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Mamma ho ­­­perso la privacy

Paparazzati e sbattuti in prima pagina per fare notizia. Ma non c’è bisogno di essere figlio di un vip per veder violata la propria privacy. Spesso ci pensano mamma e papà a consegnare i piccoli alla rete. Per fortuna c’è la legge a proteggerli

Lun 26 Ott 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

La rete è un trionfo di immagini di minorenni. Immagini postate dai diretti interessati che, spesso, prima di quanto sia loro consentito dalla legge, cominciano ad aprire profili per raccontare qualcosa di sé (più o meno falsato). Ma la rete è anche quella giungla in cui gli adulti  condividono le foto dei figli o dei nipoti mettendo in mostra loro per far parlare di sé, senza pensare ai pericoli ai quali li sottopongono e soprattutto senza pensare che dovrebbero chiedere prima di tutto il permesso ai diretti interessati... 

Eppure le regole ci sono, come quelle che dovrebbero regolamentare il comportamento dei giornalisti che, per vendere qualche copia in più, talvolta non si sottraggono alla dura legge del mercato che chiede in pasto anche i figli minorenni dei personaggi famosi... Noi ci siamo domandati cosa si può fare per tutelare i più giovani e cosa già si fa.       


 


E quando il paparazzo è in famiglia?                                                                     

Minorenni messe in copertina o sui social. Come tutelarsi? Qualcuno denuncia la mamma!

di Nadia Afragola

Si parla di privacy, che dovrebbe essere tutelata in modo insindacabile, ma che spesso viene ceduta anche inconsapevolmente per via della nostra perenne “apertura” verso il mondo esterno, esterno alla nostra famiglia e cerchia di conoscenti. Perché siamo sempre connessi, sempre on line e sempre “paparazzabili”. Ma si parla soprattutto di minori, che andrebbero, e qui il condizionale è d’obbligo, tutelati a prescindere da tutto, dal diritto di cronaca come anche di critica, dalla voglia di fare uno scoop o lanciare un gossip che sarà il tormentone dell’estate. Così non è stato quasi dieci anni fa quando un noto settimanale italiano dedicò un ampio servizio al lato b di Aurora Ramazzotti e della madre Michelle Hunziker. Stessa sorte è toccato qualche mese fa alla figlia del pupone, Totti e della ben nota Ilary Blasi. 15 anni nel primo caso, 13 anni nel secondo. Nei nove anni che intercorrono tra le due vicende c’è stato il tempo per indignarsi... Forse. Ma come dovrebbero comportarsi i giornalisti? Cosa impone loro il codice deontologico? Cosa prescrive la legge? Cosa rischiano se optano per la scelta sbagliata? E soprattutto i minori come si tutelano? 
Certo, ad onor del vero, la ‘colpa’ non è solo dei giornalisti e del gossip che chiede sempre nuove vittime sacrificali. Perché spesso sono i genitori stessi a ledere la privacy dei bambini. Condividendo foto su gruppi Whatapp o sulle proprie pagine social. Chi non ha mai pubblicato, infatti, una foto dei propri figli o nipoti? Ma sapete che per pubblicare foto di un minore occorre avere il consenso di entrambi i genitori? E che per i minori di età superiore ai 14 anni conta anche il loro parere? Quante cose dovremmo sapere che nessuno ci ha mai detto? 

IL CASO CHANEL TOTTI
La foto di Chanel Totti, in costume e con il volto pixelato sulla spiaggia assieme al papà Francesco, vengono pubblicate in copertina su un noto periodico ad agosto 2020. Fa infuriare i genitori, Francesco Totti, ex calciatore della Roma, e Ilary Blasi non solo la foto, ma anche il messaggio che lancia il titolo del servizio: “A 13 anni Chanel Totti è la gemella di mamma Ilary!”. È costretto ad intervenire il Garante per la protezione dei dati personali, ricordando a tutti i mezzi di informazione che la normativa sulla protezione delle informazioni personali (in ambito giornalistico) pone delle precise garanzie a tutela dei minori. Alla base delle critiche mosse alla testata la consapevolezza che “il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”. 

IL CASO AURORA RAMAZZOTTI
Aurora Ramazzotti, figlia del cantante Eros e della nota Michelle Hunziker, viene paparazzata al mare con la madre nel 2011. L’unica differenza rispetto a Chanel Totti è che allora non venne sollevato nessun polverone. Sarà che oggi l’indignazione di massa è partita dai social network, proprio dei genitori della ragazza; social che nove anni fa non avevano il peso sociale di oggi. In questa occasione le foto vengono pubblicate sul periodico Oggi. Anche in questo caso a far discutere non sarebbero dovute essere solo le foto, ma anche e soprattutto il titolo del servizio: “Michelle Hunziker e Aurora, stessa spiaggia, stesso mare… e stesso costume”. E alle volte anche solo tre punti di sospensione dicono più di ciò che andrebbe detto. 

16ENNE FA CAUSA ALLA MAMMA
Risale a inizio 2018 la sentenza di un giudice del Tribunale di Roma a favore di un sedicenne che ha chiesto di essere tutelato niente meno che da sua madre, troppo predisposta a fare commenti e postare materiale legati proprio a lui. Dopo la sentenza, unica nel suo genere nel nostro Paese, la madre si è vista obbligata a cambiare le sue abitudini, in caso contrario sarebbe stata obbligata a pagare una multa di 10mila euro.           

 


La privacy e le sue regole

Gdpr: nuove regole da conoscere per potersi tutelare

di Nicola Molise

Il trattamento e la tutela dei dati personali sono cambiati due anni fa a livello europeo, con il Gdpr, che sta per General Data Protection Regulation. La privacy è un argomento centrale in questi anni. Vengono condivise continuamente informazioni e immagini, ed effettuate quotidianamente registrazioni a siti e ad App. C’è sempre un’informativa da leggere, che poi bisogna “vistare” per poter andare avanti. Ma sono in pochi a farlo, forse immaginando che sia una perdita di tempo, invece chiarisce in maniera abbastanza semplice come verranno usati i dati, cosa è possibile scegliere e cosa modificare. L’unico vero strumento per proteggersi è quello di conoscere le regole, in modo tale da poterle usare o da chiederne il rispetto.

ACCONSENTIRE Sì O NO
È possibile acconsentire all’uso e poi cambiare idea, quindi accedere ai propri dati per controllarli, per domandare un’eventuale rettifica; anche per farli cancellare, rimuovere o trasferirli a un altro soggetto (come nel caso della portabilità usata per il cambio del gestore telefonico). 
La protezione viene garantita fin dalla progettazione del sistema nel rispetto del concetto del “privacy by design”. E quando si procede a una registrazione, il livello di sicurezza ha già le impostazioni più “alte”, lasciando all’utente la libertà di ridurle. Si chiama “privacy by default” e le aziende hanno l’obbligo di garantirlo. 

QUANDO SI PARLA DI FOTO
Diversa è invece la pubblicazione da parte di una persona di fotografie su Internet. 
Non è infatti possibile diffondere immagini nelle quali ci siano altri soggetti senza il loro consenso. Che queste persone si siano prestate allo scatto non implica automaticamente l’accettazione alla condivisione su social, mail, Internet in generale. È necessario che ognuna di loro abbia prestato il consenso, che potrà revocare in qualunque momento. Altrimenti si incorre in un illecito. La disciplina che riguarda i minori è ancora più stringente, anche nel caso dell’attività giornalistica, tant’è vero che la tutela della loro privacy prevale anche sul diritto di critica o di cronaca e, laddove il minore abbia meno di 14 anni, è necessario il consenso del genitore o del tutore.  I giornalisti fanno riferimento innanzitutto alla “Carta di Treviso” (vedi box nella pagina precedente), che specifica le modalità di utilizzo di dati e foto dei minori, e lascia al professionista la responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell’interesse del minore.                        

IL CONSENSO? DI ENTRAMBI I GENITORI 
È ormai principio consolidato la necessità del consenso di entrambi i genitori alla pubblicazione delle foto dei figli sui social. È quanto hanno stabilito il Tribunale di Mantova nel 2017 e il Tribunale di Ravenna nel 2019. Nel primo caso, nonostante l’opposizione manifestata dal padre, una madre persisteva nella condivisione di immagini dei figli e il giudice ha disposto l’inibitoria di questo comportamento e la rimozione delle foto già inserite sui social. Nel secondo la questione riguardava un minore infra-quattordicenne in regime di affidamento condiviso e il giudice ha ribadito che, anche in questo caso, non bastava il consenso di un solo genitore.

LA CARTA DI TREVISO: COSA È?

La “Carta di Treviso” è un protocollo firmato da Ordine dei Giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro nel 1990, volto a disciplinare il rapporto tra l’informazione e l’infanzia. 

Questi alcuni punti cardine:
• Nel rispetto della persona del minore, non possono essere pubblicati elementi che anche indirettamente potrebbero portare alla sua identificazione (e tra questi rientrano a pieno titolo le fotografie);
• La tutela del minore si estende anche a fatti che non siano propriamente reati, considerando che su tutto prevale l’interesse del minore a un corretto sviluppo della propria personalità, che potrebbe essere disturbato dalla spettacolarizzazione di vicende della sua vita;
• È necessaria una particolare attenzione per evitare strumentalizzazioni della notizia da parte degli adulti;
• Quando manchi una disciplina giuridica univoca, sarà responsabilità dei mezzi di informazione valutare se la notizia sia effettivamente nell’interesse del minore;
• Nel caso in cui nell’interesse del minore sia necessaria la pubblicazione di sue immagini o dati personali, servirà il consenso dei genitori e l’assenso del giudice competente.

 


Share...che?

È l’era dello ‘shareting’ ovvero privacy violata e creazione di un archivio storico digitale alla mercé di tutti

La parola sharenting è un neologismo nato dall'unione dei termini "sharing" (condivisione) e "parenting" (genitorialità). Lo sharenting è quindi la condivisione sui social media di immagini (siano esse foto su Facebook o story su Instagram) dei propri figli.

Qual è il problema? 
Si pone, innanzitutto, un problema di violazione della privacy: lo sharenting dà infatti vita a un vero e proprio archivio storico digitale (spesso pubblico) alla mercé di chiunque. E anche i bambini hanno diritto di privacy. In Italia e nel mondo non sono infatti mancati i casi in cui ragazzi e ragazze, una volta resosi conto del gran numero di immagini online che li riguardavano, si sono rivolti ai tribunali per obbligare i propri genitori a rimuovere le foto “incriminate” pubblicate sui social.  O casi di minori che hanno preso decisioni drastiche, come Rocco, il figlio di Madonna, che anni fa, a seguito della super esposizione mediatica cui era costretto, ha deciso di andare a vivere con il padre. La pop star aveva pubblicato un video in cui il figlio 15enne faceva delle acrobatiche capriole all’indietro, ma, essendo in mutande, erano troppo visibili le protuberanze del giovanotto. Quest’ultimo ha quindi chiesto alla madre di sostituire quanto pubblicato su Instagram con un video più pudico; lei ha subito obbedito, ma non ha resistito a corredare il nuovo post con l’ashtag #nosausage (#nosalsiccia). Il ragazzo ha bloccato la madre su Instagram per poi andare a vivere col padre.

Cosa può accadere?
Una volta condivisa online una foto sfugge al controllo. E non è raro che foto di minori diventino materiale pedopornografico.                     


PICCOLE REGOLE DA SEGUIRE

• PER PUBBLICARE Chiediamo consenso ai figli (sotto i 14 anni)
• non usiamo gli #
• non tagghiamoli
• condividiamo solo con amici (veri)
• postiamo foto in cui sono vestiti
• disattiviamo la geolocalizzazione delle foto 

 


La crisi dei giornali spinge al gossip?

Ci sono regole che i giornalisti devono conoscere e la cui violazione deve essere punita

di Nadia Afragola

Alberto Sinigaglia è un giornalista, oggi presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Ha collaborato con Epoca, Panorama, Il Mondo. È stato redattore a La Stampa. Nel ‘75 ha guidato il gruppo di giornalisti che fondarono il supplemento culturale Tuttolibri, per poi essere promosso a caporedattore delle pagine culturali e poi nominato responsabile Progetti editoriali della testata. Ha scritto e condotto programmi radiofonici e televisivi per la Rai e ha insegnato giornalismo nelle università di Bologna, Reggio Emilia e Torino, oltre ad essere presidente della Fondazione Filippo Burzio, del Comitato dei Garanti del Polo del '900 a Torino e del Consiglio scientifico della Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo. 

Privacy. Ha senso parlarne nel 2020?
«Il rispetto della persona è una necessità. Cresce via via che la tecnologia sviluppa mezzi con i quali chiunque può violarne l'intimità, nuocere alla sua immagine, disonorarla».

Perché una legge non viene rispettata con così tanta facilità? Perché siamo in Italia?
«Molte leggi vengono violate per ignoranza. Quella che protegge il privato è tra le leggi dovunque più disattese. In Italia si esagera un po', come su altri fronti».

Parlo da cittadina. Come tutelarsi dal non rispetto delle regole da parte dei giornalisti?
«I cittadini hanno due vie per difendersi dai danni morali e materiali subìti a causa di notizie errate o infondate: la magistratura ordinaria e l'Ordine dei giornalisti. I tribunali accertano i fatti, valutano i danni, decidono la pena pecuniaria del risarcimento o la prigione, se la colpa è grave. Il Consiglio di disciplina dell'Ordine dei giornalisti valuterà il collega dal punto di vista della deontologia violata e valuterà se basterà un richiamo o se saranno necessari una sospensione o addirittura la radiazione dall'Albo professionale».

Quanto è grave per un giornalista la violazione della legge sulla privacy?
«Ci sono settimanali che vivono di pettegolezzi e per questo hanno lettori e lettrici che non acquistano più i quotidiani. La crisi delle vendite rende più forte e diffusa la tentazione di spingersi sempre più a raccontare il privato della gente di spettacolo: attori di cinema, cantanti, o campioni sportivi, calciatori, politici. Molti accettano servizi fotografici e interviste per rimanere sulla cresta dell'onda o per diventare più celebri. Spesso si fanno pagare. Qualche volta il cronista esagera o viola quanto pattuito, allora il personaggio si vendica gridando alla “privacy violata”.  Tutt'altro aspetto e gravità assume la violazione della legge nei servizi di cronaca - scritta, radiofonica, televisiva, web - specie per quanto riguarda i cittadini di minore età, protetti dalla lege dello Stato e dalla Carta di Treviso, la più famosa carta deontologica che i giornalisti si siano data».

Perché si continua a fare “confusione”... (pensiamo al recente caso della copertina del settimanale Gente con Chanel Totti) soprattutto se si ha a che fare con dei minori?
«La legge e la Carta di Treviso sono precise e chiare. Ignorarle è grave: l'esame professionale dei giornalisti si fa a Roma davanti a una commissione composta da giornalisti e magistrati e presieduta da un magistrato di Corte d'Appello. L'Ordine fa capo al ministero di Giustizia. Chi fa il nostro mestiere deve conoscere bene le leggi essenziali e rispettarle.  La confusione non è ammessa e non può essere un'attenuante».

Quali sono le sanzioni in cui incorre un giornalista che non rispetta la legge sulla privacy?
«Dipende dalla gravità della violazione. Ci sono dei casi in cui l'attricetta, il cantante debuttante, gente in cerca di pubblicità istiga il giornalista a svelare fatti di famiglia che in genere si tengono riservati, storie drammatiche, retroscena piccanti proprio per farsi notare, per sbattersi da soli in prima pagina».

Perché non se parla mai?
«Le condanne penali sono pubbliche. La sanzioni dei Consigli di disciplina non vengono sempre rese pubbliche e alcuni Ordini regionali dei giornalisti continuano a non farlo. Spero che l'Ordine nazionale decida che il nome dei giornalisti sanzionati venga sempre reso noto con la ragione del provvedimento».

Ci sono i volti noti, come Aurora Ramazzotti, figlia di Michelle Hunziker, anche lei finita in copertina quando era minorenne, a sua insaputa e poi c’è la gente comune. I nomi non noti come si difendono?
«Spesso non ci si difende per scarsa cultura oltre che per ignoranza delle leggi. Si stanno diffondendo però casi di medici e di giornalisti denunciati per ragioni pretestuose da avvocati in cerca di clienti».

Si possono usare come alibi i genitori che postano le foto dei figli (minori)?
«In certi casi non si può pubblicare l'immagine di un minore neppure con l'autorizzazione dei genitori. In situazioni miserabili ci sono madri e padri che cedono per sete di denaro o per vero bisogno di soldi. Poi ci sono eccessi opposti: redazioni che, nonostante l'autorizzazione e le suppliche dei genitori, temono di pubblicare la fotografia dell'adolescente che ha vinto la gara di sci o che è stato il migliore a scuola».

Quale potrebbe essere la soluzione? Fare più corsi di aggiornamento?
«I corsi di formazione e aggiornamento certamente servono a colmare diffuse falle nella preparazione di chi fa giornalismo. Ma occorre che la categoria faccia uno sforzo per essere più preparata. E l'Ordine dei giornalisti deve affrettarsi a una sua riforma che metta al primo posto regole d'ingaggio più severe».

Lei è anche un docente. Come è cambiata la comunicazione, il linguaggio giornalistico, con l’avvento dei social network e della rete che ci ha portato ad essere sempre on line?
«Per risponderle non basterebbe un libro intero. Provo una sintesi estrema. Per secoli i lettori hanno scritto lettere ai giornali, che pubblicavano le migliori e buttavano nel cestino le irrilevanti, le sciocche, le volgari.  Ora la rete assorbe banalità, volgarità, accuse infondate, razzismo, antisemitismo, perversioni sessuali, che vengono diffusi a migliaia, a milioni di persone. Il giornalismo deve rimanere la maniglia da afferrare per non annegare in quella galassia in cui c'è di tutto e aiutare i cittadini a distinguere il vero dal finto».

In gran parte dei festival spesso hanno vita più facile i blogger rispetto ai giornalisti. Blogger che non conoscono spesso le leggi sulla privacy e non hanno un codice etico da rispettare. Il risultato è che il giornalista per essere ‘competitivo’ spesso è costretto ad abbassare gli standard. Come se ne esce?
«Un giornalista non è più tale, non è più degno di chiamarsi così se abbassa il livello al quale lo richiama la tessera dell'Ordine che porta in tasca. La verifica delle fonti, dei luoghi, dei nomi, delle cifre, dei fatti è il suo primo diritto e il primo dovere verso lettori, radioascoltatori, telespettatori, utenti del web. Ordine, editori e politici devono collaborare affinché al giornalista quel diritto-dovere sia garantito sempre di più. Garantendogli anche compensi più adeguati e più adeguate condizioni di lavoro. Quanto ai blogger, una minoranza fa già del giornalismo: l'Ordine dei giornalisti, al quale appartengono grafici, fotografi, cineoperatori, addetti agli uffici stampa, potrà senz'altro aprirsi a una nuova categoria che accetti le sue regole, affronti gli studi e gli esami per essere riconosciuta ufficialmente».

Il ministro per l’Innovazione Paola Pisano, ha aperto le porte agli hacker etici, dichiarando su twitter: «Dobbiamo creare un ecosistema di sicurezza digitale ben strutturato. Il governo potrebbe anche dare agli hacker una possibilità di passare alla parte legale e diventare imprenditori». Cosa ne pensa?
«Francamente diffido della politica su twitter.  Anche quando parte dalla Casa Bianca. Saprò aspettare che la questione sia discussa in Parlamento».                                  

 


Hai un blog? le regole sono le stesse

La questione è seria se la tendenza dei mass-media continua ad essere quella di sfamare la curiosità morbosa dei lettori

Cosimo Maggiore è un avvocato, iscritto all’Albo di Torino dal 2008. Dottore di ricerca in Diritto penale italiano e comparato con competenza specifica in Diritto penale dei professionisti sanitari e diritto penale di famiglia e delle fasce deboli. Docente presso l’Università degli Studi di Torino, è stato Vice Procuratore onorario per la Procura della Repubblica di Torino. 

Avvocato come ci si difende oggi da chi lede la nostra privacy? 
«L’entrata in vigore del GDPR 679/2016 (Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali) ha rafforzato la tutela della nostra riservatezza, costringendo molte figure con cui entriamo in contatto quotidianamente ad informarci sulle modalità con cui vengono trattati i nostri dati identificativi e quelli c.d. “sensibili” (come i dati sanitari, o quelli che rivelano orientamenti culturali religiosi, sessuali, etc..) e sulle finalità del trattamento. Ciò impedisce al soggetto che li utilizza di “andare oltre” il nostro consenso, che è quasi sempre necessario per permettere a terzi di invadere la nostra sfera di riservatezza. Se la nostra sfera di riservatezza fosse lesa, ci sono molti rimedi giuridici per tutelarsi, inibendo la divulgazione o il trattamento (tramite oscuramento di siti o blog), denunciando penalmente il responsabile del trattamento illecito e richiedendo in sede civile o penale risarcimenti del danno». 

È possibile utilizzare un social network senza che tale diretto sia leso? 
«Occorre molta attenzione alle “impostazioni privacy” dei “social”, al fine di impedire che una distrazione o una gestione superficiale delle nostre foto o dei nostri dati possa essere “pescata” e utilizzata da malintenzionati. Il rischio più alto riguarda la profilazione dei nostri gusti, preferenze, tendenze in ogni campo della vita personale o sociale e di relazione. Una “schedatura” che diventa strumento pericoloso».

Siamo costantemente schedati, pesati, misurati, confrontati, valutati. Come potremo proteggerci? 
«Siamo i primi responsabili della nostra privacy, tesoro che va custodito e la prima tutela è la nostra personale selezione dei dati che intendiamo condividere e dei soggetti con cui vogliamo condividerli. Non dobbiamo metterci nelle mani della tecnologia ma “responsabilizzarci” e pesare sempre la nostra libertà di espressione, divulgazione, con la garanzia di una sfera di riservatezza intangibile».  

Si è laureato in Giurisprudenza nel 1999. Come è cambiato l’approccio alla professione?
«La società è cresciuta nella “velocità” ed è regredita nella “sensibilità”. È mio pensiero che la rapidità delle comunicazioni abbia spersonalizzato le relazioni umane, le abbia rese più aride anche se apparentemente più facili e veloci. Si è in parte persa la disponibilità a capire con i tempi giusti chi abbiamo davanti e quindi ad essere sensibili ai sentimenti, alle esigenze, alle diverse sfaccettature delle persone che frequentiamo. Direi che la professione che svolgo, centrata sulla persona e sulla sua tutela, potrebbe avere risentito della nuova “velocità” della società contemporanea ed avere perso un po’ del fascino che aveva un tempo. L’avvocato, il penalista specialmente, resta una grande professione ed è materia da “umanisti” da “antropologi”: non si può esercitare senza conoscere ed approfondire l’animo umano».    

Ci racconta una sua esperienza?
«Mi sono occupato della tutela di dati inerenti la salute di alcune persone divulgati per esigenze di ricerca scientifica: la scienza prevale sempre sull’uomo o deve servire all’uomo e non farlo diventare strumento? Sono temi etici di un certo impatto e, come sempre, la soluzione ai problemi etici si trova in un punto di equilibrio: il consenso dell’interessato, quando è possibile acquisirlo e che autorizza il trattamento dei dati per ragioni di ricerca scientifica garantisce la sua dignità e promuove il progresso».  

Perché oggi è possibile pubblicare sulla copertina di una rivista la foto del lato b di una minorenne? 
«La questione è molto seria, quantomeno, deontologicamente; la spiegazione di una sensazione di impunità sta in quel modo di vedere la società di cui parlavamo, perché c’è una diffusa tendenza dei mass-media (social compresi) a dare la quantità massima di dati/informazioni per “sfamare” la curiosità più morbosa, senza pensare alla sensibilità di tutti i potenziali destinatari, ad esempio la minore e i genitori della stessa».   

Il padre di quella bambina, Francesco Totti ha “ringraziato” il direttore della testata sottolineando il disinteresse verso “il problema… della sessualizzazione e mercificazione del corpo delle adolescenti”. Il volto della ragazza era pixelato. Non il lato B. Solo un problema di forma? Di buon senso? 
«Il volto era pixelato ma la minore era identificabile ed è stata identificata ed, in qualche misura, esibita sulla prima pagina di un giornale. Eppure era una ragazzina che faceva il bagno con il papà in un contesto, certamente aperto al pubblico, ma familiare. A mio avviso si poteva evitare la pubblicazione soprattutto senza chiedere il consenso, perché è questo il discrimine fra un trattamento lecito ed uno illecito, fra la perversione “veloce” delle comunicazioni e le comunicazioni “sensibili”.    

Tra il diritto del minore alla riservatezza, il diritto di critica e quello di cronaca, chi vince?
In questa partita vince sempre la tutela del minore, perché tutelare la sua riservatezza vuol dire tutelare il suo equilibrio psichico e il diritto a crescere serenamente. Diritto di cronaca e diritto di critica hanno a che fare con la libertà di espressione e la soddisfazione di un interesse pubblico a conoscere i fatti e le persone ma, davanti alla tutela del minore, credo che questi ultimi debbano fare, in molti casi, un passo indietro». 

Parliamo della Carta di Treviso. Come si tutela la dignità di un minore?
«La Carta di Treviso è un protocollo firmato trent’anni fa da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro con il fine di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia, salvaguardando il diritto di cronaca, ma ponendo l'accento sulla responsabilità che tutti i mezzi d'informazione debbono avere nella costruzione di una società che rispetti appieno l'immagine di bambini e adolescenti. Alla base dell’atto convenzionale c'è il principio di difendere l'identità, la personalità e i diritti dei minorenni vittime o colpevoli di reati, o comunque coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l'armonioso sviluppo psichico. Stesse garanzie sono assicurate anche ai soggetti marginali nella società . Il documento è stato approfondito e integrato da un Vademecum nel 1995, il 30 marzo 2006 la Carta è stata aggiornata estendendo la tutela dei minori ai mezzi di comunicazione digitali. Infine, il 25 luglio 2012 i tre firmatari hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per la promozione e la diffusione dei principi contenuti nella Carta. Insomma, è stato fatto tanto per garantire il difficile equilibrio di cui abbiamo parlato. Molto è affidato al senso di responsabilità e deontologico di chi lavora nel settore». 

Perché una legge può essere violata con tanta leggerezza?
«Si tratta di un codice di autoregolamentazione ma rinvia alla legge penale e civile sulla tutela dei minori, pertanto la “leggerezza” è esposta ad un rischio di gravi sanzioni». 

Perché pare che a certi giornalisti e testate tutto sia concesso? 
«Credo sia più una sensazione di impunità, piuttosto che la realtà dei fatti. Probabilmente perché non si diffondono i dati sui procedimenti penali e civili che gli stessi subiscono: di certo oggi c’è grande attenzione alla tutela di questa particolare sfera di riservatezza e le maglie legali sono molto strette per poter far sfuggire dalla rete giudiziaria chi sbaglia». 

Chi ha un blog e non è iscritto ad un Ordine Giornalistico a che codice deontologico deve rispondere? 
«La professione di giornalista è tutelata dalla legge penale come professione riservata e sussistendone i presupposti si può incorrere nel delitto di “esercizio abusivo di una professione” previsto dall’art. 348 c.p. La commissione di eventuali fatti di reato (trattamento illecito di dati, diffamazione a mezzo stampa) da parte di chi gestisce il blog sarà punita ai sensi di legge e ciò indipendentemente dalla iscrizione all’albo».

Cosa è etico per lei, avvocato? 
«Domandona! Allora viste le premesse rispondo che etico è ciò che è “sensibile” al rispetto delle persone con cui entriamo in contatto».                                              

Nadia Afragola

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