da Palazzo-Parco-Bosco-Acquedotto è il sogno, interrotto bruscamente, di una grande committenza che ha avuto una visione territoriale. Oggi non può essere considerato un luogo fisico, per quanto splendido, da cristallizzare ma ciò che rappresentava: un regno di respiro europeo e non una semplice corte. Questo museo per operare non deve dimenticare il paesaggio culturale che il grande architetto Luigi Vanvitelli riuscì a creare dando risposta al suo committente».

La Reggia è un luogo all’interno di un territorio. Tuttavia, al suo arrivo, non ha trovato una Reggia nella città. Ha trovato una Reggia e una città.
«Ho trovato una Reggia che è una barriera territoriale, al confine tra diversi territori comunali. Io mi aspettavo che fosse al centro di Caserta, come è per Venaria in Piemonte, ma è venuta meno l’idea della regina Amalia di pianificare intorno una città ordinata utilizzando la Reggia quale perno. La Reggia oggi senza dubbio deve impegnarsi per relazionarsi e creare relazioni tra le diverse anime territoriali». 

Come si supera questo limite?
«Con un’azione costante che non perda mai di vista missione e visione. Spesso le idee si scontrano con la quotidianità. Nel caso della Reggia il quotidiano è continua emergenza. La mancanza d’acqua, i crolli, i rifiuti, i blocchi impiantistici. Eppure è un attrattore culturale con incredibile potenzialità produttive, è luogo di sperimentazione e lo è dai tempi di Vanvitelli. Per esempio, stiamo lavorando per trovare enzimi che possano restaurare le pietre, per intervenire sulle opere con agganci in acciaio più che in ceramica. Vorrei che il quotidiano non “schiacciasse” il resto, impedendoci di vedere in prospettiva. Tutto deve essere, poi, una finestra sul territorio: questo sito deve rappresentare un’esperienza fatta di sapori, odori, sensibilità. Dobbiamo giocare in questa chiave di squadra senza competizione, insieme. Qui le persone devono trovare diverse offerte, che rappresentano un ventaglio di possibilità per chi arriva. Per questo, per esempio, metteremo le macchine elettriche. Le carrozzelle e i cavalli, invece, non ci saranno più!».

In che direzione state andando per restituire alla Reggia la sua reale dimensione?
«La Reggia ha sempre avuto un rapporto strano con il territorio circostante: è sempre stato considerato parco cittadino e non parco monumentale. Questa errata percezione non solo pone problemi di salvaguardia, ma non consente di vivere il senso di appartenenza ad una comunità che eredita un bene, lo custodisce e lo tramanda con un’azione di cura e responsabilità condivisa. Così come è necessario un cambiamento rispetto alla missione museale che si sviluppa attraverso i servizi. Tutto ciò che noi offriamo costituisce un’esperienza culturale. La biglietteria è accoglienza, la ristorazione è conoscenza della cultura enogastronomica locale, la visita guidata o l’audio guida sono narrazione. Il rapporto con i concessionari dei servizi deve trasformarsi in un sano partenariato pubblico privato e restituire la dimensione produttiva di questo luogo, coerentemente anche con l’impostazione dei siti reali borbonici. Capodimonte le porcellane, Carditello i cavalli, San Leucio le sete, alla Reggia di Caserta ecosistemi naturali produttivi. Pensiamo, ad esempio, a ripristinare le serre borboniche per produrre e vendere le specie vegetali storiche del catalogo ottocentesco. Il visitatore a completamento della propria esperienza di visita potrà portarsi così un pezzettino di Reggia a casa».

Quello alla Reggia che tipo di turismo è?
«Caserta è una tappa prima o dopo Napoli. Prima o dopo la Costiera. Il nostro impegno è avvicinare un intero territorio, i siti borbonici e, perché no, il Regno delle Due Sicilie. Abbiamo lavorato per far conoscere ai nostri visitatori anche il territorio circostante. Abbiamo modificato gli accessi: non solo riportando l’ingresso alla splendida esperienza prospettica del Cannocchiale centrale, ma favorendo l’uscita verso la città e verso l’intero territorio, perchè il pubblico sia indotto ad andare “oltre la Reggia”. Stiamo concludendo bandi di concessione d’uso per mezzi sostenibili sia per l’uso interno sia per il collegamento a quella straordinaria realtà che sono le antiche seterie di San Leucio». 

Come fate ad affrontare economicamente gli interventi necessari? 
«Abbiamo finanziamenti europei anche se non basteranno. Sono in corso importanti lavori nel Parco: alla cascata, alla peschiera, alle serre; nel Palazzo, dello scalone e delle retrostanze dell’800; alle coperture. Un prossimo imponente intervento è previsto per spazi nuovi come sale espositive e sale conferenze e realizzare ciò che Vanvitelli non riuscì a compiere: la grande scala elicoidale. Abbiamo, poi, un progetto importante di 7 milioni per la sicurezza del Parco con l’installazione delle telecamere, con vigilanza da remoto supportata da audio. Inoltre, prevediamo grandi progetti strategici, come la realizzazione di botteghe che operino nella logica dell’economia circolare».

La Reggia prevede anche la possibilità di fare abbonamenti annuali a prezzi molto contenuti. Chi sono gli abbonati? 
«Non è mai stato fatto un lavoro serio di profilatura degli abbonati. Stiamo lavorando per conoscerli e porli al centro di un’azione culturale con servizi dedicati. Pensiamo per esempio di dare la possibilità di conoscere il dietro le quinte del museo, spazi fragili che non possono essere sottoposti alla visita di grandi flussi, ma che vanno offerti con attenzione al pubblico fidelizzato. Cambieremo anche il tipo di abbonamento, unico e solare, così da superare l’idea del parco pubblico e ricondurre il tutto a un’unica straordinaria opportunità culturale». 

Che utenza frequenta la Reggia?
«Dobbiamo potenziare la presenza degli stranieri. Abbiamo, inoltre, grandi spazi di azione su cui intervenire in relazione all’Italia del centro-nord».

Il periodo del lockdown è stato produttivo per voi?
«Moltissimo! E a me ha permesso di conoscere profondamente la Reggia. Ho potuto girare in spazi che normalmente non riuscivo mai a visitare e, nello stesso tempo, non avendo la pressione del pubblico, ho potuto lavorare sulle procedure migliorando l’efficienza amministrativa».

La sua prima volta alla Reggia se la ricorda?
«Ho un ricordo vago di una visita fatta con mio padre quando avevo 8 anni. Ricordo l’asse… Poi chiaramente la conoscenza è stata in funzione della partecipazione al bando. Sono ritornata appena nominata».

Quanto incide il fatto di non essere campana e donna?
«Il fatto di non essere campana mi permette di osservare le cose da un’ottica esterna. Creare un sistema di relazioni è stato il mio impegno costante anche nelle Marche, una regione dal nome al plurale, lavorando insieme senza perdere l’identità di ogni soggetto. Il lavoro per me è una questione profondamente etica. Di impegno nella società. Sicuramente l’essere donna favorisce la visione a 360 gradi: sono pratica e sognatrice. Ciò significa risolvere un problema con velocità e avere cura delle cose».

La bellezza è un diritto di tutti?
«La parola bellezza è stata tanto, forse troppo, utilizzata. La bellezza per me accoglie in sé l’idea di armonia, interiore e esteriore, uno stato di benessere complessivo. Ma il grande tema oggi credo sia l’eliminazione della bruttezza, di ciò che soffoca, opprime, non permette di esprimere positività. Come in un giardino bisogna fare attenzione a non soffocare le piante rare, belle e fragili e a salvaguardare la biodiversità, la bruttezza è un elemento di tossicità da estirpare. La cura del patrimonio è fare in modo che ci sia la qualità del presente. Ogni spazio di vita deve offrire possibilità di stare bene». 

Cosa vorrebbe rendere noto della Reggia che nessuno conosce?
«Vorrei far conoscere il luoghi del quotidiano della corte, anche quelli di servizio, rendendo visibile l’organizzazione complessiva. Vorrei che ci fosse la consapevolezza di una vita dietro le quinte, nella contemporaneità, occasione di comprendere cosa significhi “corte illuminata”, come quella che Carlo di Borbone immaginava nel suo sogno interrotto». 

E il suo sogno? 
«Assicurare decoro e funzionalità alla Reggia di Caserta, rendendolo un luogo simbolo nel mondo»..           

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