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Pregiudizi: e tu che sguardo hai?

Viaggio tra gli stereotipi che ingabbiano chi guarda e chi è guardato: un quartiere come Scampia, una ragazza disabile, un ragazzo autistico, una donna dalle forme tonde che ha deciso di essere finalmente libera

Ven 29 Gen 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 28

“La mamma lava e il papà legge il giornale”. Ecco uno di quegli stereotipi con i quali veniamo allevati. A casa ed anche a scuola. Visto che questa è una delle frasi scritte sui libri di scuola e che a gennaio ha scatenato tante polemiche. E poi ci sono i pregiudizi sul colore della pelle, sui mestieri che si scelgono, sull’abbigliamento, sui tatuaggi, sulle scelte sessuali oltre agli immancabili stereotipi di genere (come quelli che si evidenziano nella frase citata).  

Ogni nostro pensiero, ogni azione, ogni giorno (fateci caso) è condizionata da stereotipi o pregiudizi che modificano le nostre scelte e le nostre parole. Ma perché abbiamo intrapreso questa strada? Forse perché è rassicurante inserire ogni cosa in un casellario ben definito? Perché non riusciamo a guardare ciò che accade e il mondo intorno senza pensare di avere una verità in tasca? Cosa ci dà il diritto di giudicare ed emettere sentenze? E, soprattutto, perché prima di esprimere una opinione non pensiamo che forse dovremmo saperne di più sull’argomento e non accontentarci dell’immagine che abbiamo nella nostra testa, del sentito dire, delle ‘convenzioni’, delle visioni partitiche?


 


Quel che non volete sapere di Scampia

Ciro Corona da anni insieme a centinaia di persone lavora per il riscatto della sua terra liberata dalle piazze di spaccio, ma ancora non libera dal pregiudizio della gente

di Angela Iantosca 

“Quando mi è arrivata la telefonata pensavo fosse uno scherzo...”. Ha accolto così Ciro Corona la chiamata ricevuta dal Quirinale per informarlo del riconoscimento che il Presidente Mattarella aveva deciso di insignirlo “per il suo quotidiano e instancabile impegno nella promozione della legalità e nel contrasto al degrado sociale e culturale”.  
È cambiato qualcosa dopo essere diventato Cavaliere della Repubblica?
«A parte l’attenzione dei media, direi che non è cambiato nulla. Ma noi andiamo avanti come abbiamo sempre fatto». 

“Legalità”, una parola forse troppo abusata...
«Spesso si svuota di contenuto ed io faccio attenzione a non usarla. Negli anni ho imparato a schierarmi dalla parte della giustizia sociale e se c’è un contrasto tra legalità e giustizia sociale io scelgo quest’ultima».  

Quali sono gli stereotipi di cui è vittima Scampia? 
«Se sei di Scampia non potrai mai fare nulla di buono è uno degli stereotipi principali. A me da bambino consigliavano tutti di andare al Nord; mi dicevano: «Prenditi il diploma dell’onestà e vai via. Oppure schierati con la camorra». L’idea che il Sud vada lasciato perché terra senza speranza è un pregiudizio che mi porto dietro: un pregiudizio per la verità del Sud verso il Sud, non solo di quelli del Nord. E penso che il pregiudizio faccia gli stessi danni della camorra, perché se sei di Scampia non puoi non essere pregiudicato, non puoi non fare cose brutte e cattive». 

Eppure non è così. 
«Scampia conta 60-80mila abitanti: è una città nella città che sulla carta ha 120 associazioni. Forse è il laboratorio sociale più grande d’Europa. Ma, a parte questo, per spiegare con i fatti, ti racconto cosa è accaduto nel 2020. Non potendo fare molto come attività pratiche, abbiamo passato questo anno a indottrinare le coscienze. E la cosa meravigliosa è che c’è terreno fertile. C’è gente che spacciava e che ora, dopo aver pagato il debito con la giustizia, si dedica alla bonifica delle aiuole o protegge il quartiere dagli sversamenti. In altre parti d’Italia questo cambiamento forse sarebbe avvenuto nel giro di qualche generazione: qui è tutto precoce nel bene e nel male…».

È cambiata Scampia in questi anni?
«Scampia contava 25 piazze di spaccio. Intorno alle piazze c’erano barriere passive formate dalle persone prigioniere in casa, perché gli spacciatori avevano le chiavi dei cancelli. Ora ce n’è solo una, non c’è più il controllo del territorio e possiamo dire che siamo ‘orfani’ di camorra in questo momento. Non c’è più la camorra del Sistema che aveva garanzie politiche: ora quello che c’è sono bande di delinquenti che si dividono il marciapiede e ognuna delle quali ha due mesi di vita. Non è più il quartiere della camorra, non è più il quartiere dello Stato. Oggi fare antimafia nei nostri territori significa prendere quei pezzi di territorio e restituirli alla gente: i vuoti vengono colmati dalle associazioni che fanno rete tra loro e con le persone. Allora si lavora con quello che fa l’ambulante abusivo e guadagna 30 euro al giorno e che è corteggiato dalla camorra che gli può dare da mangiare. Si lavora sulle coscienze delle persone. La camorra oggi non conviene più: ormai c’è lo spending review della camrra! “Grazie” alle due faide, si sono svuotate le sue casse così da non poter più comprare il consenso, visto che non elargisce i benefici economici di un tempo: basti pensare che oggi uno spacciatore guadagna 30 euro al giorno, prima 600 euro». 

Il ritorno il Don Aniello Manganiello cosa ha rappresentato?
«È tornato a dieci anni dalla sua partenza e ha rappresentato una ventata di speranza. Senza di lui mancava un pezzo del puzzle: lui copriva quella parte di Scampia che forse conta meno associazioni. Andando via, lì era rimasto un vuoto. Con il suo ritorno anche io mi sento più forte e meno solo». 

Scampia vive ancora lo scollamento dal resto della città?
«Nonostante la metropolitana arrivi fino a Secondigliano, ancora oggi non c’è un collegamento culturale. Si dice ancora “vado a Napoli” come se fossimo un’altra città. Ma la verità è che le periferie napoletane si somigliano sempre di più: ci si sente sempre figli di un altro Dio, mancano i servizi, ti fanno sentire un’altra città. Dal punto di vista culturale, la periferia di Napoli è rimasta periferia e poco si è fatto per avvicinarla».

A chi conviene lasciare questa periferia… periferia?
«80mila abitanti ti fanno vincere le elezioni e se tu tieni vivi i problemi e usi le parole magiche in campagna elettorale, come ‘riqualificazione’, ‘abbattimento Vele’, il gioco è fatto. Insomma, finché il problema sta lì, c’è qualcuno che può far credere di risolverlo».

A proposito di Vele e abbattimento a che punto siamo? 
«Avevo 14 anni quando ho sentito parlare per la prima volta dell’abbattimento delle Vele. Era il 1994. E nel 2021 ce ne sono ancora tre. A distanza di tanti anni se n’è abbattuta una sola, facendo passare la cosa come la grande rivoluzione, mentre nella realtà non si è risolto niente. Si è abbattuto un simbolo, ma non si risolvono così i problemi. Ad oggi, a distanza di quasi un anno, le macerie della Vela abbattuta stanno lì… E non dimentichiamo che l’abbattimento della Vela è stato fatto due giorni prima delle elezioni suppletive del Senato…». 

Resilienza: che significato ha questa parola a Scampia?
«Se non ci fosse stata e non ci fosse resilienza questo quartiere si sarebbe annientato. Ma la sintetizzo tutta nelle lettere dal carcere dei genitori nelle quali si dice ai figli di stare lontani dalla strada. Quando Don Aniello anni fa mi diceva che gli scrivevano dal carcere chiedendo di tenere i figli lontani dalla strada, ero scettico sugli effetti di quelle parole… Ora, a distanza di anni, capisco l’importanza di quelle lettere. C’è una generazione che ha cambiato mentalità ed è quella dopo la mia. Noi abbiamo visto la camorra come modello vincente. La generazione dopo di me come modello fallimentare. Ed è proprio lì che sta la speranza. Ci sono tanti ragazzini che ci dicono di non voler far la fine dei genitori. La camorra ci ha preso il passato, non diamogli il futuro».

E resistenza? 
«Oggi resistere su questo quartiere significa non solo resistere ai soprusi della camorra sempre meno forti. Ma significa resistere ai pregiudizi che annientano percorsi, semplicemente perché si è marchiati a fuoco. Se qualcuno continua a raccontare questo quartiere al mondo come il quartiere della camorra fa un danno enorme!».

Come è stata affrontata la pandemia?
«Un tempo, come ti dicevo, c’erano 25 piazze di spaccio che facevano mangiare centinaia di famiglie. Con la fine delle piazze, le famiglie hanno smesso di mangiare e sono tornati i vecchi mestieri: c’è chi ha cominciato a vendere sigarette, chi ferro al mercato nero, sono tornati i mercatini delle pulci. Insomma si è tornati ad arrangiarsi. Quando è arrivato il Covid si è fermato tutto. Ci siamo trovati di fronte a migliaia di famiglie che non avevano come metter il piatto a tavola. Così abbiamo cominciato a distribuire pasti per strada a 1400 famiglie. In tanti sono andati avanti con la rete di solidarietà. Ma questo non può durare in eterno. Ricordo una ragazzina che veniva da noi. Un giorno la vedo in strada e le dico che deve stare a casa perché c’è il lockdown e lei mi dice: «Siamo troppi in casa». E quando le chiedo della scuola mi dice: «La mamma o mi paga internet o mette il piatto a tavola». Abbiamo avuto decine e decine di ragazzi che non avevano gli strumenti per fare didattica a distanza. Ecco questo non è più accettabile. Siamo un pezzo di territorio abbandonato dallo Stato, siamo il risultato di politiche giovanili fallite anni fa».                                       

 


Ciro Corona, Cavaliere della Repubblica

Nominato a gennaio 2021 Cavaliere della Repubblica da Mattarella “per il suo quotidiano e instancabile impegno nella promozione della legalità e nel contrasto al degrado sociale e culturale”, Ciro Corna è Presidente dell’associazione (R)esistenza anticamorra, fondata nel 2008 a Scampia, e socio fondatore nel 2012 della Cooperativa sociale (R)esistenza. Gestisce il Fondo rustico “Amato Lamberti”, primo bene agricolo confiscato a Napoli, sul quale vengono prodotti vino, miele, confetture e birra artigianale. Corona è anche coordinatore dell’Officina delle Culture. Come aiutarlo? «Abbiamo ripudiato sempre l’assistenzialismo - spiega Corona -. Quindi chi vuole può portare cibo all’Officina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19 o lasciare una spesa sospesa in qualche supermercato di Napoli».

 


Posso essere cattiva (e disabile)

Marina Cuollo contro i tabù e i preconcetti che ruotano intorno alla disabilità e che riguardano il lavoro, il carattere, le relazioni e la sessualità!

di Nicola Molise

La cosa che la infastidisce di più è l’esaltazione di vicende comuni a milioni di persone. Marina Cuollo, autrice e grafica pubblicitaria napoletana, ha scelto di parlare della disabilità, la sua e non solo, usando l’umorismo, perché è lo strumento che le piace di più. Spesso è anche sferzante, severa, si direbbe oggi, ma giusta.

Cosa la annoia tra gli stereotipi legati alla disabilità?
«Tutto ciò che gira intorno a quanto io sia una fonte di ispirazione, magnifica. Mi riferisco all’iperesaltazione di situazioni che non caratterizzano solo me: ho scritto un libro, ho preso una laurea, ho conseguito un dottorato. Insomma, non mi hanno conferito il Nobel o quantomeno non ancora. Ma tutto ciò accade perché generalmente c’è una bassa aspettativa verso le persone con disabilità, quindi il raggiungimento di qualche risultato genera subito uno stupore».
 
Esiste anche la dimensione opposta.
«Sì, viviamo di questi due eccessi, perché, per essere notate, spesso bisogna fare tre volte di più e dimostrare chissà che cosa. In qualche modo è come non essere mai abbastanza, perché la disabilità diventa sempre il punto di partenza o comunque di arrivo, quello che ti contraddistingue sopra ogni cosa, che ti permette di non fare questo o di avere quell’altro».

Ma lei puoi essere cattiva?
«È un altro punto centrale. Nel senso che una persona con disabilità ti può risultare antipatica, insopportabile e cattiva, ma tu allontani questa idea dalla tua mente o la copri con la compassione, come a dire: ‘Poveretta, è arrabbiata con la vita e io non me la sento di considerarla fastidiosa’».

E il sesso? A questo argomento ha dedicato anche il titolo di un suo libro.
«La sessualità è già un tabù di per sé, quando poi la leghiamo alla disabilità sembra quasi di creare un cortocircuito. Veniamo sempre infantilizzati e generalmente si pensa che le relazioni ci siano totalmente precluse. Troppe volte degli adulti mi hanno trattata come se avessi avuto cinque anni, anche con un modo paternalistico che sminuiva la mia professionalità. Naturalmente parlo di disabilità fisica, che mi appartiene, ma esiste anche quella intellettiva. In questo caso le persone hanno ancora più difficoltà nel concepire l’esistenza del bisogno psico-fisico della sessualità».

Cosa non le piace della narrazione che se ne fa?
«Quando la maggior parte è sui trascorsi, quasi da cartella clinica, in una disamina di patologia e cure che non hanno molto a che vedere con quello che faccio, e che sono pure affari miei. Invece si genera questo voyeurismo, questa morbosità. La situazione è differente quando è la persona stessa a volersi raccontare come forma di autodeterminazione per il proprio percorso e per poter aprire la mente agli altri: è una scelta personale. Invece è tutto un parlare di uomini e donne coraggio, che ce l’hanno fatta in un mare di sofferenza. Trovo che negli ultimi anni la comunicazione sia migliorata, ma c’è ancora molta strada da fare. Pensiamo, per esempio, a quanti programmi e serie tv italiani abbiano dei presentatori o degli attori con disabilità. Si tratta di barriere culturali e pure di un cane che si morde la coda».

Anche per strada…
«Quando andavo all’università, oramai molti anni fa, mi sembrava di essere la sola. Ma è un problema molto complesso, che non riguarda il voler restare a casa. Tralasciando il senso di vergogna di alcune famiglie, che negli anni si è smorzato molto, bisogna avere la fortuna di nascere in contesti che abbiano pure un quantitativo di danaro sufficiente per assicurare ausili e assistenza adeguati. Ci sono nuclei in cui la pensione mensile viene usata per sostenere la famiglia e non per gli strumenti e per l’assistenza. Ma, anche a volerli adoperare nel modo giusto, i contributi sono pochi. Ci sono genitori costretti ad alternarsi al lavoro per poter stare di più a casa, in una dimensione difficile. Quello che manca in Italia è la possibilità di essere autonomi e di sviluppare una vita anche al di fuori delle quattro mura».                               

 


SONO UNA MICRODONNA

«Sono una microdonna, alta un metro e una mentina, che ha bisogno di mostrarsi sempre un po’ incazzata con il mondo per dire la sua. Ma in fondo sono come una crème brûlée: quando rompi la crosta, sotto c’è il morbido», scrive Cuollo nella presentazione del libro “A disabilandia si tromba”, uscito nel 2017 per Sperling & Kupfer con la prefazione di Mara Maionchi. «Ho trentasei anni e quando sono nata nessuno ci avrebbe scommesso mille lire che ci sarei arrivata. Sono venuta al mondo con una sindrome genetica molto rara: la Melnick Needles, che non è una marca di siringhe, ma un’osteodisplasia scheletrica che conta un centinaio di casi in tutto il mondo. Uso la sedia a rotelle e di notte dormo abbracciata a un ventilatore polmonare, ma rompo ancora le scatole in giro. Capirai, dunque, che quando mi presento a qualcuno il taglio di capelli non è la prima cosa che si nota».


 


Gli stereotipi che limitano la sessualità

I nordici sono freddi e i francesi promiscui. Un uomo con più donne è disinibito. Una donna è ‘leggera’: i costrutti generalizzati che incidono sulla crescita

di Maurizio Boerio

I cinesi hanno alcune caratteristiche. Gli africani hanno quelle opposte, così come i greci. I nordici sono freddi, i francesi promiscui e gli spagnoli gay. «Di stereotipi sulla sessualità ce ne sono moltissimi», dice la sessuologa Marilena Iasevoli. «Riguardano tutti e naturalmente sono delle falsità. Alla base c’è la paura di guardare davvero, perché gli schemi cognitivi rigidi ci danno sicurezza. Il punto è che non si basano sull’esperienza, bensì su costrutti generalizzati e fondati su elementi condivisi culturalmente. E non è una questione di mero ragionamento, perché influenzano robustamente la percezione di sé, la vita privata e le relazioni; perché incidono sulla crescita. Purtroppo riguardano anche le caratteristiche fisiche, l’età, l’identità e l’orientamento sessuale».

Partiamo dall’età.
«È bene porre una base a tutto questo ragionamento: nella cultura occidentale vediamo la sessualità in maniera coitale e legata alla penetrazione. Questo non ci permette di esplorare, di migliorare e di guardare alle sue numerose sfaccettature. Le persone anziane, per esempio, devono comunemente aver messo da parte questo aspetto della propria vita, perché vengono infantilizzate e associate al loro nuovo ruolo sociale, che per la maggior parte della comunità non comprende affatto la sessualità. Scendendo di qualche anno, anche la menopausa viene associata alla fine di ogni tipo di attività sessuale. Ed è vero che c’è un calo ormonale, tra cui quello del testosterone, ma è altrettanto vero che le donne hanno una maggiore sensibilità al testosterone stesso, che in qualche modo genera un equilibrio. Inoltre, il desiderio è multifattoriale e complesso. Per quanto riguarda invece l’uomo adulto: deve essere sempre pronto, pieno di desiderio e con la medesima erezione durante tutta la durata del rapporto. La donna deve essere disinibita e intraprendente con il proprio partner, ma poi più dimessa nei suoi “ruoli” di madre e di donna all’interno della società. Senza considerare che un ragazzo o un uomo con più partner è socialmente accettato, mentre una donna è ancora, e troppo spesso, considerata di facili costumi». 

Parliamo di zone erogene.
«Nemmeno quelle vengono risparmiate. Pare che l’unica dell’uomo sia il pene, mentre per la donna si fa riferimento esclusivamente al seno e alla vagina. Ma l’essere umano ha un corpo molto più ampio, che non si riduce a quelle parti: inizia con il capo e finisce con le dita dei piedi. Immaginare invece che sia così è estremamente limitante».

E per i giochi e l’abbigliamento?
«Le dinamiche stanno cambiando, ma troppo lentamente. Il rosa è ancora un colore associato alle femmine, così come il blu ai maschi. I bambini vengono coccolati di meno rispetto alle bambine: i primi orientati su macchine, costruzioni, armi giocattolo; le seconde su bambole e qualunque cosa riguardi le faccende di casa. Ma il problema più grande dettato da questi stereotipi sta nell’idea che fornendo agli uni dei giochi o dei colori sempre immaginati per gli altri si finirebbe per cambiare l’orientamento e l’identità sessuale. Oltre a essere falso, se l’omosessualità non fosse ancora così demonizzata, quasi sicuramente non esisterebbe questo tipo di stereotipi». 

Nel senso che un uomo più sensibile e delicato deve essere necessariamente gay?
«Nel senso che se a un uomo piacciono la danza e la moda, o se a volte non ha desiderio di stare con la propria partner, oppure se è più sensibile dell’immaginario collettivo, allora è considerato gay. In generale, ci sono molti stereotipi relativi a quella che viene definita comunità Lgbtq+. Parlando di omosessualità, la donna deve essere per forza mascolina, mentre l’uomo effeminato, promiscuo, infedele, pure drogato, predatore e pedofilo. Purtroppo ce ne sono tantissimi, tutti falsi, anche perché non è possibile imbrigliare milioni di persone nel mondo in poche definizioni, d’altronde quasi tutte negative».         

 


I limiti? Sono nella vostra mente

Cinzia è una mamma che ha combattuto per assicurare al figlio Marco, autistico, una quotidianità nella quale avesse le stesse opportunità dei coetanei. Oggi Marco è un campione di nuoto

di Rossella Montemurro

«Il figlio che avevamo desiderato tanto, per cui avevamo fatto mille sogni e progetti, arrivato dopo sei anni di matrimonio, improvvisamente ci rendemmo conto che era e sarebbe stato sempre un cucciolo indifeso e che, più che dall’autismo, dovevamo difenderlo dalle persone, dal mondo avido e indifferente.»
Sono le parole di Cinzia Vozza, una mamma leonessa che ha combattuto insieme al marito Roberto, prima per arrivare a una diagnosi certa poi per assicurare a Marco una quotidianità nella quale avesse le stesse opportunità dei coetanei. 
Marco D’Aniello è un ragazzo autistico di Taranto, ventiduenne, che nel 2019 è diventato campione di nuoto conquistando il record italiano assoluto nella categoria Juniores 50 metri stile libero ai Campionati Nazionali della FISDIR. 

Cinzia, quanto è difficile, anche ai giorni nostri, far superare alle persone che ci circondano lo stereotipo della disabilità?
«La realtà è che, nonostante si parli tanto di inclusione, la gente non è mai preparata alla disabilità. Le persone che accolgono e interagiscono con ragazzi disabili hanno, nella maggior parte dei casi, disabili in famiglia, per cui sono già state contagiate dalla sensibilità con cui si diventa untori e fanno di tutto per dimostrare la massima attenzione e l’affetto nei confronti di questi ragazzi. Come per dire: «So chi sei, puoi contare su di me, ti voglio bene». Loro percepiscono tutto ciò perfettamente. Al contrario, sono infastiditi e distaccati da chi finge. Consiglio di non avere paura, sono dei ragazzi che aspettano semplicemente di essere amati e considerati – del resto è quello che desideriamo anche noi. Abbattete quel muro di diffidenza, le persone disabili capiscono e amano come tutti. Se vi lascerete andare, rimarrete sorpresi da quello che sanno donare».

Tu e Roberto siete genitori eccezionali, avete intuito che il nuoto poteva rappresentare per Marco sia una valvola di sfogo sia un modo per incanalare quell’energia ridondante che è uno dei sintomi dell’autismo. In questo modo un limite si è trasformato in un’opportunità. È corretto affermare che la passione e la forza di volontà di Marco hanno ribaltato una situazione critica?
«Questi ragazzi hanno bisogno di motivazioni forti per poter emergere dal baratro in cui spesso cadono, complice la solitudine. Per Marco il nuoto è stato l’inizio di un cambiamento che l’ha portato ad avere più fiducia in se stesso: i risultati ottenuti hanno fatto crescere la passione e l’ambizione per una disciplina sportiva che intorno ha tanto altro. Grazie al nuoto Marco ha ottenuto il suo posto nel mondo e ha scoperto come è bello vincere»
.
Sempre più spesso, e lo confermano i casi di cronaca, la nostra società non è disposta ad accettare i più fragili. Fragilità, diversità e disabilità non sono caratteristiche che si legano con la società dell’immagine e della perfezione. Da dove bisogna iniziare, secondo voi, per invertire la rotta? Cosa consigliate ai genitori che si rispecchiamo in ciò che voi avete vissuto?
«Nel caso del nostro Marco abbiamo sempre cercato di curare molto la sua autostima. Questi bambini hanno tempi diversi e non sempre riescono a raggiungere le adeguate autonomie, così vengono spesso presi in giro. È qui che noi genitori dobbiamo essere concreti con il nostro amore, dandogli l’entusiasmo, gratificandoli per ogni piccolo progresso. Man mano che cresceranno, l’entusiasmo si trasformerà in autostima e consapevolezza: tutto ciò che imparano è per sempre, il sapere li aiuta a saper fare e il saper fare diventerà autonomia. Per noi e per tutti i genitori di ragazzi speciali, il “dopo di noi” è un pensiero che non ci lascia mai».                                  

 


IL MIO TUFFO NEI SOGNI

La storia di Marco è raccontata dalla giornalista Rossella Montemurro nel libro “Il mio tuffo nei sogni. Marco D’Aniello, una storia di sport e amicizia” (Altrimedia Edizioni, prefazione di Mara Venier). Nel volume, nato dall’intuizione dello scrittore Lorenzo Laporta, mamma Cinzia ripercorre le tappe fondamentali raggiunte da Marco, un ragazzo autistico che nel 2019 ha vinto i Campionati Nazionali di nuoto della FISDIR. Oggi è un portatore sano di felicità che dispensa abbracci e sorrisi in linea con il suo hashtag rivoluzionario #tristezzazero.


 



Chili di troppo: per chi?

Laura Brioschi ha superato insicurezza, bulimia e pregiudizi ed è diventata una “modella curvy”

di Nadia Afragola

Bel viso, ma… quel “ma” di troppo, come troppi erano i chili che la facevano sentire diversa. Fino a che Laura Brioschi ha capito che la diversità, così come la perfezione, non esistono. La definizione “modella curvy” ne descrive solo una minima parte. Laura è prima di tutto una donna che ha imparato ad amarsi ed oggi insegna agli altri come farlo. Lo ha fatto in occasione dell’ultimo TedX di Torino, parlando delle sue cadute, delle sue fragilità e dei suoi tanti successi, passando dall’associazione Body Positive Catwalk al motto di “spogliamoci dai pregiudizi”, per arrivare al suo libro “Noi siamo luce” (De Agostini), fino all’e-commerce. 

Cosa l’ha portata alla ribalta di un palco come quello di Tedx Torino? 
«Ho 31 anni e da sempre ho avuto un “certo” aspetto, più abbondante, lontano dall'ideale di un peso standard, che per altro è un'espressione bandita dal Ministero della Salute. Ho passato l'adolescenza tra mille diete, alcune molto drastiche, continuando a perdere e riprendere peso a intermittenza. Mi sentivo bene quando raggiungevo quella forma ideale, ma riuscivo a mantenerla per pochissimo tempo. A 18 anni mi sentivo dire frasi tipo "che bel viso, ma dovresti perdere qualche chilo". E mi domandavo chissà quante cose avrei potuto barattare in cambio di quei chili in più, quanto amore, quanto successo. Oggi ho capito che si può ottenere tutto a prescindere dalla bilancia. Spesso siamo così impegnati a cercare di raggiungere un ideale che perdiamo di vista quello che abbiamo sotto al naso. Approdare nel settore moda curvy è stata la svolta, pensavo che finalmente avrei trovato il mio posto nel mondo e mi sarei sentita bella anche io. Per poi scoprire che questo settore segue le stesse regole spietate di concorrenza, invidia e competitività della moda classicamente intesa. È a quel punto che capisci cos’è la vera bellezza».

Cosa è la bellezza per lei? 
«È armonia, anima, un qualcosa di etereo che va oltre la forma fisica, i canoni, gli standard».

Disturbi alimentari. Ha superato anche una fase bulimica. Cosa le ha permesso di risorgere?
«La chiave per uscire dalla bulimia è stata la consapevolezza, rendermi conto di quello che mi stavo facendo. Sono partita da quello, dai rischi per la salute a cui stavo sottoponendo il mio corpo. La bulimia era la punizione che mi autoinfliggevo per non essere abbastanza. E il fatto di farmi del male era una ragione in più per sentirmi inadatta. Era un circolo vizioso pericolosissimo. Leggere le storie di altre persone che ne soffrivano mi è servita molto, non è possibile uscirne da soli. Ci vuole tempo».

Il percorso di accettazione del suo corpo quanto è stato lungo?
«Il mio percorso si basa su tanti piccoli eventi di rivolta, non si sostanzia in uno solo. A partire dalla volontà di diventare una modella curvy, che significa appunto mettere in mostra il proprio corpo così difficile da accettare. La fine della mia bulimia poi, ha rappresentato un altro passo importante in cui ho chiuso con tutte quelle diete inutili che mi portavano all'autodistruzione. Anche i social sono serviti per raggiungere il consenso e la sicurezza. Ma il fatto di essere una modella curvy mi definisce solo in minima parte. Adesso sono così e voglio bene al mio corpo».

L’ultima volta che le hanno chiesto di dimagrire?
«Dal punto di vista lavorativo mi viene in mente una sfilata in cui mi si chiedeva di rientrare in una 46 invece che in una 48, quale io ero. In campo sentimentale il fatto di non sentirsi più attratti da una persona a causa di 10 chili di troppo, è una richiesta velata, ma non troppo, di dimagrimento».

Taglie forti. Perché non le piace questa definizione?
«È discriminante. È una definizione ricolma di negatività, di conformismo, rimanda a qualcosa di sbagliato, di deforme, è ciò che ci dobbiamo lasciarci alle spalle». 

Cosa è un difetto? 
«Per me i difetti non esistono più, così come non esiste un corpo perfetto. Ci sono solo le caratteristiche personali. Il difetto lo lascio a una produzione in serie».

Perché si tende a pensare che questi problemi siano puro appannaggio delle donne?
«Il raggiungimento della bellezza è stato inculcato nella mente delle donne fin dal 1800. Ma non è un problema esclusivamente femminile anche se ancora oggi è meno tollerabile dalla società maschilista che siano anche gli uomini a preoccuparsi del peso».

Autostima. Quanto vale? 
«Questa parola non la uso quasi mai, perché troppo spesso diventa sinonimo di arroganza. Preferisco la parola "consapevolezza"».

Stanno cambiando un po’ le cose nell’approccio al corpo?
«Qualcosa è cambiato sicuramente. E mi rendo conto sulla mia pelle, ad esempio, che il mio peso è più tollerato rispetto a qualche anno fa. Anche il mondo della pubblicità ha iniziato a parlare delle modelle curvy. E questo è sicuramente un passo importante, anche se siamo solo agli albori».

Le fragilità. Come si affrontano?
«Senza l'oblio e senza le incertezze saremmo incompleti. Le fragilità sono un momento molto importante di confronto con se stessi. Sono i trampolini per spingersi oltre».

Che progetti ha per il futuro? 
«Continuerò a promuovere la Body Positive Catwalk, l'associazione no profit che punta a normalizzare i corpi umani. Solitamente l'evento legato all'associazione viene fatto in grande, in location come Piazza Duomo, con 300 partecipanti. Oggi i tempi sono cambiati causa Covid e stiamo studiando una home edition. Questa associazione mi dà quella dose di energia sana e buona per me fondamentale. Mi auguro di crescere come piccola imprenditrice, da tre anni vendo costumi per persone formose e i numeri stanno crescendo».                         
 

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