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Claudio Baglioni: ora di sognare al plurale

Un nuovo album, un tour da giugno (forse), il ritorno agli Anni 70 e quellincertezza su Sanremo...

Gio 28 Gen 2021 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 7

Il 2020 si è chiuso con il lancio dell’attesissimo album di un’icona della musica italiana, Claudio Baglioni, “In questa storia che è la mia” (Sony Music), sedicesimo disco - realizzato in studio - della sua cinquantennale carriera, a sette anni da “ConVoi”. Attraverso quattordici brani Baglioni disegna la parabola dell’amore, quella forza straordinaria che tutti viviamo senza conoscerla mai veramente. 

Questo che è appena iniziato sarà invece per Claudio Baglioni l’anno del ritorno sulle scene live (Covid permettendo) con lo spettacolo “Dodici note”, in cui la musica e le parole si fonderanno in una dimensione live di pop-rock sinfonico, che unirà una grande orchestra classica, un coro lirico, una big band e voci moderne. Partirà dalle Terme di Caracalla di Roma (a giugno), con 12 concerti, seguiti da 4 live in due teatri, luoghi d’arte unici al mondo: a luglio al Teatro Greco di Siracusa e a settembre all’Arena di Verona.

Cosa c’è in questo disco? 
 
«È un invito. Una spinta a rileggere la nostra storia. La storia di ciascuno di noi, di queste pagine di musica e parole che abbiamo scritto e vissuto insieme, e di questo tempo che - sebbene non si leggano - porta anche le nostre firme. Come linea guida ho cercato l’emozione: la musica è quasi metafisica, non serve una spiegazione. Ci sono le parole, ma anche tanta musica, tante linee melodiche. Parole e musica sono però due materie diverse: le parole sono concrete, la musica è impalpabile, ecco perché sono andato a lavorare sul significante, l’effetto del suono delle parole. Ho aggiunto musica su altra musica per dare forma fisica alle parole».

Questo disco come intensità, cura e attesa riporta a “Oltre” (del 1990). Lì diceva che il tempo vince, successivamente ha detto che il tempo si batte a ritmo di musica, in questo disco, dove il tempo ritorna, ci ha dato la risposta definitiva che la musica può battere il tempo.
«Non sono certo io a dirlo per primo, il tempo è l’avversario micidiale di ogni essere umano, di ogni cosa vivente e per quanto sia forte la tua capacità di affrontarlo vincerà sempre lui, a volte riusciremo a pareggiarlo, ad affiancarlo, per il resto saremo lì a corrergli dietro. Il vantaggio di fare questo mestiere - i privilegi arrivano con il successo di questo mestiere - è di pensare che ci sarà qualcosa, un’operina, una canzone, un po’ di scene da un concerto che resteranno anche dopo. Dopo il tuo passaggio. Nel disco, ad un certo punto, canto di aver “vissuto per lasciare un segno” che è la missione di chiunque viene al mondo».

E lei cosa lascerà? 
«Ho iniziato a fare questo mestiere per caso, nel ’64, partecipando ad un piccolo concorso di voci nuove a Centocelle, quartiere romano dove vivevo. Ad un certo punto ho iniziato a crederci, ma pensavo che il successo non sarebbe mai arrivato. Quando è arrivato mi sono detto “finirà presto” e invece dura, sta durando e ogni giorno che si aggiunge è un anello interessante. Non tutti i passaggi sono stati clamorosi, ci sono stati anche dei passaggi a vuoto, ma non mi posso lamentare. Lasciare un segno è il motivo conduttore di questo disco. Sono stato quasi ossessionato da un verbo, “incidere” e all’inizio sono andato per aneddotica, lasciare un inciso, un solco… volevo incidere la sfera emotiva, intellettuale, di chi ha la bontà e la voglia di ascoltare. Mi direte poi se ci sono riuscito». 

Canta l’amore personale, universale, reale, ma cosa significa cantare l’amore in questo momento storico?
«Gran parte della mia produzione ha come contenuto il parlare della disavventura del vivere nella quale una parte preponderante ce l’ha l’amore che per quanto poeti, artisti, scrittori, romanzieri, cineasti, abbiano provato a scandagliare ha sempre qualcosa da raccontarci, forse perché è la materia, è il primo piatto quando ti siedi al tavolo, e forse anche il secondo piatto e il contorno. Ho pensato che le mie canzoni fossero spesso delle canzoni d’amore, delle serenate, anche quando non parlavano d’amore, e questo album, tolto il primo e l’ultimo brano, fotografati come un grand’angolo, è votato a questo. Ho cercato con un teleobiettivo di andare a pescare tanti momenti di una vicenda amorosa, con la sua curva, la sua parabola, ascendente, la sospensione, la discesa e anche la ripresa di questa ruota gigantesca che è l’argomento che mi ha da sempre interessato di più».

In un mondo nuovo, c’è più speranza o disillusione?
«C’è la speranza di sempre, quasi logora ormai, come una vecchia militante che ha partecipato e combattuto un sogno e poi nel tempo ha avuto tante disillusioni alle sue aspirazioni che non hanno avuto una concretezza. È una elencazione, come se ci fosse un popolo nuovo che porta avanti dei cartelli con le istanze che sappiamo tutti. Non è un pezzo né ottimista, né pessimista; bisogna tornare a fare dei sogni al plurale, ne facciamo di sogni dalla mattina alla sera, alcuni anche banalotti che servono a riempire qualche disperazione di fondo, governati da quel senso di autodistruzione che governa oggi il mondo. Dovremmo tornare a guardare nella stessa direzione e non più nello specchio di casa, nel laghetto del nostro narcisismo e sentirci appagati da questo. Il mondo è troppo pieno di roba e chi arriva, oggi fa fatica a infilarsi in qualche buco. I tentativi per mostrarsi, per non passare trasparenti agli occhi del mondo sono drammatici, proprio perché vanno a coltivare quella consolazione che arriva spesso solo dai social e che non diventerà però mai reale».  

La chitarra acustica è in ogni traccia. Come un colpo di coda ai suoni sintetizzati di oggi.
«Il proposito era ritornare e ritrovare quell’energia e verità in una timbrica che fosse riconoscibile. È un disco in costume, un film girato raccontando un’epoca precedente. È un disco fatto a mano, suonato come si faceva 40 anni fa».

Tornerebbe a Sanremo? 
«L’Ariston ha un suo profumo mitico, non è un grande teatro in termini di dimensioni, tutto quello che si fa è reso più difficile dallo spazio ridotto. Non so cosa frulla nella testa di coloro che sono in questo momento alla guida (il Festival è in programma, per il momento, per la prima settimana di marzo - ndr). Pensavo sarebbe stato più drammatico quando l’ho fatto, mi dicevo spesso che se mi fossi bruciata la mia carriera, sapevo di avere nel cassetto una laurea in architettura, invece ne sono uscito con la vita salva e con un buon riscontro qualitativo. C’ero stato due volte prima di diventare direttore artistico, per ritirare il premio per la canzone del secolo (“Piccolo Grande Amore”) e nel secondo Sanremo di Fazio. Potrei tornare come ospite? Non è facile uscire Papi e tornare Cardinali. Rifletto su questo».

Tanti lavoratori dello spettacolo sono a casa da un anno. Che brutta situazione. 
«La conosco la situazione, sono un lavoratore dello spettacolo, anche se graduato. Siamo rimasti tutti appiedati e probabilmente il nostro è uno dei settori più toccati dalle misure di restrizioni. È venuto a mancare il 100% del lavoro, non è stato decurtato di una percentuale. I raduni, i live sono molto trafficati e comportano una mobilità che in questo momento non è praticabile. Sono cresciuto con i miei musicisti, la famiglia si è allargata, il nostro era un concerto “totale” che richiedeva tante maestranze. Non ho ricette, nessuno le ha, tranne quella di operare immediatamente: non basta firmare appelli. Bisogna rimboccarsi le maniche e provvedere anche individualmente. Alcuni miei colleghi e io lo abbiamo fatto, anche con sottoscrizioni personali che sono private, creando fondi di sostegno in attesa della ripartenza. C’è il dovere di cercare nuove forme, non sono d’accordo con chi dice che i concerti non si possono fare in streaming o in televisione o a distanza. Ne ho fatti. Serve una formula accattivante per un pubblico che non è lì… è chiaro che non è la stessa cosa: l’aria che si sposta non la senti sulla  pelle!».         

 


60 MILIONI DI COPIE VENDUTE

Il 16 maggio 1951 nasce a Roma Claudio Baglioni. Musicista, autore, compositore, interprete, capace di vendere oltre 60 milioni di copie in tutto il mondo. Dalla fine degli Anni Sessanta a oggi è riuscito a conquistare una generazione dopo l’altra. È stato il primo a inaugurare la stagione dei grandi raduni negli stadi e ancora il primo, nel 1991, a portare la scena al centro delle Arene più importanti e prestigiose d’Italia. Si è esibito in oltre 2.000 concerti e ha all’attivo 16 album in studio, 13 dal vivo, 5 raccolte e 3 album di cover. Ha vinto due Festivalbar, otto Vota la voce, otto Wind Music Awards e sei Telegatti. 
Nel 2018 e 2019 è stato Direttore Artistico e presentatore del Festival di Sanremo. A fine 2020 ha pubblicato “In questa storia che è la mia” (Sony Music).                                                                                             

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