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Ceci e fagioli: mai a scatola chiusa

Cosa accade ai legumi in scatola conservati per mesi dentro latte di metallo o di vetro o in brick, in una soluzione di acqua, sale e spesso conservanti?

Gio 26 Nov 2020 | di Lorenzo Misuraca | Attualitā
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I legumi sono tra gli ingredienti principali di zuppe, primi e contorni nei mesi più freddi. Ma se una volta la preparazione più comune consisteva nel metterli in ammollo la sera prima e dopo una sciacquata buttarli in pentola, adesso, con la vita frenetica che accompagna la maggior parte delle famiglie italiane, la soluzione più pratica che stravince in cucina è quella dei legumi precotti e conservati in scatola. Fagioli, ceci, piselli e lenticchie, su tutti: che sia una lattina o un barattolo di vetro, aprire e versare è la cosa più semplice che ci sia.

Ma siamo sicuri che a fronte di questa facilità d’uso, non rischiamo qualcosa in termini di sicurezza alimentare?


Apriamo le scatole
I legumi in scatola sono fatti per restare mesi, se non anni, in una soluzione di acqua, sale, e spesso conservanti, dentro latte di metallo (o di vetro o in brick). Come influisce questa lunga “sosta” sul prodotto finale? E, ancora, da quale materia prima si parte per i barattoli su cui campeggiano spesso idilliache immagini di verdi campagne?
Per scoprirlo, il Salvagente ha portato 16 prodotti in diversi laboratori, alla ricerca di fitofarmaci, metalli pesanti, micotossine e altre sostanze pericolose per la salute come il bisfenolo A. Cirio, Conad, Esselunga, Coop, Valfrutta, Heinz, Bonduelle, Delizie del campo (Eurospin) e Campo largo (Lidl), i brand che sono finiti sotto la nostra lente d’ingrandimento, tra 7 lotti di ceci e 9 di fagioli borlotti.
Nel test del numero di dicembre, in 6 prodotti abbiamo trovato tracce di 5 fitofarmaci tra cui il glifosato. Nessuno dei prodotti ha riportato residui di sostanze chimiche oltre i livelli consentiti dalla legge, ma almeno un paio di casi hanno suscitato perplessità. Si tratta di quelli in cui abbiamo trovato i pesticidi cyproconazole e 2,4-D, sostanze vietate nelle colture di legumi nel nostro paese. Il fatto che siano presenti in tracce, seppur contenute, potrebbe essere dovuto a contaminazione del terreno, a deriva da colture vicine in cui sono permessi, a utilizzo improprio del prodotto chimico. O ancora a importazione da paesi in cui sono consentiti.
Il nostro test, in quest’ultimo caso, mette in evidenza la lampante contraddizione della legislazione europea: un consumatore italiano può mangiare dei fagioli in scatola lavorati con un pesticida vietato in Italia, ma consentito in Europa. E per di più, senza avere idea di dove quei fagioli siano stati coltivati. Al contrario di altri prodotti alimentari, come l’olio o la carne, infatti, i produttori di legumi non sono tenuti a indicare l’origine della materia prima nella confezione, a meno che non facciano volontariamente riferimento a un’area geografica sulla confezione. Decisamente poco, se si considera che la differenza per il consumatore sta nel sapere se quel prodotto è stato innaffiato da pesticidi considerati potenziali cancerogeni o no.

Vietati in Italia ma legali fuori dai confini
Pur non avendo trovato in laboratorio residui di fitofarmaci in quantità tali da violare la legge, la presenza di molecole non consentite per la coltivazione di legumi in Italia, ci ha spinti a chiedere chiarimenti alle aziende interessate. In particolare, l’erbicida 2,4-D, considerato potenziale cancerogeno dallo Iarc, è stato rintracciato in tre scatole di ceci.
Le aziende contattate dal Salvagente hanno risposto tutte allo stesso modo: "I ceci non sono stati coltivati in Italia. Di conseguenza, la valutazione di conformità del prodotto deve essere effettuata considerando i limiti previsti dalla regolamentazione europea”.
E a livello europeo, la normativa vigente fissa un limite massimo residuo di 2,4-D pari a 0,05 mg/kg per i legumi secchi.
Sui fagioli borlotti, invece, in un caso i nostri test di laboratorio hanno trovato residui di cyproconazole, classificato dalla Ue come cancerogeno di categoria 3 come prova limitata. Si tratta di un fungicida impiegato ed autorizzato su diverse colture di cereali, non sulla coltivazione del fagiolo. "Il risultato (0,006 ppm) è inferiore al limite di quantificazione che coincide con il limite di contaminazione ambientale (0,01 pmm) ed è pertanto da considerare come ritrovamento di tracce: le tracce possono essere dovute a effetti di deriva per trattamenti di colture adiacenti, quali cereali" ci ha risposto l'azienda.

Glifosato
Nonostante la Iarc, l’Agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms, lo abbia classificato come probabile cancerogeno per l’uomo, l’Ue si è limitata a porre restrizioni soltanto per alcuni utilizzi. In Italia l’uso dell’erbicida è vietato solo in fase di pre-raccolto e trebbiatura e per giardini, parchi, campi sportivi e terreni molto sabbiosi, non per le colture di fagioli e ceci.
Abbiamo trovato il glifosato in tre confezioni di ceci, in quantità comunque contenuta, considerando oltretutto che i limiti di legge consentiti (10 mg/kg) sono molto generosi.
In ogni caso, il probabile utilizzo di un fitofarmaco probabilmente dannoso per l’organismo umano, non è certo una buona notizia. In particolar modo se associato ad altre molecole di fitofarmaci.

Bisfenolo A
Il bisfenolo A (Bpa) è una sostanza molto utilizzata nell’industria, soprattutto per la produzione delle plastiche in policarbonato comuni nei recipienti per uso alimentare, e nelle resine che compongono il rivestimento protettivo interno presente nella maggior parte delle lattine.
È considerato un interferente endocrino, vale a dire una sostanza in grado di danneggiare la salute alterando l’equilibrio, soprattutto nella fase dello sviluppo all’interno dell’utero e nella prima infanzia.
Uno dei campioni recava tracce di bisfenolo A: i fagioli di un discount, con una presenza di 0,01 mg/kg.
Il problema qui non è la quantità, esiziale, ma il fatto che secondo il Regolamento europeo Reach il Bpa faccia parte delle “sostanze particolarmente preoccupanti” destinate a limitazioni d’uso e, ovunque possibile, alla sostituzione con sostanze meno nocive. Dunque, sarebbe meglio che i produttori passassero ad altre componenti chimiche per ottenere lo stesso risultato.                            

 


In collaborazione

L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it

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