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Ero una brava mamma prima di avere figli

Al parto non arriverete mai pronte e tutto ciò che pensavate di sapere sarà smentito... Ma potrebbe essere meglio: parola di Paola Maraone e del suo manuale di sopravvivenza

Ven 26 Feb 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
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Non date retta a quello che vi dicono (non sempre, almeno). Non è vero che piangono solo quando hanno fame. E il silenzio? Potrebbe non essere sinonimo di pace, ma di novità inaspettate in arrivo. E poi: non comprate cose che userete solo una volta. E non affannatevi a leggere qualsiasi manuale di sopravvivenza vi capiti sotto il naso, credendo di poter dominare un evento così dirompente. Rassegnatevi: al parto non arriverete mai pronte, perché tutto ciò che pensate succederà sarà smentito nel momento in cui la vostra dolce creaturina spunterà su questo mondo. Ma tranquille: potrebbe essere anche meglio di come ve lo siete immaginato… Parola di Paola Maraone, tre volte mamma, che a dieci anni dalla prima pubblicazione di “Ero una brava mamma prima di avere figli” (Baldini+Castoldi) torna con una edizione arricchita e aggiornata. Consigliata alle mamme, alle quasi-mamme, ai papà… e a tutti coloro che sono curiosi di scoprire il mondo imperscrutabile della maternità. 

Ero una brava mamma prima di avere figli: non è una frase molto incoraggiante!
«In effetti no. Ma volevo offrire una immagine forte e immediata per dare l’idea che quello che pensi prima non corrisponde quasi mai a quello che sarà dopo. E per fortuna, mi viene da dire! Perché noi abbiamo in mente lo stereotipo di un bambino-bambolotto che non ci darà altro che gioie, che sarà bello vestire e svestire come un pupazzo e che avrà sempre un buon profumo. Di solito arriviamo così al momento del parto. Ci mancano le informazioni che vengono, banalmente, dall’esperienza. Questo accade perché da un lato in Italia si fanno sempre meno figli, dall’altro la famiglia allargata di un tempo, piena di zie, nonni e cugini che vivevano tutti vicini, non esiste più».  

Ma i corsi preparto non danno aiuto in tal senso?
«Non per quel che accade dopo la nascita. I corsi preparto preparano al parto, pur senza restituire l’intensità dell’esperienza. E va bene così. Mettere al mondo un figlio è un’esperienza che a volte ci mantiene entro i confini di ciò che più o meno potevamo aspettarci… a volte invece ha del soprannaturale».

Da un certo punto di vista non è meglio non sapere proprio tutto?
«Certo, ma con il mio manuale ho voluto da un lato sdrammatizzare, dall’altro ‘grammatizzare’ un po’, dando informazioni utili e anche precise. In questo libro, che parla della mia esperienza reale, condivido con i genitori moltissimi consigli utili. E verità autentiche».

Qua e là emerge il tema della solitudine delle donne. Si è accentuata nell’era contemporanea?
«Una certa solitudine delle madri è fisiologica: sono loro a occuparsi prevalentemente dei figli durante l’allattamento, in un rapporto a due molto esclusivo, che somiglia a un bozzolo: è protettivo, ma isola. Sicuramente la solitudine si può mitigare frequentando gruppi di neomamme o rivolgendoti a un consultorio. Certo ultimamente siamo più soli e la pandemia non ci ha aiutato. Ma quattro chiacchiere con un’amica passeggiando si possono e si devono fare, portandosi il pupo appresso ovviamente. Dopo la nascita di un figlio la vita sociale non è più quella di prima, questo è bene saperlo, ma dopo qualche anno si recupera!». 

E gli uomini, in questa tempesta che è la maternità, che ruolo hanno?
«L’uomo è molto meno assente di un tempo. Negli ultimi dieci anni ho assistito ad un grande cambiamento nella consapevolezza dei padri. Va detto che le leggi sui congedi parentali in Italia sono lontane anni luce dalle esperienze che interessano il nord Europa, dove il 70% dei padri sta a casa in paternità per un periodo più o meno lungo. Da noi, invece, meno del 10%... è ovvio che se il papà è al lavoro non può trascorrere con il figlio lo stesso tempo che gli dedica la mamma. Però gli uomini si stanno mettendo molto in gioco e fanno del loro meglio. Ora hanno bisogno di un aiuto in più da parte del governo».

Quali sono i luoghi comuni più diffusi sulla maternità?
«Vuole la leggenda che a un neonato servano tanti accessori… lo sterilizzatore, il trio, il box, girello. In realtà non è così. Un bambino appena nato ha bisogno di latte, di un posto caldo dove stare e dell’amore dei suoi genitori. Un’altra cosa che molte ragazze credono – io ero tra queste – è che basti poggiare nella culla i bebé e dondolarli un paio di volte per farli addormentare. Non è proprio così, infatti un capitolo del libro è dedicato ai consigli per mettere i bambini a nanna. E ancora, non è detto che un bambino che piange abbia per forza fame (anche se le nonne ne sono convinte!). Anche sulle cosiddette coliche circolano un sacco di stereotipi. Si dice che tutti i bambini ne soffrano: da un lato non è detto che sia così, dall’altro quella fase di irritabilità che i bambini attraversano intorno al mese di vita, specie verso sera, ha spesso a che fare con l’immaturità del loro sistema nervoso, che è come se andasse in ‘tilt’. La verità è che spesso gli stereotipi esistono per riempire dei vuoti di informazione. Nel mio libro cerco di offrire spunti per andare oltre le ragioni apparenti, proponendo un’altra strada possibile per risolvere i problemi che via via si presentano».

I consigli della nonna sono da scartare?
«Un quarto dei bambini in Italia è affidato alle cure dei nonni. Questo vuol dire che non possiamo né vogliamo fare a meno di loro. Sicuramente è importante instaurare una serena convivenza, perché quando si ha un figlio, cambiano tutti gli equilibri; non solo con il partner, ma anche con i genitori, a cui si chiede di essere delicati, ma presenti, di parlare quando ci fa comodo e di tacere quando vogliamo, di fare un passo indietro quando decidiamo noi, ma di essere sempre a disposizione. Poveretti! Però provano l’immensa felicità di amare come si ama un figlio, senza le responsabilità di un genitore. I nonni in effetti ai nipoti non mettono tanti paletti, anzi tendono a viziarli, ma va bene così perché il bambino sa distinguere i due ruoli fin da piccolissimo. E la verità è che i modelli dei nonni non sono sorpassati». 

Quando una mamma torna a recuperare se stessa?
«Gradualmente, nel giro di pochi mesi, si può cominciare a fare qualche tentativo per dedicarsi un po’ di tempo e tornare a piccole attività gratificanti che non prevedano la presenza del bambino. Attorno all’anno di vita è decisamente un bene che questo avvenga. Se dopo un anno non succede, forse bisogna chiedere aiuto al compagno con maggior decisione». 

Mamme e lockdown: un’occasione o un dramma? 
«Entrambe le cose: faticosissimo e interessante (Ride – ndr)! Tutti abbiamo cambiato ritmi in questo anno e penso che questa esperienza ci debba lasciare anche qualcosa di positivo: dobbiamo essere in grado, ciascuno con le proprie inclinazioni, di trarne qualcosa di buono. Con i miei figli sicuramente ho parlato di più. Per quanto riguarda i bambini appena nati o comunque piccolissimi direi che per paradosso sono quelli che hanno vissuto meglio il lockdown, perché non si sono accorti della pandemia. Alle mamme invece sarà mancato il confronto con le altre, gli incontri».

Dicono i dati: una donna su dieci scivola nella depressione post-partum. Ben sette su dieci nel cosiddetto ‘baby blues’. 
«Problemi diffusissimi e di cui non bisogna vergognarsi, bisogna solo chiedere aiuto: il baby blues è una condizione psicologica di profondo disagio che può sfociare in depressione. Ogni mamma dovrebbe imparare questo: anche se siamo forti, autonome e indipendenti, non siamo sempre obbligate a farcela da sole. E se non ce la facciamo dobbiamo chiedere una mano a chi ci sta accanto ed è lì per sostenerci». 

Da quello che si legge nel suo manuale e dalle sue parole si deduce che sarebbe importante per le future mamme crearsi anzitempo una rete di appoggio, per evitare quel senso di smarrimento che può sopraggiungere.
«L’ideale infatti è costruirsi una rete prima del parto. Contando sulla struttura nella quale si partorisce, sui consultori, sulle mamme conosciute ai corsi. Io, quando ho partorito la mia prima figlia, la Pupa, non avevo una rete di questo tipo e invece è fondamentale rimanere in contatto con chi sta vivendo la nostra stessa esperienza». 

Come si può parlare al proprio compagno di tutto ciò che si vive? 
«Facendogli leggere questo libro! Lo dico seriamente: è un libro per le mamme, ma anche per i papà». 

Lei si è laureata in Psicologia con una tesi sulla ‘genitorialità positiva’. Che cos’è?
«È quella che non evidenzia problemi, ma cerca soluzioni. È un orizzonte di pensiero all’interno del quale con le tue scelte e i tuoi comportamenti fai sì che tuo figlio diventi un adulto capace di muoversi con fiducia e sicurezza nel mondo. Essere genitori positivi significa mettere in campo atteggiamenti che aiutano a costruire questa sicurezza, a cominciare dal far sentire tuo figlio protetto, accolto e capito. E ricordate genitori positivi non si nasce: si diventa».

Un’intesa che si costruisce giorno per giorno, ma anche nella cosiddetta ‘ora sacra’ di cui parla nel suo libro?  
«Dell’ora sacra non ne parlano in molti, ma è quella immediatamente successiva alla nascita del bambino. Io farei un altro figlio solo per riviverla! È un’ora in cui il neonato si trova in un magico stato di veglia tranquilla: se il parto è andato normalmente, è sveglio ed è persino in grado di guardare negli occhi la sua mamma. È un momento di profonda intimità che trovo abbia del soprannaturale. È come se, uscendo dalla mamma, il bambino le dicesse ‘Ah, finalmente. Sei tu’. E poi: ‘Sono qui’. La mia primogenita è finita subito in incubatrice e con lei non l’ho sperimentata, ma con gli altri due sì e ci siamo detti un sacco di cose: loro con lo sguardo e io con le parole. In quell’ora si costruisce tanto, come spiego nel libro. È un’esperienza meravigliosa, ma chi non ha modo di viverla non si deve preoccupare: c’è tempo per recuperare! Un altro fenomeno straordinario, di cui ho scoperto solo di recente, è quello della ‘sincronia termica’, il corpo della mamma cambia temperatura in base alla temperatura del corpo del figlio appoggiato sul suo petto: se lui è freddo, lei diventa più calda e viceversa. Stupefacente, come il miracolo della vita».

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