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Quei terribili mal di testa

Avete tre attacchi di emicrania al mese? Rivolgetevi al neurologo

Gio 26 Nov 2020 | di Emanuele Tirelli | Salute
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Si manifesta di più tra le femmine che tra i maschi e ha una certa familiarità. Ma non esiste un gene del mal di testa. Lo chiarisce immediatamente Vincenzo Andreone, primario di Neurologia all’Ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta.

«Il processo di industrializzazione degli ultimi cinquant’anni ha prodotto un aumento delle cefalee di tipo tensivo, però negli ultimi dieci anni la situazione è abbastanza stabile. Il 69% delle persone ha sofferto o soffre di mal di testa, con valori intorno al 76% nelle donne e 61% negli uomini. Se parliamo invece di prime manifestazioni, escludendo l’emicrania infantile, per le donne si attesta sui 25 anni e per gli uomini sui 30».
 

Spesso si fa confusione tra le definizioni. Quali sono le differenze?
«Il mal di testa è una cefalea. Esistono quelle primarie, nelle quali il dolore è sia il sintomo che la malattia. E quelle secondarie, dove consiste nel sintomo di un’altra malattia, che può essere grave come un tumore al cervello o coincidere con qualcosa di molto meno importante, come una malocclusione dentale». 

Quali caratteristiche hanno?
«Fra le primarie ci sono vari fenotipi clinici. Le tensive sono una caratteristica dei Paesi industrializzati, quindi hanno un gancio con lo stress. Sono più lievi di un’emicrania, generano pesantezza al capo, sono bilaterali e fino a qualche anno fa si credeva che avessero una base psicosomatica, ma in realtà si tratta di un’impronta neurobiologica: possono manifestarsi tutti i giorni e avere una durata variabile. Quella a grappolo, invece, colpisce di più i maschi giovani, con un dolore intenso, all’orbita dell’occhio. Si accompagna a lacrimazione e a fuoriuscita di secrezioni dal naso. Parliamo di attacchi molto violenti che si presentano alla stessa ora del giorno o della notte, perché hanno una loro ritmicità».

E l’emicrania?
«È una forma di cefalea pulsante, violenta, che può durare da uno a quattro giorni, associata o meno a fenomeni transitori che durano in genere 15 minuti, come la riduzione della vista o lo scintillio, in associazione con nausea, vomito, foto e fonofobia».

Quando basta prendere una compressa e quando è necessario rivolgersi allo specialista? 
«L’emicranico è quasi sempre un paziente che si prescrive i farmaci da solo, perché ne soffre e si è abituato a fare così. Quando gli attacchi diventano frequenti, nella misura di tre o quattro al mese, bisogna consultare il neurologo per sapere come agire con consapevolezza. Di solito si tratta di persone che tendono ad avere un carattere difficile, molto probabilmente perché soffrono tanto. Non dimentichiamo, infatti, la ricaduta che tutto questo può avere sulla vita lavorativa, sui rapporti sociali, fino a diventare profondamente invalidante. La prima cosa da fare è rassicurare il paziente sulla diagnosi ed evitargli tanti esami inutili».

Le cure si sono evolute?
«Adesso c’è la grande novità degli anticorpi monoclonali. All’ospedale di Caserta abbiamo cominciato a usarne uno dei tre tipi in commercio e viviamo un’esperienza molto positiva. Sono farmaci estremamente promettenti, per una terapia che può durare un anno o anche di più, dopo una sospensione di tre mesi. I nostri pazienti stanno continuando il percorso, non lo hanno abbandonato. Questo vuol dire che con loro funziona». 

Chi può accedervi?
«Da noi ci sono venti donne che seguono questo trattamento. Il Policlinico ne ha un centinaio. Li selezioniamo in base alle caratteristiche cliniche: devono avere almeno otto crisi al mese. Non è così raro. Solo in Campania, secondo uno studio recente, ci sono circa tremila persone che potrebbero beneficiare del trattamento».                      

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