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La trappola della rete

Come tutelare noi e i nostri figli dai pericoli che si nascondono online? Quali sono i confini da non superare? Cosa sono le chat anonime e il vamping? E come è l’amore al tempo dei social?

Mer 30 Dic 2020 | di Angela Iantosca | Media
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Come tutelare i nostri figli e noi stessi dalla rete? Come porre dei limiti all’uso del cellulare? Come evitare che i nostri piccoli si iscrivano a chat anonime dietro le quali spesso si nascondono malintenzionati e criminali? In questo speciale compiamo un viaggio nel mondo del web, dando voce agli esperti, a chi monitora ciò che accade online, a chi da anni si occupa di dipendenza tecnologica e cyberbullismo, a chi osserva i comportamenti sessuali, a chi tutela la nostra privacy e a chi ha deciso, per noi, di fare un esperimento su Tinder per cercare l’anima gemella (!)... senza (ovviamente) trovarla!                                    

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Alice, la guardiana della realtà virtuale


Alice Avallone, etnografa digitale, da anni studia come le persone si relazionano online

di Nadia Afragola

Alice Avallone è stata tra i protagonisti dell’Internet Festival 2020. Con lei è possibile parlare delle forme che avrà il futuro. Studia il mondo della realtà virtuale e dell’interactive storytelling, unisce scienza sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online (etnografia in rete). C’è lei dietro Be Unsocial, la rivista di antropologia digitale ed è lei che nel 2009 ha fondato il travel magazine digitale Nuok, con il quale ha firmato diverse guide di viaggio (Bur) e vinto numerosi riconoscimenti. È coordinatrice del College Digital della Scuola Holden, membro del Comitato Scientifico della Film Commission Torino Piemonte per i New Media e sta per pubblicare, con Hoeplie, il libro “#Datastories”, un saggio alla scoperta del significato nascosto degli small data che quotidianamente seminiamo in Rete attraverso i nostri tablet e smartphone.
L’hanno definita una etnografa digitale. Cosa significa?
«Semplificando, passo le mie giornate in rete a osservare come le persone si relazionano all'interno dei gruppi, community e forum, studio il linguaggio, il comportamento o cosa pubblicano sui social media. Prendo in prestito metodi di analisi antropologici e li applico su territori digitali. Analizzo usi, costumi e le tradizioni che non sono qui suddivise per etnie, ma per fasce generazionali, valori, comportamenti». 
Quante cose brutte ha visto su quei gruppi che analizza?
«Tante. Spesso ci sono gruppi fortemente maschilisti, gruppi di estremismi politici, molto violenti. L'etnografo digitale deve essere quanto più oggettivo e imparziale possibile. Deve spogliarsi del giudizio. Bisogna essere dei notai che si appuntano quello che vedono senza esserne influenzati».
Dove convergono tutte queste analisi?
«Quelle che conduco per mio conto le rilascio gratuitamente sul mio portale www.beunsocial.it e sono suddivise per settori, dalla moda alla finanza. L’altra parte del mio lavoro viene commissionata da aziende che hanno la possibilità di investire su ricerche qualitative».
Quando ha iniziato a specializzarsi in questa branca?
«Ho fatto il passaggio dall'essere produttrice di contenuti ad essere osservatrice 5 anni fa, dopo un periodo di consulenza come digital strategist, facendo un passo indietro, limitandomi all'analisi prima che alla strategia». 
Ha senso parlare di privacy in rete?
«Ha senso nella misura in cui ciascuno tutela ciò che vuole condividere. Ha senso se ognuno di noi ha la consapevolezza che sta lasciando delle tracce. La privacy viene meno nel momento in cui, grazie agli algoritmi artificiali, vengono raccolti i dati a nostra insaputa. Si va dalle fotografie pubblicate su un social media alle ricerche su google, che possono trasformarsi in un tassellino dei big data».
Ha fatto discutere lo sfogo di Luca Argentero e della sua compagna contro due noti settimanali che avevano pubblicato le foto della figlia neonata. Si passa da un approccio più conservativo, a quello di Chiara Ferragni, che riempie i social con foto della sua famiglia. Dove sta il giusto?
«Quando sei un personaggio pubblico devi mettere in conto che gran parte della tua vita sarà esposta. C'è poi un discorso etico di autodisciplina, a cui i media non dovrebbero sottrarsi. Scandalizzarsi del fatto che certe foto vengano rubate è un po' ingenuo. Vanno rintracciati i perché delle pubblicazioni di queste foto. E il motivo è che rispondono al desiderio delle persone di entrare nella vita dei vip. Anche noi nel nostro privato andiamo a curiosare tra i profili delle persone. È la tendenza umana di sapere di più, delle persone che abbiamo intorno, perché spesso guardando l'altro riconosciamo noi stessi. Personalmente apprezzo molto, per quanto io non lo farei mai, l'atteggiamento di Chiara Ferragni, che decide di rispondere alla richiesta del mercato direttamente, senza l'intermediario del paparazzo». 
Come si vive in rete?
«Su ogni social mostriamo uno spicchio diverso di noi. Su Facebook mostriamo il lato più polemico e critico; su Instagram siamo dei gran panificatori e curiamo la pelle del viso; su Linkedin torniamo rigidi, impettiti e professionali. Come nella società fisica, ci sono luoghi in cui ci vestiamo in un certo modo ed altri in cui parliamo con registri differenti. In rete si vive frammentati, come in analogico».
Come il Covid ha cambiato il comportamento in rete?
«L'ha cambiato dal punto di vista estetico, abbassando gli standard. Abbiamo condiviso le nostre case, che non sono così pettinate come le location che solitamente finivano nei nostri obbiettivi. Siamo andati verso una direzione più umana, più intima. Gli stessi influncer sono più attenti nella produzione dei contenuti e a dare più profondità a un post. Stare davanti al monitor con continuità poi ha generato quello che ho identificato con il neologismo “zoom fatigue”. Il dispendio di energie è pari se non superiore quando facciamo una riunione su zoom rispetto a farla dal vivo».
Come la rete ha cambiato i non nativi digitali?
«La rete, durante il Covid, è diventata un ponte anche e soprattutto per i non nativi digitali. Ho visto un forte confronto intergenerazionale. Nei corsi on line, ad esempio, ci sono classi eterogenee che vanno dal diciottenne indeciso, al sessantenne che ha più tempo libero. Un avvicinamento che nella vita reale è più complesso perché solitamente abbiamo a che fare con gente della nostra fascia d'età». 
Come si fa a parlare di viaggi oggi?
«Si è andati alla ricerca di spazi ampi. Si preferisce l’esplorazione di ambienti naturali, piccoli borghi dove non c'è turismo di massa. Si può parlare di viaggi di prossimità e di viaggi no touch, quelli strutturati per avere il minimo contatto con altre persone. Abbiamo riscoperto il foraging, la raccolta di erbe selvatiche spontanee, e abbiamo manifestato questo bisogno anche in casa, con piante aromatiche o piccoli orti urbani. In Nouk si parla molto dell'Italia in questo momento storico». 
Cosa serve per entrate nel progetto Nouk?
«Il progetto nasce nel 2009 a New York, dove ho vissuto per 3 anni. Si concentrava sulla città, tanto che il nome è dato proprio dalla storpiatura di come un bambino ne pronuncerebbe il nome per la prima volta. Poi ci siamo allargati, raggruppando ragazzi in tutto il mondo ed abbiamo deciso di raccontare le cose più belle che ci capitavano sotto gli occhi. Oggi proponiamo pillole di 1500 battute che condensino la bellezza di un luogo. Stiamo lavorando sulle singole parole secondo cui suddividiamo il mondo. Ad esempio, sotto la sezione “albero”, è possibile vedere gli alberi più belli nel mondo». 
Come si diventa scrittori di viaggio?
«In parte viaggiando, in parte affinando la capacità di osservazione. Un buon scrittore di viaggio sa descrivere perfettamente il percorso dalla sua camera da letto alla cucina. Se sai descrivere quello, puoi scrivere di qualsiasi posto. Perché accorgersi della bellezza nei dettagli che hai sempre sotto gli occhi e non hai mai considerato è molto più complesso che rimanere colpiti da grandi città mai viste». 
Progetti per il futuro?
«Ho due novità: il libro in uscita sugli small data e soprattutto… un bebè in arrivo ad aprile. Sicuramente potenzierò il lavoro sul portale beunsocial.it, garantendo l'uscita delle ricerche gratuite».  
Com'è il futuro visto da dentro la rete?
«Non so come sarà, ma posso dire in che modo guardarlo, ossia attraverso la lente dei social media, soprattutto quelli più nuovi, come Tik Tok. Sta a noi capire che il futuro è lì e sta a noi capirne il linguaggio anche se spesso non riusciamo a decifrarlo e li giudichiamo superficiali. Bisogna osservare i giovani per capire come sarà il domani. Basta vedere come la generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) si è schierata nei riguardi delle tematiche ambientali. I segnali positivi ci sono, sta a noi giudicare con meno severità e superficialità quello che vediamo e che non capiamo immediatamente».        
                                   
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ATTENTI AI (RO)BOT


Quando on line crediamo di interagire tra umani e invece stiamo parlando con un robot addestrato. Con Viola Bachini, comunicatrice esperta di tecnologie, impariamo a riconoscerli

 di Susanna Bagnoli 

Sono in mezzo a noi e non ce ne rendiamo conto. Sono i bot, abbreviazione di ‘robot’. Non quelli di metallo dalle sembianze umane, ma veri e propri programmi automatici che girano su un server e  gestiscono profili social. Succede di ‘incontrarli’ quando leggiamo una notizia: spinti dal tema commentiamo, qualcuno risponde, la conversazione si ‘scalda’. Ecco dietro quel profilo può capitare che non ci sia una persona, come crediamo, ma un software addestrato a svolgere una serie di compiti. Come possiamo accorgercene? Viola Bachini, giornalista e comunicatrice esperta di tecnologie, autrice insieme a Maurizio Tesconi del libro “Fake people. Storie di social bot e bugiardi digitali” ci aiuta a entrare in questo mondo per orientarci.  
Qualche esempio di bot ‘cattivo’? 
«Quelli che si comprano per aumentare il numero dei follower sugli account social. Un altro caso recente è legato alle elezioni americane: due bot sofisticati, sviluppati con intelligenza artificiale, che sui social reclutavano giornalisti. Un’operazione che puntava a un tentativo di manipolazione del dibattito pubblico». 
Come si riconosce un bot? 
«Postano più volte la stessa frase, non hanno rete di amicizie, stanno fermi per lungo tempo e poi improvvisamente postano molto. Con i chatbot il trucco è fare domande usando l’ironia o il nonsense. Se chiedi ‘cosa penseresti di me se mi lavassi i denti con un asciugamano?’, un umano ti risponde ‘ma sei impazzito?’ il chatbot invece si perde, va in confusione. Lo stesso accade se non c’è il contesto, ad esempio se chiedo: ‘che tempo fa a Viareggio?’, il chatbot cerca le previsioni meteo e risponde, se poi chiedo ‘e a Pisa?’, il bot perde il senso e non sa rispondere; solo quelli ‘bravi’ al limite chiedono ‘ma ti riferisci al tempo?’». 
Come ci possiamo difendere? 
«Da quelli più avanzati ci difendono gli informatici. Maurizio - coautore con me del libro - è un ‘cacciatore’ di bot, cioè sviluppa algoritmi che li scovano. Le piattaforme social cercano di individuarli e togliergli. Per quanto riguarda le fake news le regole sono: controllare il contenuto, la fonte, se la notizia fa leva sulle emozioni e spinge a condividere bisogna sempre fare molta attenzione». 
Le piattaforme fanno azioni efficaci per ‘ripulire’ dai bot cattivi? 
«Non si sa con certezza. Il valore di un social dipende da quanti scritti ha, quindi togliere account è un problema. Al tempo stesso è anche un buona pratica per far vedere che si dà attenzione alla questione». 
Un esempio di bot utile, che ci aiuta? 
«Quello dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che twitta in automatico quando c’è una scossa di terremoto. Ci dà un servizio tempestivo con le informazioni sulla magnitudo e l’epicentro ed è più veloce di un operatore. Poi ci sono i chatbot delle aziende, che danno assistenza a clienti e dicono ‘sono un bot’». 
Qual è il messaggio che volete dare con il libro? 
«Si parla tanto di notizie false, ma ad essere falsi possono essere anche i profili social. Sappiamo tutti che una foto può essere ritoccata, ma oggi col deep fake anche un audio può esserlo. Non diciamo chiudete i social, ma siate consapevoli di chi c’è dall’altra parte dello schermo». 
Che fare per sviluppare la consapevolezza? 
«Più educazione digitale partendo dalle scuole. I nativi digitali spesso non conoscono i pericoli. E poi serve un dibattito pubblico che affronti questi temi e coinvolga anche i non nativi digitali. Viviamo nell’era della sovrabbondanza di informazioni. Avere maggiori strumenti per distinguere è fondamentale». 

STORIE DI BUGIARDI DIGITALI
Dal bot razzista ai troll della campagna elettorale statunitense fino ai finti seguaci dei politici nostrani, passando per la truffa dell’algoritmo che fece schizzare alle stelle le azioni di un’azienda fantasma. Questo è ‘Fake people. Storie di social bot e bugiardi digitali’ (Codice Edizioni) scritto da Viola Bachini, comunicatrice scientifica esperta di tecnologie, e Maurizio Tesconi, informatico, esperto di cyber intelligence e responsabile del laboratorio Web Application for the Future internet del CNR. Un racconto approfondito con le interviste ai professionisti del settore, per rivelare le sfide che affronta chi i bot li crea e chi dà loro la caccia.

TIKTOK ‘CONTRO’ L’ANORESSIA 
TikTok è una delle app più popolari al mondo con oltre 800 milioni di utenti, la metà dei quali di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Da dicembre ha imposto limiti sulle pubblicità che promuovono la perdita di chili in eccesso e diete pericolose, come tra l'altro hanno già fatto altri social media. Fino a qualche tempo fa sulle sue pagine, infatti, si potevano trovare indicazioni per "perdere peso in modo sano o malsano". Fra i tanti consigli anche quelli su cibi "con poche calorie" per evitare di "vomitare o usare lassativi". 
Ricordiamo che il 30% dei disordini alimentari riguarda pazienti sotto i 14 anni, con esordi frequentissimi sotto i 10 anni. L’80% di questi giovanissimi pazienti ha visitato siti pro-ana o comunità whatsapp dedicati a diffusione di queste patologie come scelte di vita.

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Alla fine arriva COP: Chi Odia Paga


Nasce il primo sportello legale digitale che permette agli autori letterari di potersi difendere da attacchi, minacce, offese e violenze verbali  

   di Francesca Favotto 

Hater: in inglese significa “colui che fa l'azione di odiare”. Da qualche tempo ormai, questo vocabolo viene utilizzato per definire coloro che online, sui social, commentano foto o post altrui solo per denigrare, offendere, minacciare o fomentare l'odio altrui. 
Tutti, chi più chi meno, siamo state vittime di attacchi d'odio online, che hanno fatto vacillare l'autostima prima, la sicurezza poi. Per questo, è nata COP – Chi Odia Paga, la prima piattaforma legaltech che ha l’obiettivo di difendere i bersagli di odio online, rendendo fruibile direttamente online l’accesso a tutte le azioni necessarie per rispondere legalmente agli attacchi degli hater di cui l'utente è vittima.
Un progetto importante che proprio negli ultimi mesi ha fatto un ulteriore scatto in avanti, dando vita all'iniziativa “Odio d'autore”, nata su impulso e in collaborazione con bookabook, la prima casa editrice italiana che mette i lettori al centro della vita del libro attraverso il crowdfunding e che a oggi conta più di 100mila lettori nella sua community. Abbiamo approfondito la questione con Tomaso Greco, editore e co-fondatore di bookabook, e Francesco Inguscio, fondatore e CEO di COP. 
Da quali osservazioni è nata l'iniziativa “Odio d'autore”?
«La libertà di espressione - spiega Greco - è un diritto fondamentale. E la scrittura è una delle modalità per esercitare questo diritto. I social network dovrebbero aumentare gli spazi di manifestazione del pensiero: capita spesso invece che facciano da sfondo a manifestazioni di violenza, volte a ferire, intimidire, censurare». 
Cosa permetterà questa iniziativa?
«Questa iniziativa - prosegue Inguscio - consentirà agli utenti della Rete, e in particolar modo agli scrittori (o giornalisti o chi scrive per mestiere) che hanno scelto Internet come luogo di condivisione, lettura e diffusione delle proprie opere, di comprendere i propri diritti e attivarsi per difenderli direttamente, tramite lo stesso mezzo tramite con cui vengono aggrediti». 
Ma cos’è l’odio d’autore?
«Tutte le aggressioni che possono subire gli scrittori in Rete - continua Inguscio -: da attacchi diffamatori che attribuiscono il merito a fattori che non hanno nulla a che vedere con il talento, ad attacchi discriminatori che denigrano l’orientamento sessuale e politico dell’autore o dei suoi protagonisti fino ad arrivare, nel peggiore dei casi, a vere e proprie minacce che a volte diventano ricatti in cambio di recensioni positive o copie acquistate».
Attacchi che non interessano solo gli scrittori emergenti. 
«No, anche autori già affermati - aggiunge Greco -. Inoltre il tipo di aggressioni che subiscono sono tanto dirette quanto indirette, visto che a volte vittima degli attacchi sono i lettori, “colpevoli” di aver letto o apprezzato un particolare libro. L’odio d’autore è trasversale rispetto ai generi letterari, anche se ci si accanisce spesso sulla letteratura che prende posizione su temi civili e sociali, e si concentra con preoccupante frequenza contro le autrici donne, con insulti rivolti alla persona». 
Come funziona lo sportello legale?
«Questo sportello digitale - spiega Inguscio - è sempre accessibile a questo indirizzo web: odiodautore.chiodiapaga.it, che offre la possibilità di verificare se si è stati vittime di reati d’odio, richiedendo gratuitamente un feedback legale digitale, generato in pochi secondi grazie alle risposte a un veloce questionario. Inoltre, il servizio, nel caso si configurino reati compiuti a danni degli autori letterari, indirizza le vittime verso ulteriori strumenti tecnici e legali per far valere i propri diritti contro i “leoni da tastiera”». 
L'obiettivo di questa iniziativa qual è?
«Crediamo che tutelare l’autore sia compito anche e in prima battuta dell’editore – aggiunge Greco -. Il nostro è un invito rivolto a editori, agenti letterari, librai. Il mondo del libro per definizione è luogo di tolleranza e pluralità, per restare tale deve mostrarsi fermo nei confronti di chi aggredisce. È una battaglia per tutti, di libertà». 
Un esempio virtuoso e un modello da imitare.
 «Gli autori letterari sono la prima categoria professionale - conclude Inguscio - a cui mettiamo a disposizione il nostro “scudo digitale” per difendere la propria dignità, ma sono certo che molti altri professionisti sono già pronti a mettere la parola fine agli attacchi cui sono soggetti ogni giorno in Rete».                       

IL REVENGE PORN: CHE FARE?
Negli ultimi anni, l'aumento di attività come il sexting (invio di immagini personali sessualmente esplicite) ha portato a un aumento dei casi di revenge porn. Le vittime sono soprattutto giovani donne e, in molti casi, gli autori sono ex partner o altri che vogliono umiliare e danneggiare la reputazione della vittima pubblicando foto o video compromettenti. Come difendersi? Il modo più semplice è non apparire in foto compromettenti. Una volta che un'immagine è digitalizzata, sorgono rischi inevitabili: pubblicazione senza consenso, furto di dispositivi o hacking, ecc. Installate sui dispositivi una soluzione di sicurezza intelligente che protegga contro gli intrusi. Non pubblicate mai informazioni sensibili sui social network. Crittografate i dati che inviate. E se cadete nella rete, rivolgetevi alle Forze dell’Ordine o ad associazioni come Permesso Negato APS.

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I messaggi? Come la cocaina


Perché si innesca il meccanismo della dipendenza? Cosa fare per porre dei limiti ai nostri figli e a noi?

   di Angela Iantosca 

Psicologo e psicoterapeuta, Giuseppe Lavenia, da circa 20 anni si occupa di dipendenze tecnologiche e cyberbullismo. Oggi è tra i massimi esperti del settore e noi siamo andati a sentirlo per capire cosa sta succedendo ai nostri ragazzi e a noi adulti. 
Perché nasce la dipendenza da cellulare?  
«I motivi sono tanti. Uno è legato a come è impostata la rete, gli smartphone: una cosa che si sottovaluta è il meccanismo della messaggistica. Molti non pensano che la messaggistica possa causare una dipendenza fisica, perché si basa sul principio della ricompensa. Infatti, attiva la dopamina, un neurotrasmettitore che entra in gioco quando sei in attesa di una risposta. E la dopamina è la stessa sostanza che si attiva con la cocaina. Ma è anche lo stesso meccanismo che si attiva nel gioco d’azzardo patologico: il giocatore mette la monetina e diventa dipendente non perché vuole vincere, ma perché attiva la risposta... Per lo stesso motivo non riusciamo fisicamente a staccarci dal cellulare. Anche se in realtà la dipendenza è da alcune applicazione».
Ma dietro la dipendenza da un oggetto cosa si nasconde?
«Da una parte ci sono applicazioni che possono indurre una dipendenza fisica. Dall’altra la dipendenza si innesca quando il telefono sostituisce un bisogno, quindi il cellulare è il sintomo di altro. Faccio un esempio: io inizio ad avere difficoltà relazionali, vengo preso in giro dai compagni, quindi uso sempre più il telefonino per parlare dietro lo schermo. Quindi la tecnologia diventa un sintomo che nasconde altro». 
Quando deve preoccuparsi un genitore?
«Deve cominciare a preoccuparsi prima di dare  lo strumento al figlio, ricordando che si impiegano 64 secondi a recuperare la concentrazione ogni volta che ci si distrae per guardare le notifiche... Il primo smartphone sei tu genitore che lo regali: quando lo fai, quindi, pensaci. Detto questo a cosa deve stare attento un genitore? Ai cambiamenti repentini delle caratteristiche del figlio: se inizia a rinunciare agli hobby pur di stare davanti al telefono. Se evita di andare a scuola. Se fa rinunce importanti. Quando lo strumento è un sostituto della vita deve scattare l’allarme. Anche il cambio repentino dell’umore deve preoccupare, comportamento che spesso può essere confuso con i meccanismi dell’adolescenza. Altra cosa che deve allarmare è la stanchezza. C’è, infatti, un nuovo fenomeno che si chiama vamping: i ragazzi chattano la notte, quando i genitori vanno a letto e chiacchierano tutta la sera fino a tarda notte… Perché accade? Perché i ragazzi durante la giornata sono iper stimolati e impegnati e in qualche modo nella notte cercano la socialità».
Cosa fare?
«Una domanda che possiamo fare, per capire come sta il figlio, è chiedergli come è andata la sua giornata online. Prenderci cura e informarci di ciò che fa, per far vedere che ci interessa». 
I genitori come devono comportarsi? 
«Deve acquisire la capacità di gestire. Invece troppo spesso non sanno dire di no. L’incapacità di dire di no, in realtà, nasconde l’incapacità di gestire una frustrazione. Mio figlio piange non so come gestirlo e allora gli do lo strumento. Cosa determina questo? Che lui penserà che basta piangere per avere lo smartphone. Quindi neanche lui imparerà a gestire le frustrazioni. Lo sto abituando al tutto e subito che è il meccanismo della dipendenza. Il tema è che già sono abituati ad avere tutto: con la tecnologia possono avere tutto subito. Noi per vedere un telefilm dovevamo aspettare una settimana. Loro si guardano una serie in una giornata o possono fare un acquisto senza aspettare che il negozio apra. Ecco il genitore deve mettere un limite. Invece, la nostra incapacità di dire no porta a dare a 10 anni il telefonino, trasformandoli in nativi digitali… Anche se, rifletteteci, non esistono i nativi digitali: siamo sempre noi che li rendiamo tali, comprandogli il telefonino. Ecco, invece di fare questo, dovremmo renderli nativi relazionali». 
Quali regole si possono stabilire?
«Per esempio, il pranzo e la cena senza smartphone. Una regola che dovrebbe valere non solo per i ragazzi, ma anche per i genitori. Si può proporre ogni 15 giorni un weekend o una domenica detox. Stabilire che una volta a settimana ci si debba abbracciare, perché è importante il contatto con l’altro: tocchiamo mille volte al giorno il cellulare, ma non abbracciamo i figli. E poi, dalle 21 in poi si dovrebbe disattivare il cellulare fino alla colazione». 
Noi adulti avremmo bisogno di imparare? 
«Io mi batto per l’educazione e la consapevolezza digitale. Istituire un patentino digitale sarebbe utile sia per i ragazzi che per gli adulti. Noi grandi siamo arrivati tardi: siamo tardivi digitali e abbiamo l’idea che possiamo insegnare ai nostri figli… Ma la verità è che sono loro che insegnano a noi. Loro sono più bravi di noi, in merito alla tecnologia, ma il senso delle cose siamo noi a doverglielo dare, ricordandogli sempre che, quando usano il primo smartphone, la responsabilità civile e penale è nostra». 
Qualche nuovo pericolo in agguato?
«Le chat roulette: chat anonime a rotazione che coinvolgono ragazzini molto piccoli. E poi ci sono sempre più fenomeni di cyberbullismo, di sexing. Attenzione anche agli audio-messaggi che possono essere mandati in giro senza autorizzazione. Stiamo attenti a tutte quelle challenge che girano: non tutte sono da seguire! Ricordiamo anche che nei ragazzi fino a 21 anni il sistema limbico non è ben sviluppato e non hanno la capacità di gestire e controllare gli impulsi: non a caso diamo la macchina a 18 anni. Perché più o meno sono formati…».     

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Tutta questione di confini


Ci si ricorda che esiste quando ci chiamano i call center. Ma quando si condivide la vita privata in rete alla privacy non ci si pensa proprio

 di Nicola Molise

C’è uno scollamento dalla realtà. O quantomeno una percezione della privacy differente a seconda delle situazioni, sia nei giovani che negli adulti. «Pensiamo a quanta contrarietà è stata manifestata verso l’App Immuni per la tracciabilità degli spostamenti», dice Stefano Eleuteri, psicologo della salute, psicoterapeuta, docente alla Sapienza di Roma e segretario generale della sezione italiana del Fragility Fracture Network.
Da cosa dipende?
«Per quanto sia sempre più disciplinata dalla legge, la privacy è un concetto astratto per molte persone, che se ne ricordano solo in alcune circostanze, per esempio quando vengono contattate dai call center. Ma poi, magari, quelle stesse persone inseriscono su Internet molto di più dei propri numeri di telefono. Mentre per i giovani può valere il discorso che si trovino in un’età in cui normalmente non si riflette tanto sui rischi, per gli adulti non vale la medesima giustificazione. Dipende anche dalla voglia di libertà che abbiamo tutti. Talvolta, cercando qualcosa di piacevole, ci esponiamo più facilmente ai rischi, anticipando quel piacere che va ad annullare l’idea di possibili circostanze negative».
L’informazione degli ultimi vent’anni non ha cambiato le cose?
«C’è una grande differenza tra conoscere le informazioni e comprenderle e saperle applicare a se stessi. Pensiamo che le cose possano accadere solo agli altri. Dipende anche da quanto alcune vicende vengano esaltate dai mass media. L’essere umano sviluppa una sorta di autodifesa e rifiuta di immaginarsi in quelle circostanze».
Quindi?
«Condividiamo molto di più di quanto dovremmo. Non parliamo solo di numeri di telefono, ma anche di foto e video, spesso intimi, di spostamenti, indirizzo di casa e lavoro, salute, orientamento e preferenze sessuali. Tutto questo può favorire le truffe, il cyberstalking e lo stalking, e i furti nelle abitazioni. Molte persone, per esempio, scoprono facilmente i tradimenti dei partner proprio grazie a certe condivisioni online».
La mancanza di confini può avere delle conseguenze in ambito comportamentale?
«Sì, soprattutto nei giovani. I confini danno la possibilità di far crescere i propri spazi di azione: chi, fin da subito, ha poche regole non riesce ad essere soddisfatto della propria vita o delle conquiste, perché non ha il senso della possibilità di essere “confinato”. Il confine inteso invece come regola dà l’idea di spazio mentale, quindi chi non ce l’ha non ha nemmeno un contenimento emotivo, che alla lunga può portare anche a soffrire di ansia».
Qual è la soluzione?
«Di sicuro non bisogna fare finta di niente e non pensare di poter vietare certe cose, perché sarebbe impossibile. L’informazione stessa deve essere più consapevole, media, capace di colpirci, ma al tempo stesso di non provocare una reazione di allontanamento. E sarebbe necessario formare i ragazzi a scuola, magari durante le ore dedicate all’educazione civica, anche perché non riguardano solo il singolo, ma tutta la comunità. Dobbiamo imparare a gestire gli strumenti che usiamo per garantire la nostra privacy».                                          

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Le influencer del sesso


Non sono professioniste, spesso vengono invitate a scuola, ma ciò di cui si dovrebbe parlare di più è l’affettività

   di Emanuele Tirelli


Parlano di sesso orale e anale, di penetrazione, posizioni, preservativi, sex toys, e di molto altro. E hanno un grande seguito. Violeta Benini è un’ostetrica, su Instagram si definisce “divulvatrice”, ha scritto un libro chiamato “Senza tabù” e ha più di 150mila follower. La pagina Virgin & Martyr ne conta oltre 50mila e viene descritta come «il tuo spazio sicuro, positivo e inclusivo», per celebrare «diversità, diritti e piacere», volti a «educazione e confronto»: si sofferma su argomenti come il body checking (controllo ossessivo del corpo), l’identità sessuale, l’autopalpazione del seno, ma anche punto G e Squirting. Morena e Ivano sono invece una coppia che ha creato il profilo Instagram e il sito “Le sex en rose”, con una lunga carrellata di sex toys all’insegna del piacere “da consumare con consenso”. Anche l’Italia ha le sue influencer sessuali. «Chi le segue può farlo senza mostrarsi, collegandosi pure con un profilo falso, e in questo modo scavalca il senso di vergogna che forse avrebbe nel rivolgersi direttamente a qualcuno», commenta la sessuologa Marilena Iasevoli.

Che influenza hanno?
«Aiutano a destrutturare degli stereotipi di genere, che poi in alcuni casi possono condurre alla violenza. Favoriscono una riflessione sul piacere, sul godimento, sul consenso. Spesso si tende a pensare che le domande relative alla sessualità siano tutte particolarmente complesse o, al contrario, banali. Ma, se ci sono delle persone che chiedono di lubrificazione, piacere, sesso anale o conformazione della vagina, vuol dire che manca una vera educazione su questi aspetti».

A chi si rivolgono per lo più?
«Le influencer sono più dirette verso il femminile. Non solo perché sono praticamente tutte donne, anche molto giovani, ma anche perché negli uomini la comprensione del mondo passa di più attraverso la vista».

Si tratta di divulgatrici non professioniste?
«Benini, per esempio, è un’ostetrica. In generale, però, manca l’approccio che è proprio dello psicoterapeuta specializzato in questi temi. Su queste pagine vedo molte nudità, focus sul piacere femminile, orgasmo, depilazione o meno, e io credo che per parlare di sessualità non bisogni per forza mettere tutto in mostra o comunque non sempre».

Ma quindi fanno bene o male?
«In termini assoluti, né l’una né l’altra cosa. In un Paese in cui la sessualità è ancora una cosa “sporca” e di cui non parlare, aiutano a conoscere il proprio corpo che è una parte della sessualità, e alcune a parlare di identità e di orientamento. Però non bisogna dimenticare che non esistono solo un clitoride e un pene. Ci sono pure dei vissuti, degli aspetti relazionali, ci sono delle persone. I consigli vanno bene, ma ricordiamoci che le disfunzioni sessuali dipendono dalle problematiche relazionali. Si tratta di un blocco del contatto sul quale dover lavorare. Se per esempio avverto del dolore vuol dire che contraggo i muscoli ed è il motivo di questa contrazione che bisogna indagare e risolvere, spesso legato a un vissuto o alla sfiducia nei confronti del proprio partner».

Quindi consiglia di seguirle o no?
«Le influencer vengono invitate anche a scuola, dai ragazzi, magari durante le autogestioni, quindi con una richiesta che parte direttamente dai giovani ed è per i giovani. Gli istituti hanno pochi fondi e sono davvero un numero esiguo quelli che organizzano dei corsi sulla materia. Sdoganare certe riflessioni su Internet è un passo che spero possa portare chi ne ha bisogno a rivolgersi a dei professionisti per risolvere i loro problemi. La sessualità deve smettere di essere un tabù. Ma la vera educazione sessuo-affettiva va fatta altrove, in famiglia e nelle scuole, con genitori e professionisti. Se questi profili Instagram contribuiscono a sdoganare l’argomento e a generare delle domande, ben vengano». 

Questi profili nascono da una mancanza?
«Non si parla abbastanza di sessualità dove sarebbe necessario: famiglia e scuola in primis. Le persone, soprattutto i giovani, cercano informazioni altrove. In questo caso trovano un linguaggio molto accessibile, diretto, immediato, attuale, social. Alcuni influencer sono molto giovani, quindi c’è un rapporto alla pari con i loro coetanei».

Come Iasevoli ha sottolineato nell’articolo uscito sul mese di dicembre, relativo al rapporto tra genitori e figli, appare quindi evidente che una dimensione positiva della sessualità possa essere restituita solo dalla conversazione, dalla condivisione di tematiche anche inizialmente imbarazzanti. Se i profili delle influencer hanno tutto questo seguito non è dovuto solo all’argomento in sé, ma anche al tabù che la società ha costruito sull’argomento. Ma è un tabù, un “proibizionismo” che non produce risultati positivi. Così, una buona comunicazione familiare e scolastica è in grado di ridurre la ricerca di informazioni su Internet e di agganciare soprattutto la parte affettiva della sessualità.                          

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Mi sono iscritta su Tinder


Ho provato per un mese. Ora vi racconto cosa accade sulla app d’incontri più usata al mondo

   di Vanessa Cardi 

Di coltivare lievito madre e panificare proprio non ne ho voglia. E di certo non m’è venuta durante la quarantena, anche perché vivo da sola e trovo noioso cucinare per uno. Ciò che ha attirato la mia curiosità in questi mesi sono stati i numerosi articoli sul distanziamento fisico e sugli psicodrammi dovuti al crollo della vita sessuale in un periodo così complesso. Sarà che non ci avevo proprio pensato, ma leggere di storie d’amore che non nasceranno mai perché in fondo non ci si può fidare di nessuno causa virus, mi ha fatto prendere una decisione importante per capire un po’ di più come vanno le cose nel mondo di chi agli incontri proprio non rinuncia… Sempre nel rispetto delle regole anti-Covid. Anche perché parlo di incontri online che non necessariamente diventeranno reali… Insomma, ho deciso, dopo gli affascinanti racconti di un amico che da oltre dieci anni frequenta la rete, di iscrivermi a Tinder per esplorare quel mondo e raccontarvelo un po’ (sempre che voi non siate già iscritti con qualche nickname!). 

PRIMO PASSO
Ho scaricato Tinder e mi sono data un mese di tempo per guardarmi intorno in maniera virtuale e capire se davvero in tempo d’isolamento si può non solo trovare compagnia, ma persino incrociare un’anima affine.
Una partenza scettica, la mia: single dal 95% dei miei 41 anni, non ho mai sentito il reale bisogno di un partner per considerare completa la mia esistenza. Zero animali domestici, neppure una pianta grassa da innaffiare di tanto in tanto, tante serie tv, una buona dose di cioccolato e la valigia sempre in mano. Prima che la pandemia globale mi costringesse a stare tra le mura domestiche di un monolocale di città, passavo più tempo in aeroporto per lavoro che con gli amici e mi stava bene così. Ma ora è tutto diverso e bisogna adattarsi. In fondo lo dice pure Sophie Kinsella… 

L’ABC dell’incontro
Ho usato nell’applicazione gli stessi criteri che adotto nella vita, ossia onestà e trasparenza, perché se un esperimento bisogna farlo non si può non essere se stessi, provando a capire che possibilità hanno persone semplici come me (quelle senza filtro Instagram, per intenderci). Quindi – da pivella doc – ho compilato un profilo con i miei dati reali, l’età, la provenienza, il grado d’istruzione e le foto recenti. Dopo l’entusiasmo iniziale, ho cominciato a capire cosa accade (che direi ha dell’incredibile…). 
Ho visto più di una persona che, per presentarsi, posta foto scattate durante il matrimonio… non quello di un altro, ma proprio il loro, con tanto di consorte a braccetto sotto il lancio del riso. Inoltrandomi nella giungla, poi, ho ‘incontrato’ gente che usa immagini di personaggi famosi (ma non troppo), spacciandole per proprie: gli chef come Damiano Carrara e Simone Rugiati vanno per la maggiore! I più fantasiosi puntano sui bicipiti di spalle perché, a quanto, pare, gli utenti di Tinder si arrampicano quasi tutti sulla prima roccia che capita loro a tiro. Per una che non ha messo mai piede in palestra - figurarsi poi darsi al parkour urbano – la sfida è notevole. La app, però, ammetto che viene in soccorso: seleziona un range d’età che va da dieci anni in meno a dieci anni in più rispetto a quelli dichiarati dall’utente e un’area geografica non troppo vasta (requisito vincolante per accedere è infatti la posizione).

Lo “scoglio” della bio
A quanto mi pare di capire, la maggior parte ha estrema difficoltà a descriversi nella bio (biografia richiesta, ma facoltativa). Dovrebbe servire per descriversi, ma l’utente maschio medio o trova insultante sintetizzare le proprie doti in uno spazio così ridotto o lo usa come una bacheca-annunci, scartando le qualità femminili non di gradimento. Il risultato? Oscilla tra il “caso umano/analfabeta funzionale” e il “misogino inconsapevole/narcisista delirante”. La maggior parte dei candidati, per essere chiari, fa autogol in meno di 500 caratteri e si autoesclude senza troppo sforzo. Eliminati dalla lista dei “potenziali” incontri con generi che conosco già – ed evito accuratamente – nella vita reale, si arriva ad una rosa decisamente ristretta, considerando che una gran parte dei profili elenca già le preferenze (soprattutto di natura sessuale) che vanno dal sadomaso ai sex toys, dai rapporti senza precauzioni al menage a trois. Ma per capirci qualcosa in più, tranquilli, vengono in soccorso gli acronimi per i quali serve solo un codice di decrittazione: si passa da ONS (one night stand, ossia una notte e via) a NSA (no strings attached, senza impegno) a FWB (friends with benefit, amici di letto). Il viaggio, insomma, parte dopo la “selezione naturale” iniziale (che riduce davvero all’osso i pretendenti). E prevede numerose sorprese…

I convenevoli
Pensando di applicare le regole di buona educazione sociali anche all’ambiente virtuale, quando scatta il “match” con qualcuno (ossia due profili si piacciono a vicenda), di solito la prima cosa che faccio è quella di salutare. Eppure, attenzione, su oltre 250 “affinità” ottenute in 30 giorni, la maggior parte delle persone che mi sembra normale salutare come prima cosa non risponde mai. Il motivo? In molti casi sono procacciatori di follower su Instagram e fanatici del like, insomma amano collezionare profili per il gusto di ottenere attenzione e finisce tutto qui. Alcuni mi hanno scritto in un nanosecondo, come se la tastiera dello smartphone fosse integrata alla mano (tanto che inizialmente ho pensato: “Accidenti, gli devo piacere proprio tanto se non vede l’ora di parlarmi”)… Ma anche qui c’è un allarme rosso in arrivo: chi scrive sono gli appartenenti alla categoria forse più subdola e pericolosa, quella dei truffatori che si fanno subito dare il numero di telefono e attaccano immediatamente a raccontare una storia strappalacrime e sempre bisognosa di un assegno... 
Superati questi primi piccoli “ostacoli” al processo di conoscenza, arrivo finalmente alla mia ‘scelta’ (?), pronta a scoprire chi ci sia dall’altra parte della tastiera: direi che è un’operazione alla Sherlock Holmes! 

Sì, no o forse
Uno di questi giovanotti, tale Simone di 30 anni, mascella decisa, bruno e con un filo di barbetta, ha una giacca nera con sotto una maglietta bianca con scollo a V, davanti ad un palazzo con portone di ferro battuto e legno. Ha modi garbati e distinti, non chiede la taglia del reggiseno prima ancora del “ciao” né propone pratiche strane, il che è già un grande passo avanti rispetto alla maggior parte degli approcci. Dopo dieci minuti di chiacchiere mi si accende la lampadina: “Che sia troppo bello per essere vero?”. Uso allora uno dei trucchetti che il mio amico esperto di chat mi ha insegnato, ossia inserire la foto nella ricerca di Google per scoprire se sia vera oppure no. Risultato? Ramòn Nomar, attore di film per adulti spagnolo, di origine venezuelano, probabilmente in una delle poche immagini disponibili con i vestiti addosso. 
Passo oltre e cambio genere: Francesco, toscano, 37 anni, sorriso aperto incorniciato da riccioli brizzolati. Si definisce “attore - sceneggiatore - autore”, usa il congiuntivo e fa discorsi ragionevoli. Dopo venti minuti di chiacchierata online si autoinvita a casa e, al gentile rifiuto, inizia la fase due, quella passivo-aggressiva: “Se uno ha cattive intenzioni – scrive – non lo capirai mai fino a che non le mette in pratica, è uno po’ difficile che uno esca e mentre è al bar ti faccia vedere un coltello e lo lecchi avido e ti dica con voce roca “Mmm dopo le to faccio assaggiare”, no?”. Non sente ragioni, il cosiddetto “consenso” che dovrebbe valere anche a distanza e liquida la faccenda: “S’è perso anche troppo tempo. Ti ho fatto solo un test e l’hai fallito miseramente”.

Nuovo giro, nuova corsa
Dopo vari tentativi falliti di fare conversazione online, arriva Andrea, 37 anni, uno che non dà il cognome “per non essere schedato” (e che quindi potrebbe anche chiamarsi con un altro nome). Si definisce single e aperto a nuove conoscenze, sta per comprare casa e lavora come supervisore di alcune strutture. È divertente, sveglio, gentile e - dopo un paio di giorni di chiacchiere – ad un certo punto vuole a tutti i costi incontrarmi. Prima, però, ha una confessione: non vive con la famiglia, come aveva scritto prima, ma con una compagna. Non la può mandare via perché è disoccupata, ma tra loro non c’è nulla e lei sa che “lui si guarda intorno”. La situazione inizia a diventare poco chiara. Si tratta di una coinquilina? Ci si può vedere per un caffè e lei ne è a conoscenza? Man mano che le mie domande incalzano, si fa strada un altro tipo di verità: l’ignara compagna non è stata lasciata formalmente, ma lui si sente già libero.
Insomma, il concetto di single su Tinder deve essere sviscerato accuratamente dopo una serie di domande in stile C.S.I. prima di riuscire a fare la tara di quale sia la situazione reale. Questo indispettisce molto gli utenti di genere maschile, che hanno iniziato a modificare le bio lamentandosi della poca disinvoltura delle donne. Mentre a quanto pare i signori uomini considerano questo spazio una “app d’incontri sessuali”, la controparte vorrebbe un incontro, una frequentazione, un rapporto. O almeno questo mi è parso di capire.

Requisiti richiesti
Anch’io, lo ammetto, mi premuro di chiedere sempre se dall’altra parte del telefono ci sia o no una persona libera, ma anche questo indispettisce parecchio. Un po’ per vanità e un po’ per praticità, m’informo sempre sull’altezza dell’interlocutore. E questo infastidisce moltissimo e non ne ho ancora capito la ragione, come se un ragazzo si sentisse svilito nella mascolinità da una simile richiesta e dovessi persino scusarmi dei miei 173 centimetri... Fatti una risata, mi sono detta, qui si sta giocando. 

Una buca tira l’altra
L’altro giorno sono andata vicinissima ad incontrare un utente, Marco, 34 anni, doppiatore. Parliamo, parliamo, parliamo e ci troviamo bene perché sa spiazzare quando meno te l’aspetti. Mi scrive: “Scegli un ristorante e prenota per domani sera, voglio solo vederti”. Il giorno dell’appuntamento sparisce e cancella l’incontro in modo evasivo, poi il nulla. Zero spiegazioni, zero saluti. Il mio amico esperto di chat mi dice che è una situazione comune: in chat si cambia idea molto in fretta e si sparisce senza neppure un “addio”...
Dopo decine di chat, qualche proposta oscena, alcune bugie, un tentativo di raggiro e un unico incontro dal vivo, mi sono fatta un’idea piuttosto precisa di come gli esseri umani nell’era digitale combattano la noia, la solitudine, l’insoddisfazione e l’assenza di contatto reale che in epoca di pandemia si acuiscono fino agli estremi. Di come abbiano a volte poco da dire e da dare, ma pretendano di prendere per alimentare fantasie e perversioni o, in alcuni casi, il proprio ego. Ho trovato qualche bagliore, ma decisamente nessuna luce. Per questo per me l’esperimento finisce qui...              

340 milioni di download
L’applicazione Tinder, lanciata nel 2012, è stata scaricata gratis oltre 340 milioni di volte. Gli utenti “gold”, a pagamento, sono circa 6 milioni. Il record di “swipe” (click su un profilo) è arrivato il 29 marzo con 3 miliardi in un solo giorno. Nel Regno Unito tra febbraio e marzo, le conversazioni sono aumentate quotidianamente del 12%. I “match” (il reciproco “mi piace” tra due utenti) sono oltre 43 miliardi. Oltre la metà degli utenti fa parte della Generazione Z, ossia tra i 18 e i 25 anni. L’effetto-quarantena ha portato la app ad aggiungere la funzione videochiamata, sia per assicurarsi dell’identità dell’utente con cui si conversa che per accorciare le distanze virtuali.

QUANDO NON SAPPIAMO CHI C’È DALL’ALTRA PARTE
è la nuova frontiera: chattare con gli sconosciuti. Un divertimento per tanti adolescenti che ignorano di poter cadere così nella rete dei pedofili. Come potrebbe accadere chattando su Omegle.com dove non servono mail, registrazioni, telefoni, nomi. Serve solo dare avvio alla conversazione che risulta veloce e monotematica. Si tratta di una sorta di roulette in cui si può scegliere tra solo testo, solo video o versione ibrida. Lo slogan del sito dice tutto: Talk to strangers. Dall’altra parte, spesso, si nascondono persone adulte e pericolose. E quasi tutti parlano di sesso. Attenti anche a Kik che permette di chattare senza conoscersi. O anche a Telegram, la chat simile a Whatsapp che noi adulti usiamo per lavorare, ma che è particolarmente appetibile per i criminali e per chi vuole far girare materiale pedopornografico. Spunta anche Tellonym, una sorta di social network che permette agli utenti di ricevere domande e messaggi da sconosciuti a cui è possibile rispondere direttamente sul profilo. La particolarità è che la chat è anonima e assolutamente non rintracciabile. Attenti anche a ThisCrush, una piattaforma utilizzata nella fascia d’età 12-15 anni e che fornisce, a chi si iscrive, un indirizzo web specifico, consentendo a chiunque di fare domande e inviare commenti, anonimi e non, nei confronti della persona interessata.                              

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