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Sesso: gliene parlo o no?

L’educazione sessuale fa parte dei compiti dei genitori. L’imbarazzo? Si supera!

Gio 26 Nov 2020 | di Emanuele Tirelli | Attualità
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I filtri per Internet, il cosiddetto «Parental Control», sono un aiuto, ma non la soluzione. E non parlare con i propri figli di sesso e di sessualità non equivale ad annullare l’argomento. «C’è un luogo diffuso molto comune - dice la sessuologa Marilena Iasevoli -. Troppo spesso si crede ancora che parlare di certi temi con i figli faccia scattare un interesse che altrimenti non avrebbero».

A volte non se ne parla per imbarazzo.
«È normale. Ma il genitore deve abituarsi, pian piano. Deve trasformarlo gradualmente in un argomento naturale. Magari può prepararsi. Nel senso che può raccogliere delle informazioni per trovarsi pronto dinanzi a eventuali domande. E può allenarsi pure dal punto di vista emotivo, cioè sulle modalità di reazione. Anche i ragazzi si imbarazzano, ma questo accade perché non sono abituati a parlarne con i propri genitori».

Quando bisognerebbe iniziare?
«Sin da piccoli. Già a partire dai due anni d’età. Naturalmente le conversazioni sono differenti, ma bisogna entrare nell’ottica che l’educazione sessuale comprende anche l’amore, l’affetto, le emozioni, i pericoli, le gravidanze, le malattie. Lo sviluppo psico-affettivo è un percorso di crescita lungo tutta la vita. Fa parte dei compiti educativi dei genitori. Pensare di sottrarsi all’accompagnamento dei figli in questo sviluppo è sbagliato. È necessario allora creare sin da subito un tipo di comunicazione attiva, in modo tale che il figlio si senta immediatamente accolto, ascoltato. D’altronde i genitori trasmettono valori e pensieri riguardo la sessualità, sia che ne parlino sia che tacciano. La soluzione migliore è dare la sensazione di essere presenti, restituire un feedback, anche non verbale. Se il bambino piccolo sta esplorando il proprio corpo ridendo, non serve irrigidirsi e dire che non si fa. Commentare semplicemente con un “provi solletico, sì, si prova solletico” è già qualcosa. È un’apertura, per non lasciar cadere tutto nel vuoto».

Parla di apertura mentale?
«Sì, ma la intendo come atteggiamento non giudicante. Non c’è bisogno di pensare all’educazione sessuale in famiglia come alla convocazione di una riunione a tavolino. Il figlio deve sapere che, se vuole chiedere qualcosa, può farlo. Ed è necessario rispondere in maniera non troppo vaga e nemmeno complessa, in base all’età. Forse il genitore si sentirà in imbarazzo e inadeguato. Ma quelle lacune possono essere colmate informandosi, anche dal consultorio, da uno specialista. E se il figlio ha già una certa età, gli si possono dare dei riferimenti perché si informi autonomamente o farlo insieme».

I genitori tendono a vedere il proprio figlio sempre piccolo.
«È naturale, ma non deve rappresentare un limite. Spesso, durante l’adolescenza dei figli, i genitori vedono risvegliarsi i propri vissuti di quando avevano la stessa età e questo può ripercuotersi sui messaggi e sull’educazione. Ma le loro paure non possono diventare quelle dei loro figli. Non è detto che anche loro proveranno le medesime sensazioni o vivranno certe situazioni allo stesso modo».

L’educazione sessuale è anche uno strumento di difesa?
«Serve a tante cose perché fa parte della crescita. Serve a saper riconoscere le proprie emozioni e ad esprimerle; a comprendere i bisogni, i confini, a conoscersi. Ed è necessaria per assimilare il concetto fondamentale del consenso, del rispetto di sé stessi e degli altri; per evitare malattie e gravidanze indesiderate. E poi, si sa, il mero proibizionismo non ha mai portato risultati positivi. Quanto più i genitori sono rigidi su certi argomenti tanto più gli adolescenti saranno provocatori e faranno il contrario, andando anche contro sé stessi».             

 


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