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Kate Winslet: diva d’altri tempi

La star di “Titanic” č un’autentica forza della natura. E con il prossimo film, “Ammonite”, combatte pregiudizi e disuguaglianze

Lun 26 Ott 2020 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Qualcuno ancora non le perdona di aver lasciato morire Leonardo DiCaprio nelle gelide acque dell’oceano in Titanic, ma tutti continuano ad amarla incondizionatamente: Kate Winslet, in effetti, una delle icone più luminose della storia della settima arte, resta l’antidiva per eccellenza, paladina dell’auto-accettazione e modello d’inclusività.  

Alla Festa del cinema di Roma ha presentato il nuovo film “Ammonite”, nel quale interpreta una cercatrice di fossili del 1840, Mary, ormai chiusa in se stessa, ma riportata alla vita da un incontro inatteso con Charlotte (Saoirse Ronan). Di quest’insolita avventura ha parlato via Zoom, assieme a molto altro, durante il Festival di Toronto.

In questa storia tutta al femminile qual è stata la sfida maggiore?
«Restare ferma. Dico sul serio: io sono una che gesticola, s’infervora subito e usa molto le mani mentre parla, mentre Mary ha un contegno quasi ieratico, quello di una donna d’altri tempi senza un solo scopo nella vita. All’epoca l’unico scopo per una ragazza era trovare qualcuno da sposare che le permettesse di fare ciò che ama, nel suo caso la paleontologia».

Com’è riuscita a diventare lei?
«Per tutto il tempo delle riprese ho voluto vivere separata dagli altri, mi sono isolata, dopo aver fatto un corso con un paleontologo e uno con un maestro d’arte, visto che Mary disegna sempre i fossili recuperati in spiaggia».

Come tiene lontana l’ansia?
«Mi metto a cucinare la zuppa e a scrivere, per trovare una routine come quella di Mary. Volevo a tutti i costi onorare questa storia di un amore tra persone dello stesso sesso in un’opera in costume. Nei period drama le dinamiche sentimentali sono di tutt’altro genere: l’uomo decide e la donna si permette di “essere presa”. Stavolta, invece, le due parti vivono un rapporto alla pari».

Questo genere, però, l’ha disertato a lungo, come mai?
«Dopo “Titanic” non volevo essere classificata come la solita “rosa inglese”, ecco perché mi sono buttata a capofitto in “Se mi lasci ti cancello”: mi ha permesso d’improvvisare, sperimentare, provare l’accento americano e trasformarmi. Invece, amo le storie in costume, dal guardaroba alle acconciature fino alle atmosfere». 

Le guarda anche come spettatrice?
«Assolutamente: nel periodo del lockdown ho visto per la prima volta “Downton Abbey” con una maratona assieme alla mia famiglia e ho capito subito perché tutti, me compresa, ne siamo intrigati: il fascino decadente è realmente esistito e continua ad incantarci. Si tratta di una dimensione “impossibile” dove tutto è portato all’estrema purezza, come il romanticismo in perfetto stile Jane Austen, dove le donne s’innamorano e sperano di essere notate dall’oggetto del loro desiderio».

Non ha avuto modo di vedere “Ammonite” in sala per via della pandemia. Che effetto le ha fatto?
«Mi hanno mandato il link al film per nove volte, perché ho lasciato ogni volta che scadesse, e ci ho messo oltre due mesi per avere il coraggio di guardarlo. Di solito lo vedo in una sala, pubblica o privata che sia, con qualcuno che mi tiene la mano, ma stavolta non poteva succedere. In casi come questi preferirei ritornare alla beata ignoranza che avevo da giovane, quando invece mi buttavo e basta».

Ai tempi di “Ragione e sentimento”?
«Assolutamente: a quell’epoca ero davvero impulsiva e drammatica come Marianne. Adesso cerco altro, voglio personaggi che si fermino a piangere una perdita, che mostrino più livelli di vulnerabilità e maturità. Invecchiare mi toglie molta pressione, abbracciare i cambiamenti è liberatorio, guardo le vene più evidenti sulla mano e ne sono felice, perché raccontano una storia e il tempo che passa».

Cosa ricorda di quel set pieno di star, da Hugh Grant a Emma Thompson?
«Ho ottenuto la parte con l’inganno».

Addirittura?
«Certo, la mia agente americana – che per inciso è la stessa che mi segue dall’inizio, proprio come quello inglese – mi ha consigliato di farlo. Io non conoscevo nessuno dei criteri con cui assumere qualcuno che mi rappresentasse, ero una ragazzina e l’ho assunta perché quel giorno aveva uno zainetto che mi piaceva e non indossava alcuna traccia di trucco».

Cosa ha combinato esattamente?
«Avrei dovuto fare il provino per il ruolo di Lucy Steele, un ruolo minuscolo, mentre mi sono presentata fingendo di essere stata convocata per quello della protagonista, Marianne. Alle audizioni mi sono gettata in un teatrino verbale sul rapporto che lega anche me con mia sorella e ho cercato di convincerli che fossi la scelta giusta, ma non erano convinti, perché Emma Thompson e io avevamo una differenza d’età notevole e io, poi, ero una novellina. Ho finto una sicurezza in me stessa e una calma che in realtà non provavo».

E com’è andata?
«Mi hanno sorprendentemente richiamata e, dopo quel primo incontro a Los Angeles, hanno fissato un incontro con il regista Ang Lee a Londra per provare le battute con Emma. Ricordo ancora che indossavo la mia maglietta portafortuna dei provini, una blusa maniche lunghe che esaltava il mio decollettè sui jeans. Quando Emma è entrata nella stanza ho notato che aveva una maglietta della stessa tonalità e che per risaltare l’affinità cromatica tra noi due ha tolto il maglione che aveva sopra. Quel piccolo gesto lo ricorderò per sempre, è stato il suo modo di dire che era dalla mia parte».

Quando è stata scelta ha messo in scena tutta la sua disinvoltura?
«Il primo giorno pensavo che mi avrebbero mandata via e che mi avevano scelta solo per errore. Sul set ho visto Alan Rickman e non sono riuscita neppure a rivolgergli la parola. Ero una che aveva alle spalle due spot di pubblicità e un filmetto girato in Nuova Zelanda, “Creature dal cielo”: non sapevo bene cosa fare. Così a fine giornata sono andata dal regista Ang Lee che per tutto il tempo mi ha detto sì e no due parole, gli ho chiesto come fosse andata quella prima giornata e mi ha toccato la spalla rispondendomi: “Migliorerai”. Mi ha talmente sconvolta che sono tornata di filato in hotel a piangere come una pazza».

E poi?
«Ho capito che ricevere commenti orribili fa parte del gioco e che avrei dovuto farmene una ragione e migliorare. Quando ho avuto il coraggio di confessarlo ad Emma molto tempo dopo lei è rimasta a bocca aperta e l’ha persino annotato sul suo diario di memorie dal set». 

Oggi come reagisce alle critiche?
«Raramente un regista ti dice cose del genere in faccia, ma quando succede ora mi faccio una risata, come sul set di “Ammonite”, dove Francis Lee mi ha detto che avevo fatto schifo dopo un ciak. Ora le considero quasi un complimento, reagisco da adulta, incasso e ricomincio».

Avrà seguito esempi molto creativi ed edificanti a casa sua.
«I genitori di mamma avevano un loro teatro, papà è attore e una delle mie sorelle ha calcato le scene già a otto anni, il fratello di mamma vanta una carriera lunghissima nei teatri del West End di Londra e quindi anch’io sono cresciuta con il desiderio d’inventare storie. Indossavo vestiti buffi, creavo personaggi bizzarri e ne imitavo l’andatura ridicola o la voce divertente. Ovunque fossimo, con la mia famiglia improvvisavamo sempre scenette surreali, per me all’inizio era un gioco».

I suoi l’hanno incoraggiata subito?
«Papà mi ha consigliato di lasciare stare, perché al mondo ci sono troppi attori e poche parti, mentre mamma mi spingeva a trovarmi un piano di riserva. Io mi arrabbiavo moltissimo perché sapevo che non avrei potuto trovare altro da fare, non volevo giocare sul sicuro, cercarmi un piano B… insomma ero pronta a rischiare tutto e, qualora non avesse funzionato, pazienza. In realtà ancora oggi sono terrorizzata all’idea che ogni volta sia l’ultima, non mi siedo mai sugli allori e mantengo uno spirito pratico».

In cos’altro ama prendere l’iniziativa?
«Praticamente in tutto. Sul set, per esempio, divento una specie di “party planner” e organizzo sempre le serate per vedersi insieme dopo il lavoro, farsi un aperitivo o andare a cena. Adoro far sentire tutti a proprio agio…».                                                      

 


WE LOVE KATE

Kate Elizabeth Winslet, classe ’75, proviene da una famiglia di tre generazioni d’attori britannici e fin da piccola le è stato chiaro il suo posto nel mondo dell’arte. Scoperta da Peter Jackson come protagonista di “Creature del cielo”, è diventata patrimonio nazionale nell’adattamento di “Ragione e sentimento” firmato da Ang Lee, che le vale la prima delle sette nomination ai Premi Oscar. L’ambita statuetta riesce a conquistarla solo anni dopo con “The Reader”. Il successo planetario arriva vent’anni prima con “Titanic”, accanto a Leonardo DiCaprio. Da “Se mi lasci ti cancello” con Jim Carrey a “Neverland – Un sogno per la vita” con Johnny Depp, ridefinisce la sua carriera con progetti eclettici e imprevedibili. Dal doppiaggio del cartoon “Giù per il tubo” alla commedia romantica “L’amore non va in vacanza”, dopo “Mildred Pierce”, tornerà in tv in “Mare of Easttown”, ma nel frattempo è arrivata alla Festa del cinema di Roma con “Ammonite”, dopo la presentazione al Festival di Toronto, dove vince il premio alla carriera. Prossimamente tornerà a lavorare con Peter Jackson per “Avatar 2” e darà il volto alla fotografa Elizabeth Miller nel biopic “Lee”. 

 


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