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Noi scienziate siamo come le sarte

Fosca Giannotti nella task force del Ministero dell’Innovazione, coordina diversi progetti europei e vuole convincere le ragazze a seguire le sue orme

Mer 30 Dic 2020 | di Nadia Afragola | Attualità
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L’abbiamo incontrata, anche se solo virtualmente, alla prima edizione di TEDxNavigliWomen, l’evento nato a Milano per dare spazio alle idee che meritano di essere conosciute. Era una delle sette storie di coraggio che hanno trovato spazio su quel palco virtuale che ha l’obiettivo di condividere – dal motto americano di TED – Technology, Entertainment and Design – ideas worth spreading, ovvero idee di valore. Fosca Giannotti è originaria di Castiglione Garfagnana (Lucca) e quest’anno è entrata a far parte del ristretto gruppo di scienziati della task force voluta dal Ministero dell’Innovazione per svolgere attività di studio e analisi, a supporto della Presidenza del Consiglio dei Ministri nella definizione di politiche di contenimento del contagio da Covid-19. È direttore di ricerca di informatica presso il CNR di Pisa, coordina diversi progetti europei nell’ambito della scienza dei dati ed intelligenza artificiale e vuole convincere le ragazze a seguire le sue orme.

Perché la scienza spaventa così tanto?
«Spaventa quando è vista sotto la lente del populismo, che è spesso fatto di semplificazioni eccessive, al contrario della scienza che cerca di sondare la complessità. Può spaventare quando fa capire che ci sono cose che necessitano di un processo cognitivo più complesso, che spesso ci costa in termini di fatica e di impegno. La scienza dà sicurezza, basti pensare alla medicina, soprattutto in questo periodo. Si auspica che ci siano progressi, è qualcosa che ognuno di noi cerca. E questi progressi ci rincuorano. La storia del mondo è fatta di momenti alterni, di estrema fiducia nei confronti della scienza come accadde nell’Illuminismo e di timore che essa possa produrre qualcosa di non controllabile dall’uomo, come è accaduto con la bomba atomica». 

Parliamo del vaccino anti Covid19, perché non tutti sono favorevoli?
«Il successo di un vaccino dipende dalla partecipazione di molti, se solo pochi individui di una popolazione lo fanno è inutile, allora la scelta di farlo non è solo per salvaguardare se stessi, ma anche per salvaguardare gli altri,… mentre i rischi sono individuali. Ragionare in termini di bene collettivo e non individuale è più complicato. Poi c'è la frangia più estrema del negazionismo che, in particolare riguardo al vaccino, è una cosa che trovo molto sciocca, anche se dietro questo mal pensare c'è sicuramente una sfiducia nei confronti delle grandi industrie farmaceutiche e del loro strapotere, che non sempre ha avuto comportamenti limpidi».

Ci racconta il suo percorso?
«Alla fine degli anni '70 ho scelto informatica come disciplina universitaria, una facoltà che aveva appena nove anni di vita, quindi eravamo agli albori. Provengo da un'area molto rurale, nell'Appennino Tosco-Emiliano, da una piccola valle che si chiama Garfagnana, dove si conosceva ancora meno l’informatica. Si sapeva solo che i computer erano il futuro. Mi sono quindi buttata nel nuovo corso universitario, che ho concluso nel 1982, per poi proseguire con un percorso in un centro di ricerca industriale. Da lì mi sono spostata negli Stati Uniti e più tardi ho vinto un concorso al CNR che mi ha dato l'opportunità di entrare nella ricerca pubblica, nonostante non fossi molto incentivata dal punto di vista economico. Negli anni ho partecipato a molti progetti europei e questo mi ha permesso di muovermi sempre in un contesto di ricerca internazionale e continuare a trascorrere anche periodi lunghi in visita presso gruppi di ricerca stranieri. Ho sempre avuto finanziamenti sufficienti per supportare dottorandi, erogare borse di studio, e costruire un gruppo di giovani che crescessero con me. La mia carriera si è svolta interamente all'interno di una realtà prettamente maschile, quindi con altre colleghe abbiamo cercato di portare avanti la necessità della diversità di genere in questo ambiente. Nel nostro piccolo abbiamo costruito delle azioni affinché questo avvenisse. C'è ancora molto da lavorare in quella direzione».

Come si convincono le ragazze a seguire le sue orme?
«Bisogna partire dalla condivisione tra noi donne, smitizzando questo tipo di tecnologie, fin già dalle scuole superiori, rendendole più affascinanti per le ragazze. Bisogna capire che la tecnologia è fatta di tante parti, che c'è sia il senso stretto della materia, fatto di artificialità, sia il lato umano, creativo. In particolare, nel mio settore, quello della scienza dei dati e dell’intelligenza artificiale, la realizzazione di un esperimento scientifico o il disegno di un artefatto necessitano la comprensione del contesto di utilizzo, e quindi è necessario interagire con esperti di discipline diverse. Come una sarta che deve certamente saper cucire, ma al contempo deve interpretare ed esaudire il bisogno del cliente. Questo è vero sia nella ricerca che nella innovazione. La pervasività delle tecnologie basate su dati e su Intelligenza artificiale in tutte le dimensioni della vita stanno trasformando profondamente la nostra società, e non possono non esserci le donne a dire la loro, c’è bisogno che la diversità della società sia anche rappresentata nella creatività che la progettazione richiede. Qualcosa si sta muovendo in quella direzione, ci sono pubblicità dove le bambine si immaginano scienziate, da grandi. E questi sono piccoli passi, ma essenziali».

Se guardiamo ai dati di oggi, donna e scienza sono realtà apparentemente lontane.
«C'è scienza e scienza. Nelle materie biologiche, in medicina, nella sfera umanistica o sociale, la presenza femminile è molto forte. Mancano però in settori come la fisica, l'informatica e l’ingegneria. E sono ancor meno a livello apicale, lì la percentuale si assottiglia ancora di più. Quello però non riguarda solo il mio settore, ma un po' tutti».

Quando si pensa agli informatici si pensa sempre a un lavoro da solista. Scavando però si capisce che è un grande lavoro di squadra.  
«La ricerca, in generale, è un grande lavoro di squadra. E l'informatica non fa eccezione. Lo stereotipo di Sheldon Cooper (scienziato protagonista della sitcom The Big Bang Theory, ndr), non stimola il fascino nei confronti della materia. I nerd ci sono, ma hanno una capacità di lavorare in team indiscutibile. Io, ad esempio, non ho mai fatto un lavoro da sola. E non c'è mai un lavoro con una firma unica. ».

I nativi digitali hanno avuta una vita più facile nel rapportarsi a percorsi di studio come il suo?
«Hanno la vita più facile in qualunque percorso della nostra società, che ha, e avrà, una componente digitale sempre più grande. E sarà sempre più accentuata. Sia che si faccia lo scienziato, il medico, l'agronomo, il commerciante. È un impatto trasversale».

Possiamo vedere nella pandemia la nota positiva di aver accelerato la digitalizzazione?
«Direi che è l'unica nota positiva, ma è avvenuta in una fase di emergenza così acuta, da non essere certo che poi saremo così pronti a metabolizzarla davvero per il futuro. E mi riferisco ad esempio alla didattica a distanza. Comunque ne abbiamo pesato le potenzialità e questo è importante».

Quanto potrebbe migliorare la nostra vita l'intelligenza artificiale?
«Tantissimo. Però ci sono anche dei rischi. Avremo delle auto che guidano da sole, l'agricoltura di precisione, che ci permetterà di capire il metodo di cura e di crescita esatto di ogni pianta, le traduzioni istantanee tra ogni lingua. Le potenzialità sono enormi però i rischi non sono trascurabili. Quali? L'obsolescenza di tante figure professionali, il rischio di affidarsi ciecamente, di delegare ogni mansione ed ogni pensiero. Se accadrà che ci appoggeremo completamente agli algoritmi, azzerando il nostro senso critico, non avremo fatto un percorso giusto. L'intelligenza artificiale deve andare nella direzione di potenziare l’intelligenza umana, rendere le persone più intelligenti. Abbiamo bisogno di "macchine per pensare", che ci aiutino a prendere decisioni migliori, non a inibire la nostra autonomia».                

 


CHI È FOSCA GIANNOTTI

Fosca Giannotti è direttrice di ricerca presso l'Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione “A. Faedo” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Isti-Cnr). È una scienziata, un fuoriclasse nel data mining da grandi raccolte di dati di mobilità, nell'analisi dei social network e nello sviluppo di algoritmi di data mining rispettosi della privacy delle persone e nello sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale trasparenti e rispettosi dell’autonomia della persona.

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