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Smart working: croce e delizia

Il lavoro da casa all’italiana: molto lavoro (soprattutto per le mamme) e poco ‘smart’

Lun 28 Set 2020 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Dice la mia amica che faranno nuove regole per lo smartworking. E a me torna in mente quando ascoltavo tutti quei bei discorsi sul tempo delle donne e sulla conciliazione vita-lavoro. Com'è che lo chiamano? Work-life balance. E già che lo dicono in inglese ti viene il sospetto che sia tutta apparenza.

In realtà, leggevo che una ricerca condotta sulla vita all'interno di una serie di aziende che hanno davvero adottato questi sistemi per permettere alle donne di mettere insieme gli impegni familiari con quelli lavorativi ha dato risultati sorprendenti. Le aziende ci hanno provato sul serio: orari flessibili, smartworking, congedi straordinari. I risultati sono stati eccellenti dal punto di vista dell'azienda: le donne coinvolte, grazie alle facilitazioni che hanno permesso loro di gestire in modo più elastico la vita familiare, sono diventate più produttive sul lavoro. Ma, sorprendentemente, l'impatto sulla vita familiare e lavorativa delle donne non ha portato né a una particolare emancipazione né a un avanzamento della parità di genere. Perché alla fine se questi strumenti servono solo a dare alle donne più tempo per occuparsi delle questioni legate a casa e figli, alla fine questo rende le donne ancora più legate a questi ruoli tradizionali. A prendere il congedo perché il bimbo sta male era molto più spesso la madre del padre.

Chi, in epoca di smartworking, si trova spesso a lavorare a casa ha potuto constatare che anche questa modalità di lavoro a distanza finisce con l'inchiodarci a casa. E così quando la mia amica mi ha parlato delle nuove regole per lo smartworking, ho pensato che alla fine ci vorrebbero nuove regole per le mamme smart. La cosa più difficile se siamo a casa è spingere i figli a rispettare i nostri spazi e i nostri tempi. Finché eravamo al lavoro sapevano che eravamo impegnate e magari qualche volta si arrangiavano senza rivolgersi a noi per ogni piccolo ostacolo della vita.
“Mamma, non trovo i calzini e le scarpe da ginnastica!”. E tu intanto sei impegnata nella videochiamata lavorativa più decisiva dell'anno.
Lo so, non sta bene lamentarsi dopo solo qualche mese di smartworking. Ma l'elenco dei sintomi di malessere ci sono tutti. Ad esempio, l'app dello smartphone che conta i passi fatti durante la giornata è diventata impietosa. Nei giorni in cui non si esce per andare al lavoro il numero di passi fatti si abbassa drasticamente e l'app che ci spia e ci rimprovera diventa un'ossessione: “Oggi non hai ancora raggiunto i tuoi obiettivi di movimento!!!”.
Teoricamente c'è più tempo per fare la spesa. Sempre che ai colleghi non venga in testa di videochiamarti a tutte le ore. Ma perché all'improvviso non possiamo parlarci senza vederci? E poi io la spesa la facevo tornando dal lavoro. Ora che non torno più da nessuna parte devo uscire apposta e la battaglia con la pigrizia diventa ancora più serrata.
La verità è che lo smartworking all'italiana è solo lavoro da casa ed è spesso poco smart. Ma smettetela di rimproverarmi: lo so che è bello stare a casa, fare colazione con più calma e non doversi infilare nella metropolitana. Continuo a dirmi che devo solo organizzarmi, fissarmi delle regole, degli orari. Finché un dubbio non mi folgora: ma lo scopo di tutta la flessibilità e il lavoro agile non era proprio di avere meno schemi e meno orari fissi? La libertà è un bene prezioso. Ma non è un pranzo di gala.           

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