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Show must go on

90 milioni di spettatori persi, più di un miliardo di euro sfumati, lavoratori dello spettacolo e del cinema senza palcoscenico e sale: è ora di ricominciare... (in sicurezza)

Gio 26 Nov 2020 | di Angela Iantosca | Attualità
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Milioni di spettatori persi, un miliardo e duecento milioni di euro volati via e poi licenziamenti, mancanza di lavoro, compagnie senza teatri. 
E ancora bauli in piazza, proteste, associazioni che sono nate per provare a dare una direzione: il mondo dello spettacolo e del cinema, dallo scorso marzo, sono stati travolti dalle chiusure, dal distanziamento e ancora dalle chiusure, nonostante il distanziamento e le norme di sicurezza messe in campo (più efficaci di molti altri settori tanto da non far registrare contagi). 
Noi abbiamo provato a dare voce a questo mondo ferito,  il cui silenzio sui palcoscenici è una perdita gravissima per loro, per l’economia e per tutti quelli che pensano che la cultura sia necessaria a rendere ancora più viva la nostra anima. 

 


Perché il calcio sì e i teatri no?

Cosa serve? Riaprire, distribuire in modo più corretto le risorse,  immaginare strategie unitarie del settore 

Angela Iantosca 

Il mondo degli spettacoli dal vivo ha perso, rispetto al 2019, quasi 600milioni di euro e più di ventiquattro milioni di spettatori. Per questo i lavoratori sono scesi per strada inondando le piazze reali e virtuali del loro grido disperato che è un appello non solo a far ripartire da un punto di vista economico un mondo che coinvolge centinaia di migliaia di persone, ma anche a rimettere in moto una preziose fonte di nutrimento emotivo e culturale. 
Per capire cosa stia accadendo e per provare a comprendere cosa accadrà abbiamo intervistato il Direttore Generale Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo), Domenico Barbuto.
 
Dopo la riapertura del 15 giugno cosa è successo?
«Le attività stavano riprendendo gradualmente, anche forti del fatto che si svolgevano all’aperto e in totale sicurezza, e la gente stava andando a teatro. Poi ci sono state l’inizio della fase autunnale e il Dpcm che consentiva nelle sale al chiuso un massimo di 200 spettatori, tranne in quelle regioni in cui veniva autorizzata un’estensione di questi limiti, purché venisse garantito il distanziamento di un metro. Tra l’altro abbiamo fatto anche delle verifiche su questa fase di riaperture ed è risultato evidente come i luoghi di spettacolo fossero sicuri. Anche perché parliamo di volumetrie enormi, di posizioni fisse, di gente che compra il biglietto online ed accede in modo ordinato. Non si trattava, insomma, di una condizione di particolare rischio. Per questo non ci saremmo aspettati la chiusura arrivata con il Dpcm del 24 ottobre. Detto ciò, considerando che la situazione epidemiologica continua ad essere grave e che comunque la salute viene sempre prima di ogni cosa, abbiamo preso atto della decisione, ma auspichiamo che, non appena possibile, queste attività che garantiscono condizioni di sicurezza possano riaprire, per consentire ai lavoratori di riprendere le loro attività, ma anche perché i teatri sono presidi culturali la cui riapertura rappresenterebbe il ritorno alla vita».

Quali aiuti sono stati messi in campo?
«Bisogna riconoscere che sono state messe in campo dal Governo significative risorse per il settore. Ma l’errore è stato non coinvolgere le parti sociali nelle scelte delle misure prese per garantire maggiore efficacia agli interventi. Non sempre, quindi, le misure sono state efficaci e corrispondenti ai reali bisogni». 

Il settore del teatro in questi mesi si è scoperto unito o c’è molto da fare?
«Rispetto all’unità bisogna lavorare ancora un po’, alcune divisioni interne sono controproducenti soprattutto in una fase complessa come questa. Il settore dello spettacolo tutto deve ritrovarsi e individuare strategie comuni, solo così si può incidere in maniera significativa sulla politica». 

Cosa vi aspettate per Natale? 
«Intanto siamo chiusi fino al 3 dicembre. E non abbiamo moltissime aspettative sul periodo immediatamente successivo, se la condizione continua ad essere questa… Ma speriamo che qualcosa possa cambiare». 

Perché il calcio di serie A sì e i teatri no?
«In questo momento c’è disomogeneità e incoerenza in alcune scelte, cosa che abbiamo segnalato. Come non abbiamo compreso il perché della chiusura dei teatri il 26 e il mantenimento dei musei aperti, poi chiusi in un secondo momento. Siamo stati felici per i musei, intendiamoci. Ma si è trattato di una scelta non molto comprensibile».

Cosa chiedete alla politica?
«Per prima cosa il coinvolgimento delle parti sociali affinché, per il supporto della categoria, siano individuate proposte efficaci. Le risorse sono tante e Franceschini è stato indiscutibilmente bravo nel reperirle, ma in una condizione del genere, purtroppo, non ci sono risorse che bastino. E seppur è vero che un teatro chiuso, senza svolgere attività, ha minori spese, e quindi risparmia, tuttavia non si può non ribadire come ci sia una significativa perdita per mancato incasso. Cosa che rischia di diventare drammatica. Infine, ma non per ultimo, sono indispensabili interventi in favore dei lavoratori che stanno patendo più di tutti. Per tutto ciò serve riaprire prima possibile, non appena la situazione epidemiologica lo consentirà». 

 


SPETTACOLI DAL VIVO 

Teatro, Lirica, 
Musica e Danza

INCASSI: -76,69% 
(-582.509.549,9 Euro)
INGRESSI: -79,71% (-24.368.797)

• TEATRO
INCASSI: -72% 
(-142.015.712 Euro)
INGRESSI: -72% (-10.498.681)

• MUSICA LIRICA
INCASSI: -74% 
(-78.935.407,44 Euro)
INGRESSI: -74% (-1.772.617)

• CONCERTI ClassicI
INCASSI: -76% 
(-37.376.869,37 Euro)
INGRESSI: -76% (-2.572.997)

• Musica Leggera
INCASSI: -80% 
(-292.366.813,99 Euro)
INGRESSI: -80% (-8.476.844)

• CONCERTI JAZZ
INCASSI: -73% 
(-6.381.969,79 Euro)
INGRESSI: -73% (-429.148)

• DANZA
INCASSI: -78% 
(-25.756.125,6 Euro)
INGRESSI: -78% (-1.618.510)


Fonte SIAE 
Rielaborazione dati Ufficio Studi e Programmazione AGIS 

 


PERDITE 2020

La stima di incassi e ingressi del 2020 (indicata nella colonna a destra) è stata effettuata sulla base dei dati 2019, non considerando i cinque mesi di chiusura (marzo, aprile, maggio, giugno e novembre) dei teatri stante i DPCM del 24 ottobre 2020 e del 4 novembre 2020 e nel presupposto, altamente improbabile, che questi possano riaprire il 4 dicembre 2020, presumendo, quindi, per i restanti sette mesi incassi e ingressi ridotti in una misura percentuale variabile dal 72 all’80%, a seconda dei generi di spettacolo presi in considerazione in relazione alla limitazione dei posti massimi consentiti, a seguito delle misure restrittive sinora previste dalle disposizioni a livello nazionale e regionale.

 


60 milioni di spettatori persi

Mario Lorini, Presidente Anec: “Speriamo nella riapertura natalizia dei cinema”

1600 strutture cinematografiche, 4.000 schermi, 8.000 addetti diretti, 20.000 se si considera l’indotto connesso alle attività. Questo è il mondo del cinema in Italia. Numeri dietro i quali si nascondono persone, impegno, idee, storie da raccontare, famiglie, investimenti, attese, speranze, emozioni, cultura, educazione, riflessioni, lavoro… Una macchina che si è fermata a fine ottobre, ancora una volta, dopo le chiusure della scorsa primavera che hanno determinato 60 mlioni di presenze perse da febbraio, 400 milioni sfumati di Boxoffice e altri 150 milioni di revenue accessorie derivanti dalle aree Concession, attività nelle sale, pubblicità, sponsorizzazioni. 

Quali sono gli effetti del Dpcm del 24 ottobre?
«Partendo dagli effetti del nuovo Dpcm - spiega Mario Lorini, presidente Anec,  Associazione Nazionale Esercenti Cinema - questa nuova sospensione ha creato una forte criticità nel settore del cinema, una macchina complessa che comprende dalla produzione alla distribuzione e che, quando si ferma, è difficile farla ripartire. Certamente le reazioni del comparto e dell’opinione pubblica hanno evidenziato una criticità nella scelta, anche alla luce del comportamento ligio delle sale cinematografiche mostrato nei mesi di riapertura, durante i quali sono stati rispettati tutti i protocolli, rendendo i cinema luoghi di grande sicurezza, per le ampie dimensioni che permetto il rispetto del distanziamento, per il rispetto dei limiti di capienza imposti, per il rilevamento della temperatura, per la possibilità che era stata stabilita di prenotare il proprio posto. E anche perché il cinema è un luogo nel quale si sta in silenzio con la propria mascherina, a distanza di sicurezza, cosa che rende davvero difficile il contagio. Cosa confermata anche da indagini. È evidente che questo nostro ottimo lavoro è sfumato a causa dell’aggravamento della situazione: lo stop alle sale ci è dispiaciuto molto, ma ovviamente ci siamo adeguati».

Con quali conseguenze?
«Dal mese di marzo abbiamo perso il 91% dei corrispondenti proventi dello scorso anno. Inoltre, dalla riapertura dello scorso 15 giugno, ricominciata con grande lentezza, abbiamo registrato un -82% di ingressi e il 20% delle sale non ha proprio riaperto. Quindi è necessario ragionare su queste cifre e sul cosa fare per la nuova ripartenza. Anche perché i prodotti internazionali sono slittati al 2021, mentre alcuni andranno direttamente in piattaforma. Quindi questo significa che l’offerta si indebolisce. E se anche i principali mercati europei non ripartiranno, significa che dovremo fare affidamento solo sui film italiani e su quelli indipendenti. Ma anche, chiaramente, sulla disponibilità dei film italiani…».

Facciamo degli esempi pratici.
«“Ritorno al crimine” di Massimiliano Bruno, che ha quattro attori straordinari, Giallini, Gassman, Tognazzi e Leo, era pronto a marzo; a causa della chiusura è stato posticipato ad ottobre, perché si faceva affidamento su un periodo considerato caldo. Stessa sorte per il film di Carlo Verdone: pronto da febbraio, era stato pianificato per fine novembre… e ora slitta di nuovo. L’idea del Governo è stata quella di chiudere ora, per aprire durante le festività. Ma c’è un aspetto importante per noi del cinema: i tempi. La macchina del cinema, come dicevo, è complessa, quindi c’è bisogno di un un lasso sufficiente di tempo, prima che il film arrivi in sala, da dedicare alla comunicazione, alla distribuzione, alla promozione… Quindi, se si vuole riaprire a dicembre, per il periodo natalizio, è necessario saperlo almeno un mese prima. E dobbiamo pensare, tra l’altro, che ci sono anche dei film che sono stati realizzati proprio per il periodo delle feste, quelli che hanno nello stesso titolo la parola Natale. Insomma staremo a vedere cosa accade, se dobbiamo rimandare ancora tutto oppure no». 

Cosa chiedete?
«Per prima cosa che il Governo, che ha ipotizzato questa stretta con il Dpcm del 24 ottobre finalizzata a che durasse il meno tempo possibile, riconosca e faccia tesoro del sacrificio fatto dalle sale e della rivolta del mondo della cultura per aver tolto presidi culturali così importanti, che rivaluti l’ipotesi di una riapertura per far trascorrere al pubblico, in totale sicurezza, il Natale al cinema. Ma questo, lo ribadisco, ci deve essere comunicato per tempo. Abbiamo molte possibilità, come quella di aumentare il numero degli spettacoli, limitare le presenze, obbligare alla prenotazione, come già stavamo facendo. La programmazione ha una grande flessibilità… Infine, sono necessari sicuramente degli aiuti».

E per quanto riguarda le piattaforme: cosa è importante capire?
«Prima di tutto bisogna far capire che le due esperienze, quella del cinema e quella della piattaforma, sono complementari. Nessuno può paragonare l’esperienza in sala, che è la massima espressione del film, ad una visione domestica. La piattaforma è importante per il produttore per recuperare l’investimento, ma questo non deve creare nella testa delle persone che guardano l’idea di una concorrenza o alternativa alla sala. La chiusura delle sale ha creato la necessità di passare in piattaforma, ma questa deve essere una cosa temporanea. Di solito, invece, il film va in sala e poi passa in piattaforma. È stato tra l’altro evidenziato che i grandi incassi partono sempre dalla sala. Se un film va direttamente in piattaforma non avrà lo stesso successo. Il passaggio diretto in piattaforma è solo un espediente… non a caso per esempio Verdone ha detto che preferisce attendere la sala, piuttosto che passare subito in piattaforma, nonostante il film sia pronto da febbraio».

Angela Iantosca   

 


DIAMO I NUMERI

• Dal 15 giugno fino al 26 ottobre scorso sull’intero territorio nazionale circa l’80% degli schermi è stato riacceso (2694 sono stati gli schermi riaccesi);

• Il fatturato si è fermato al 38% rispetto all’anno precedente;

• Dalla riapertura del 15 giugno si è registrato un -82% di ingressi;

• Dal mese di marzo si è perso il 91% dei proventi rispetto al 2019; 

• Gli studios hanno rinviato quasi tutti i titoli al 2021. 

 


La nostra categoria? non esiste (per loro)!

Alessio Piccirillo: ecco come il covid ha cambiato il lavoro dell’ufficio stampa cinematografico 

 Angela Iantosca 

L’album dei suoi ricordi è di quelli popolati di sogni, di attrici inarrivabili, di abiti lunghi e papillon, partenze improvvise, hotel da capogiro, anteprime, emozioni. Ma anche di adrenalina, tensioni, lavoro intenso, aerei presi e persi, di risoluzione di problemi insormontabili, di accordi, trattative, di vittorie e a volte di qualche sconfitta... Poi è arrivato il Covid e tutto è cambiato. Soprattutto per chi come Alessio Piccirillo fa l’ufficio stampa cinematografico. 
«Per prima cosa vorrei fare una premessa che serve a comprendere come sia necessario fare ordine in diversi ambiti: la categoria degli uffici stampa cinematografici ufficialmente non fa parte della filiera del cinema, ma delle agenzie di comunicazione. Quindi pur essendo noi un tassello importante del settore cinema, legato alla distribuzione e alla promozione, non rientriamo nei provvedimenti presi per aiutare le maestranze del cinema. Detto questo nella fase del primo lockdown c’è stato un blocco totale: avevamo dei film che dovano uscire in sala e che ovviamente sono stati cancellati. Di conseguenza anche la comunicazione dei film si è fermata. Salvo per un paio di titoli come “Un figlio di nome Erasmus”, che è stato il primo film italiano ad essere spostato in piattaforma. Quindi in questo caso, gran parte del lavoro che era stato pianificato per la promozione di quel film in sala l’abbiamo trasformato per una uscita streaming, realizzando gli interventi nelle trasmissioni tv degli attori da casa. Con questa seconda ondata, la situazione si è ripresentata e i film che noi avevamo recentemente presentato al Festival del Cinema di Venezia o alla Festa di Roma come “The Special” con Cassel o “I am Greta” sono stati cancellati: entrambi andranno direttamente sulle piattaforme. Ma in questo caso gran parte del lavoro era stato fatto». 

In termini economici che danno avete subìto?
«Se il film era stato già lavorato e promosso, abbiamo concluso il nostro compito trasformando quella promozione fatta per il cinema a promozione fatta per la piattaforma, con nessuna conseguenza economica. Il radicale cambiamento per noi è stato il fatto di avere normalmente una serie di titoli in programma ogni mese che non abbiamo più, perché è tutto bloccato. Abbiamo grandi film americani, che erano in programma per fine 2020, che sono slittati al 2021. Quindi in questo caso, meno titoli, meno lavoro, meno soldi».

Come è cambiato il rapporto con il comparto?
«Ci siamo tutti sentiti parte di un grande meccanismo che si è per forza inceppato. Tutto il comparto del cinema mai come adesso ha capito che fa parte di un grande meccanismo. Mentre gli attori di teatro hanno subìto uno stop totale e vivono in grande difficoltà, nella seconda ondata molte produzioni di serie tv e di film riescono a lavorare. Cosa che non era stata possibile in primavera. Ovviamente per farlo devono sottoporsi a mille controlli, a set blindati, a tamponi continui. Ma almeno quelle produzioni che allora si erano bloccate ora riescono a produrre».

Cosa vorreste chiedere?
«Di essere parte di una categoria riconosciuta come uffici stampa cinematografici. Perché sono previsti gli aiuti per i liberi professionisti, ma nei decreti di Franceschini noi non ci siamo».

Tu lavori anche con l’estero: c’è stata una differenza di approccio al problema?
«Nessuna differenza. Le grandi produzioni e distribuzioni si sono fermate anche all’estero». 

Cosa hai in uscita in piattaforma?
«A novembre è uscito “I am Greta” su Sky prima fila, Google play, TimVision, Infinity, Chili, Rakuten tv, Mio cinema, Io resto in sala. Le proiezioni previste nelle scuole per ora sono rimandate. L’altro film in piattaforma è “The Special” che è andato direttamente in piattaforma su Sky prima fila, Premiere, Mio cinema, Io resto in sala, Raicom, Itunes, Amazon prime, Google play, Tim vision, Infinity…». 

Il periodo di riapertura ha visto la realizzazione del Festival del Cinema di Venezia e la Festa di Roma: come è andata?
«Venezia è l’evento che noi seguiamo assiduamente da 10 anni, durante il quale presentiamo film che seguiamo e attori che rappresentiamo che sono lì per loro film. Il nostro team è formato da tre persone, io, Pierluigi Manzo e Antonino Scalzo, più vari collaboratori. Per noi Venezia è un momento davvero importante, dove siamo anche uffici stampa cinema di Campari, simbolo nell’ambito del cinema italiano e brand che crea contenuti ed eventi. Quest’anno in particolare per Campari abbiamo seguito l’organizzazione del cinema galleggiante all’arsenale, con un driveboat sull’acqua. Una situazione che ci ha permesso di dare vita, in parallelo al Festival del Cinema, proiezioni ed eventi ai quali hanno partecipato star come Matt Dillon e Cate Blanchett. Ma quello che ho sentito era un velo di sottile tristezza, anche se è filato tutto liscio per la fantastica organizzazione della Biennale. Certo mancava il grande pubblico e il glamour, ma credo che avrebbe stonato rispetto ai morti e ciò che abbiamo vissuto e siamo tornati a vivere. La Festa di Roma anche è andata molto bene e si è conclusa a ridosso del Dpcm che ha portato a diverse chiusure… Ora credo che Oscar e Berlino siano a rischio…Penso che la situazione nel mondo del cinema si normalizzerà quando si abbasseranno i contagi e nella mente delle persone ci sarà l’idea di potersi svagare. Le sale sono in sicurezza, ma la percezione delle persone ancora non c’è. Nel prossimo futuro da parte anche del Ministero e delle associazioni di categoria dell’Anica e dell’Anec credo che dovrà essere approntata  una campagna di informazione mirata a far comprendere che i cinema sono aperti». 

Qualcosa di buono è emerso da questa situazione?
«Si è compreso che tante riunioni inutili si possono fare su Zoom, che tante interviste i giornalisti le possono realizzare anche senza l’attore in presenza, che le conferenze stampa si possono organizzare in streaming. Che si può risparmiare tempo e denaro. Quello che bisognerebbe tentare di far capire alle persone è che i cinema erano e restano dei luoghi protetti. Perché con il distanziamento e le norme molto rigide, molto più rigide di quelle applicate nei ristoranti, i cinema restano luoghi in cui si può staccare il cervello e andare in un altro mondo, senza pensare sempre al Covid. Quello che sono certo non funzionerà saranno i film che si faranno sul Covid da qui a un anno. Credo che questo periodo sarà da raccontare tra qualche anno con la prospettiva del poi»..

Come ti ha cambiato questo periodo?
«Ho cominciato questo lavoro nel 2006. Ma questo periodo ha permesso di ristabilire, non solo a me, quelle che sono le priorità reali. Il mio approccio personale a questo lavoro, che amo molto, è sempre stato l’essere consapevole che è un lavoro che rientra nell’ambito dell’intrattenimento, non siamo né medici é infermieri, non stiamo salvando vite umane. A volte quando siamo nel vortice, perdiamo un po’ il contatto con la realtà, anche perché è un lavoro che ti porta a staccarti dal reale, perché spesso hai a che fare con persone che sono convinte che il loro lavoro sia fondamentale. Ecco il Covid ci ha fatto capire che si può rallentare un po’, che si può fare smartworking e ha agevolato alcune mie aspirazioni».                            

 


È come stare in guerra

 

Paola Quattrini in piazza per protestare contro la chiusura di cinema e teatri 

 


 

Marzia Pomponio 

 



A quattro anni si alzava alle cinque del mattino per recarsi sul set del suo primo film, a otto ha debuttato in radio al fianco di Corrado, a dieci ha iniziato a recitare in teatro e non ha più smesso, diventando la regina delle commedie brillanti. Paola Quattrini, 72 anni di carriera trascorsi accanto a mostri sacri come Domenico Modugno, Johnny Dorelli, Gino Bramieri e Walter Chiari, con oltre sessanta spettacoli teatrali e una quarantina di film è entrata nella storia del cinema e del teatro italiano. «Il mio è il mestiere più bello del mondo, non potrei assolutamente pensare di lasciarlo», afferma l’attrice che a luglio ha ricevuto il premio Flaiano alla carriera e vanta un’agenda ricca di spettacoli nei maggiori teatri italiani, interrotti dalle disposizioni anti Covid. 
 


A ottobre c’era anche lei a piazza Montecitorio per protestare contro la chiusura di teatri e cinema disposta per l’emergenza Covid. 

 

«Sì, per dire che esistiamo e non capiamo perché colpire una categoria già fragile, forse perché non ci siamo mai molto ribellati. Non abbiamo dei veri contratti vincolanti che ci tutelano e i nostri cachet sono ridicoli. In questo lavoro siamo spinti soprattutto dalla passione, che a volte ci fa mettere dalla parte della produzione pur di permettere alla barca di arrivare in porto, però vogliamo esistere. Abbiamo teatri, anche in piccoli paesi, che sono dei gioielli, un vanto per l’Italia, dobbiamo farli vivere». 

In entrambe i lockdown era in tournée: a marzo con “Se devi dire una bugia dilla grossa”, a novembre con “Nevrotica Presente”.
«Ho avuto il piacere di rifare “Se devi dire una bugia dilla grossa” a trent’anni dalla prima rappresentazione (al fianco di Johnny Dorelli e Gloria Guida, ndr). Ci attendevano il Manzoni di Milano, il Quirino di Roma, il Politeama di Genova. Dovremmo riprenderlo tra gennaio e febbraio, ma essendo uno spettacolo con quattordici attori, una decina di tecnici, trasporti per l’importante scenografia, che non permette il distanziamento, non so se riusciremo a farlo. “Nevrotica Presente” sono monologhi di donne che avevamo pensato per stare sul palco da sola in questo periodo di emergenza sanitaria». 

In 70 anni di carriera ha vissuto periodi difficili analoghi a quello attuale?
«Sono nata a fine guerra, il nostro lavoro è vero che è fatto di incertezze, di squilli di telefono, di cose che si devono fare e poi non si fanno, di delusioni, ma una situazione così irreale in cui tutti siamo coinvolti non la ricordo. Forse è come stare in guerra. Mi stanno rubando un anno di vita e alla mia età è ancora più drammatico. È un periodo di sofferenza soprattutto per i pochi produttori privati, veri eroi che amano talmente il nostro mestiere, pur non salendo sul palcoscenico, da volere continuare a fare teatro, non vogliono che muoia come si sta rischiando di fare». 

Si definisce un’ottimista ed è già a lavoro sui nuovi progetti.  

 

«I progetti sono essenziali per andare avanti e superare i momenti complicati. A dicembre è in programma al teatro Manzoni di Roma “Oggi è già domani”, l’ultima regia del grande Pietro Garinei, che aveva acquistato questa commedia in America appositamente per me. Mi piace vedere i teatri  pieni, ma ci siamo abituati anche a queste nuove disposizioni, con poco pubblico e distanziato, basta che i teatri continuano a vivere».                                                          

 


IN SCENA DAL 1948

Paola Quattrini, 76 anni, ha debuttato nel cinema nel 1948 con “Il bacio della morte”, regia di Guido Brigone. L’enfant prodige, negli Anni ’50 definita la Shirley Temple italiana, è stata diretta tra gli altri da Pupi Avati, Carlo Vanzina e Vittorio Gassman, con il quale ha recitato in uno dei suoi ultimi film, “La bomba” (1999). Per la sua vita spesa tra cinema, teatro e televisione nel 2003 è stata insignita del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Ciampi. A luglio ha ricevuto il Premio Flaiano alla carriera. 

 


Il caso Doc: parla la ‘ex’ di Argentero

Sara Lazzaro, ex moglie di Luca Argentero nella serie “Doc”, tra stop alle riprese e ripartenza. Ma il pubblico, fedele, ha compensato le incertezze da Covid

Alessandra De Tommasi

A Sara Lazzaro mancava un solo giorno per finire le riprese della serie “Doc-Nelle tue mani” (dove interpreta Agnese, l’ex moglie di Luca Argentero). Ma il set ha chiuso i battenti per la pandemia, lasciando con il fiato sospeso a metà della messa in onda non solo il pubblico, ma anche tutti gli addetti ai lavori. I ciak hanno poi ripreso in sicurezza, regalando alla tv italiana uno dei prodotti più amati di stagione. Ma quel limbo d’incertezza ha lasciato il segno, oltre a tanta voglia di ricominciare, come racconta l’attrice tra una scena e l’altra di “Welcome Venice”, nuovo progetto cinematografico di Andrea Segre.

Proprio mentre gli ascolti di Doc sono volati alle stelle, cinema e teatri sono stati chiusi. La sua prima reazione?
«Un pugno nello stomaco perché molti spazi si erano riorganizzati per allinearsi ai protocolli di sicurezza. Ma comunque ho uno spirito pratico e nelle situazioni d’emergenza divento un’amazzone, pronta a reagire con pragmatismo».

Perché ha partecipato alla Mostra del cinema di Venezia?
«Con il festival ho un rapporto emotivo forte: da studentessa universitaria facevo un lavoro estivo alla Biennale negli accrediti internazionali. Per me resta un appuntamento importante e, anche prima di diventare attrice, prendevo l’abbonamento per vedere tutti i film. Esserci quest’anno è stato importante e non solo per la mia storia, ma perché programmarlo in sicurezza è stato un gesto coraggioso per tutto il settore. Non ci fermiamo e l’eco si è diffuso in tutto il mondo».

Arte e cultura sono tra i settori più penalizzati: perché invece dovrebbero ricevere più riconoscimenti?
«L’arte esprime l’identità di una cultura e l’emotività collettiva, un’immagine è rappresentazione e riflessione, offre una prospettiva diversa, un’occasione per superare le difficoltà. Resta un salvagente a cui dovremmo aggrapparci, per trovare un momento di respiro, assieme ad altre persone, in un rito – come il cinema o il teatro – collettivo in un certo spazio in cui si assiste a qualcosa che accade e ci ricorda che siamo esseri umani».           

 


PIÙ DI 7 MILIONI DI TELESPETTATORI

L’attrice padovana Sara Lazzaro, classe ’84, attualmente sul set del nuovo film di Andrea Segre, ha ottenuto di recente un successo travolgente nei panni dell’ex moglie di Luca Argentero nella serie-evento di Rai Uno, “Doc-Nelle tue mani”, che ha tenuto incollato ogni settimana oltre sette milioni di spettatori di fronte alla tv. Si è formata all’Istituto Universitario di Architettura a Venezia ottenendo la laurea in Arti visive e dello spettacolo, per poi trasferirsi a Londra, dove ha conseguito un Master in Performance al Drama Centre. Tra gli altri progetti legati al piccolo schermo anche “The Young Pope”, “Braccialetti rossi” e “Volevo fare la rockstar”. Al cinema ha recitato in “18 regali”, firmato da Francesco Amato.

 


Uno, nessuno, centomila

 

Sono tante le realtà, le associazioni, le scuole, gli attori che operano sul territorio nazionale e che da mesi sono fermi: come hanno reagito? 

 


Pascal La delfa: “Il teatro è una cura” 
Pascal La Delfa, fondatore della Scuola Nazionale di Operatori di Teatro Sociale, patrocinata dall’ETI (Ente Teatrale Italiano) e attualmente referente di un progetto europeo Erasmus Plus per l'utilizzo del Teatro come strumento di inclusione sociale, è uno di quelli che, finito il lockdown della scorsa primavera, si è messo subito in moto per ridare forma alle attività, agli spettacoli e agli incontri. A cominciare da un convegno nazionale che ha coinvolto gli operatori del teatro sociale, per poi passare alle performance teatrali alla Casa del Cinema, al Premio Masina, da lui ideato e che ha visto premiata Anna Foglietta. «Dopo tanti anni siamo riusciti a fare un convegno nazionale degli operatori di teatro sociale. Insieme abbiamo parlato del riconoscimento della professione, del progetto europeo, del registro nazionale e da lì sono nati dei tavoli di lavoro. Poi abbiamo analizzato la situazione locale che è disastrosa, tanto più in un momento come questo. Nelle piccole realtà qualcuno è riuscito a fare qualcosa online, favorendo così il mantenimento di un filo tra le persone. Ma il non incontrarsi è una perdita enorme. Per quanto mi riguarda avevo appena ricominciato con i corsi di formazione quando è arrivato il Dpcm e una nuova chiusura e nuove paure... Credo che tutto questo avrà una ricaduta negli anni, creando degli scompensi: potrebbe essere molto utile nel futuro pensare a delle attività di teatro nel sociale in presenza, per recuperare le relazioni e dare sfogo alle paure, a quelle non espresse, alla loro rielaborazione, facendole diventare storie, quadri, mostre fotografiche… per sublimare verso l’esterno: in questo il teatro è maestro». 
A.I.


UN GIOCO DIVENTATO LA MIA VITA
Claudia Campagnola ha cominciato a fare l‘attrice per gioco. Poi il gioco è diventata la sua vita. 
«Era il 2000 quando iniziai a studiare al Teatro Azione. Era un momento per me di inquietudine e avevo bisogno di leggerezza. Ero una studentessa di Economia e Commercio, ma sentivo che dentro di me qualcosa si agitava. Dopo la laurea in Economia aziendale, con una tesi sul teatro, ho deciso di seguire la passione, iniziando con il fare l’assistente alla regia in una produzione in cui c’era Arnoldo Foà e come regista Pino Quartullo. Ma la mia volontà era diventare attrice, per questo ho studiato, mi sono impegnata e pian piano sono arrivata qua, dove posso dire di aver raggiunto da sola risultati interessanti». 

Il lockdown come lo hai vissuto?
«Sono una iperattiva e questo mi ha portato a vivere momenti molto difficili, soprattutto in una giornata in cui mi sono sentita persa. Ma proprio questo ha portato a dar vita a qualcosa di nuovo. In quel giorno ho cominciato a contattare tutti gli autori che conoscevo e da questo scambio è nato questo omaggio a Mia Martini, scritto da Paolo Logli. Un testo di parole e musica che avrebbero dovuto interpretare due donne. Ne ho parlato con il mio amico Marco Morandi e alla fine la parte musicale l’ha curata lui… Così abbiamo cominciato a fare le prove su Skype e a prepararci alla riapertura. Nel frattempo in lockdown sono riuscita a riorganizzare la rassegna che da anni organizzo a Fregene. E questa estate sono riuscita a fare un po’ di date, con mia grande soddisfazione». 

Ora?
«Ora sto leggendo molto! Ma come tutti sono in attesa di capire. In teoria la mia stagione è piena: a gennaio riprende “Otto donne e un mistero”, spettacolo in tournée con il Quirino. E poi abbiamo già 60 date con “L’uomo ideale” che è una produzione del Teatro Golden… Staremo a vedere».

Cosa ha portato questo periodo?
«Il nostro è un lavoro che ha dei doveri, ma che dovrebbe avere anche dei diritti, che forse non sono tutelati. E questo periodo potrebbe essere una grande occasione per comprendere che direzione prendere, ma anche per cominciare a fare rete davvero. Durante la primavera, si è sollevato un coro di proteste e sono nate tantissime associazioni, forse troppe. Io mi sono associata ad “Unita”, la cui presidente è Vittoria Puccini: si stanno dando molto da fare e stanno cercando di crearci come categoria, perché la verità è che siamo allo sbaraglio. Mi sono resa conto soprattutto in questo anno che è un settore il nostro molto complesso da unire, forse perché c’è un ego smisurato, c’è una competizione a volte distruttiva. Forse bisognerebbe ragionare più come squadra che come individui. Inoltre, credo che potrebbe essere questo un momento utile per stabilire dei criteri per definire la nostra categoria che sfugge a delle definizioni, ma che poi è difficile aiutare proprio perché ha confini labili e si disperde in mille rivoli». 
 A.I. 

Libera accademia del teatro
Uberto Kovacevich vive ad Arezzo ed è un attore, oltre ad avere una scuola di teatro, la Libera Accademia del Teatro. 

Qual è la situazione che state vivendo?
«All’inizio abbiamo avuto qualche momento abbastanza spiazzante, ma poi ci siamo adoperati usando Skype e Zoom per provare almeno a fare lezione. Non è stato facile, specialmente per chi è avanti con gli anni. Comunque grazie alla rete siamo riusciti a impostare alcune cose che abbiamo provato e poi portato in scena durante l’estate. Ovviamente abbiamo dovuto lasciar perdere per quest’anno i corsi di musical e danza e abbiamo lavorato su spettacoli che parlassero di questo momento particolare, della distanza, delle difficoltà. Con il nuovo Dpcm ci siamo attrezzati, provvedendo a fare le lezioni on line da scuola. E, dal momento della chiusura, da casa».  

Aiuti ne sono arrivati?
«Per quanto riguarda la scuola speriamo che arrivi qualche aiuto economico. Ovviamente non possiamo pensare di andare avanti così. Certo lo Stato può aiutare, ma più di tanto non si può pretendere. Chiaramente non mi piace molto che il teatro in quanto Ente di formazione non sia visto come una cosa utile e necessaria… Ancora si pensa che sia una cosa della quale si può fare a meno…».

La rete c’è?
«La rete a livello nazionale non c’è. Io ho chiamato i colleghi per sapere come si comportassero, ma giusto per chiacchierare. A livello locale è un altro discorso: nella provincia di Arezzo siamo in contatto con tutte le scuole».
A.I.  

Teatro di frontiera e luogo di inclusione
Chiusi al pubblico da marzo. Non hanno riaperto nemmeno quando è stato tecnicamente possibile, perché le restrizioni li avrebbero obbligati a far entrare in tutto lo spazio solo 33 persone, compresi attori e personale di sala, quindi appena 25 spettatori: insostenibile dal punto di vista economico. Il Teatro Nest di San Giovanni a Teduccio, quartiere dell’area est di Napoli, è formato da un gruppo di attori, registi, drammaturghi, tecnici, e le loro economie singole si mischiano a quelle della struttura, in un totale per niente confortante. «La situazione è drammatica», dice Giuseppe Miale di Mauro, co-fondatore insieme a Francesco di Leva, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino e Andrea Vellotti, professionisti che si sono fatti conoscere in tutta Italia. Il Nest ha aperto nel 2009 nella palestra di una ex scuola. La prima stagione c’è stata nel 2015, con un’attenzione crescente per un gruppo cresciuto a sua volta nel numero. «D’estate abbiamo fatto qualcosa nel nostro cortile, all’aperto, anche con proiezioni di film: volevamo trasmettere di esserci, ancora, di essere vivi. Questo stop lungo mesi vuol dire difficoltà enormi. Siamo molto d’accordo sulla questione solidarietà verso teatri e strutture, ma preoccupati e attivi per porre l’attenzione sulle singole realtà e sui singoli lavoratori. Stiamo affrontando le spese vive dello spazio attingendo dai nostri risparmi e dal tesoretto del Nest, ma è troppo poco».

Ricevete dei fondi dal Ministero?
«È un piccolo contributo. Ci viene assegnato per il nostro lavoro di inclusione sociale, che oltretutto in questo periodo non possiamo fare completamente perché i decreti non ce lo consentono. Questo è un tema cardine per noi. Il rapporto con il territorio e con il quartiere è fondamentale. Ci arrivano tanti messaggi e altrettante telefonate. Si sentono orfani di un luogo di socialità, aggregazione, crescita culturale. Ma il teatro sopravviverà solo se sopravviveremo noi singoli lavoratori dello spettacolo che lo portiamo avanti».            
 


Emanuele Tirelli  

 

 

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