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Specchio delle mie brame, cosa sei disposto a fare per apparire?

Dagli interventi chirurgici per avere un volto a prova di selfie al bisturi usato per ritoccare le parti intime. Fino a chi usa la chimica per avere rapporti sessuali ‘all’altezza’. Vuoti? Gioco? Dipendenze? Da dove nasce questa paura di essere se st

Ven 26 Feb 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 8

Si chiama selfie dysmorphia ed è quell’esigenza di avere un volto a prova di social. Chi colpisce? Sempre più giovani e anche persone in là con gli anni. Ma quanto tutto questo ha a che fare con ‘problemi’ fisici, imperfezioni, difetti e quanto con una mancata accettazione di sé? Ne abbiamo parlato con chi da anni lavora con il bisturi per rendere migliore la vita delle persone e che sempre più si trova a fronteggiare insicurezze da ‘filtro social’ o da prestazione. Tanto che si registra un aumento delle richieste di interventi chirurgici che riguardano le parti intime... 
Ma da dove nasce la paura di essere se stessi? Ha le stesse radici del chemsex, il sesso associato all’uso di sostanze stupefacenti? Per capire questo fenomeno nato in Inghilterra e relegato al mondo omosessuale, ma che si sta diffondendo anche in Italia e tra gli etero, siamo andati da chi si occupa dei “ragazzi chimici”.


 


Selfie dysmorphia: voglio un viso da selfie


Molti chiedono un ritocco perché hanno una percezione falsata di sé a causa di una sovraesposizione da filtro social. Ma un chirurgo si può rifiutare di intervenire 

Angela Iantosca

C’è chi lo evita e chi ne è attratto. Chi vede ciò che non c’è e chi vede ciò che vorrebbe diventare. Narcisi dell’età contemporanea, attratti e respinti dal nostro riflesso, tormentati da quell’oggetto che è lo specchio (delle nostre brame?). Per avvicinarci all’immagine che ognuno ha di sé, tutti i giorni ricorriamo a quegli effetti che ci offrono i social e, quando non sufficienti, ad interventi di chirurgia estetica per renderci permanentemente come ci trasforma un filtro. Perché ormai, ammettiamolo, siamo disposti a tutto pur di avere un viso da selfie. Si chiama “selfie dysmorphia” o “filter dysmorphia” e ne abbiamo parlato con il dott. Marco Iera, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, presso l’Istituto Clinico Brera di Milano. «Ho riscontrato nella mia pratica clinica questo aumento di problematica soprattutto da parte dei millennials (persone nate tra 1981-1996 - ndr). Trovo sempre più persone che sono ossessionate da questi filtri e che modificano la loro immagine per apparire ‘migliori’. Questo implica una percezione falsata di sé, causata proprio da una sovraesposizione da filtro dei social. Filtro che alla fine fa perdere l’immagine reale di sé. Cosa che provoca una serie di problematiche psicologiche e rende impossibile per il chirurgo accontentare le richieste di chi inevitabilmente si vedrà sempre diverso e meno attraente rispetto a come lo potrebbe rendere un filtro». 

Qual è l’età delle pazienti?
«La richiesta è sempre più da parte di pazienti giovani. Si comincia dai 18 anni». 

Gli adulti sono immuni dai filtri?
«Anche loro sono vittime dei filtri tanto che si presentano persone intorno ai 50 anni che vorrebbero modificare la loro immagine, evitando l’effetto decadimento. A volte noto che non c’è coscienza del proprio aspetto e dell’invecchiamento naturale. Mi è capitato anche di visitare persone mature che volevano tornare a sembrare delle ventenni, presentandosi addirittura con la foto di 30 anni prima». 

Pazienti minorenni?
«Di solito non tratto le pazienti minorenni». 

I genitori sono a favore o provano ad arginare i figli?
«Alcune volte i genitori accompagnano i figli per paura che essi vengano stravolti o cambino le loro sembianze. E questo riguarda il 60% dei casi. Nel restante 40, si verifica il contrario: sono i genitori a spingere all’intervento. Comunque, dipende sempre dal soggetto e dai genitori. Solitamente, quando le mamme accompagnano i figli lo fanno perché capiscono che quel difetto fisico è per il figlio un aspetto che incide sulla serenità psichica».

Un chirurgo si può rifiutare di intervenire quando vede che alla base delle richieste c’è un forte disagio psichico?
«Si deve rifiutare quando si vede che c’è un disagio psicologico prima che fisico. Prima di tutto perché non sto facendo un trattamento giusto e quel trattamento sarà sempre vissuto come un trattamento non riuscito e potrebbe peggiorare la sua percezione fisica e il suo stato psichico. E poi perché potrebbe essere un trattamento non necessario». 

Quali sono le parti del corpo più ‘richieste’?
«Per le donne seno e occhi. Per gli uomini occhi e naso. Ma le richieste in generale sono più femminili». 

Quanto si arriva a spendere?
«Dipende dal tipo di intervento, dallo stato sociale e dalle disponibilità economiche. La cosa importante è garantire la salute del paziente e quindi fare sempre interventi di qualità. Quindi, preferisco non accontentare una pazienta abbassando lo standard qualitativo». 

Cosa è accaduto in questo ultimo anno di lockdown?
«Io faccio questo lavoro da 15 anni e sicuramente negli ultimi anni si è fatto sentire sempre più il peso dei social. Ancora più durante questo periodo pandemico: il social è la nuova agorà. È lì che si incontra gente. Quindi, anche se non c’è stato un incremento delle richieste di interventi, a causa delle ridotte possibilità economiche, tuttavia è aumentato l’impatto psicologico dei social sulle persone, perché da un anno ogni comunicazione o la maggior parte passa attraverso le video chat». 
La sua è una professione che spesso viene associata solo a questi aspetti. Ma è molto altro. Ricordiamolo. 
«Il mio lavoro dovrebbe migliorare la qualità di vita, andando a correggere e riducendo dei difetti fisici che hanno un impatto sull’aspetto psichico. Come le orecchie a sventola o l’assenza di seno, se viene vissuta come un deficit. Inoltre, io mi occupo anche di chirurgia oncologica ricostruttiva. Ecco, molte volte quando si ha tutto non ci si rende conto di ciò che si ha e quando accade qualcosa di grave si tornano ad apprezzare le piccole cose».      

 


Adolescenti e dieta da selfie
Il 64% degli adolescenti tra i 14 e i 19 anni, dichiara di sentirsi più sicuro quando è più magro e quando riesce a raggiungere il peso ideale. 
Il peso e l’immagine corporea condizionano profondamente l’autostima e l’umore dei ragazzi che vivono in funzione dell’accettazione del gruppo: un problema che riguarda maggiormente il genere femminile (il 76% sono ragazze). 
Il 15% ha seguito una dieta per piacersi di più nei selfie, di cui il 75,5% sono femmine. Questo atteggiamento rischia anche di indurli ad una esposizione social che, se non corrisponde al loro immaginario di approvazione e riconoscimento, può avere delle profonde ripercussioni sul loro umore (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza).    

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Il corpo? l’anello debole


Siamo passati dalla mitizzazione degli altri alla esaltazione della nostra immagine... che vorremmo diversa da quella che è: parola del professor Paolo Cotrufo

di Emanuele Tirelli

C’è uno spostamento della propria inadeguatezza sul corpo, che viene responsabilizzato molto di più rispetto al passato. È questo uno degli aspetti centrali che viene fuori dalla conversazione con Paolo Cotrufo, professore e presidente del corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica all’Università Vanvitelli di Caserta. «La selfie dysmorphia è proprio questo: modificare se stessi attraverso i filtri che eliminano i brufoli, le occhiaie e in generale tutte le piccole imperfezioni; o che alterano completamente alcune caratteristiche di noi. E allora si mostra un’immagine di sé diversa da quella che è realmente, fino a volerle somigliare e quindi a sottoporsi a interventi di chirurgia plastica o a ricorrere alla medicina estetica; a seguire allenamenti forsennati che non puntano alla salute, ma a modificare il corpo».

Per quale motivo?
«Perché il corpo resta l’anello più debole, porta i segni del tempo ed è ciò che rende fatale la nostra fine. È stato responsabilizzato sempre di più perché viviamo in una società fatta di immagini».

Perché non ci piacciamo?
«Ci sono due fattori. Il primo sta nell’enfatizzazione dell’immagine, che determina anche un’omologazione del bello. Poi ci sono degli aspetti individuali importanti, perché di questi tempi una bassa concezione complessiva di sé viene spostata sul corpo. Anche la stessa popolarità, presente o assente, viene legata sempre all’aspetto fisico».

Non parliamo solo di adolescenti.
«No, ma per adulti intendiamo l’età anagrafica. Ce ne sono molti che in realtà sono degli adolescenti cresciuti, mentre dovrebbero avere un’idea piuttosto chiara di sé, del proprio lavoro, della propria famiglia. C’è una folla di persone insicure per diversi motivi, che si sente tagliata fuori dalla società. Ma gli strumenti dei giovani e degli adulti sono diversi. I secondi si fermano prevalentemente a Facebook, mentre i primi fanno largo uso di Instagram e Tik Tok, dove l’immagine è centrale. E gli adulti si preoccupano soprattutto di continuare ad apparire giovani, attivi, presenti, popolari: rifiutano il tempo che passa».

Lockdown e restrizioni hanno aumentato la dismorfia da selfie?
«Uscire meno e utilizzare di più chat e social per comunicare ha acuito un fenomeno che però va avanti da anni in maniera inarrestabile. Prima della diffusione del televisore, l’immagine aveva un valore diverso. Poi siamo passati a fenomeni come quello della mitizzazione altrui, dei cantanti, dei divi. Ora siamo noi al centro di un’immagine che però vogliamo diversa da quella che è». 

Adesso le foto le scattiamo soprattutto a noi stessi.
«Prima l’oggetto era esterno: una persona, una situazione, un panorama. Questo voleva dire che il fotografo riconosceva la bellezza di qualcosa e la catturava. Anche se chiedevamo a qualcuno di scattarci una foto, si trattava della visione dell’altro e noi eravamo quasi sempre in un contesto che ci interessava ricordare nella sua interezza. Adesso, invece, l’oggetto siamo soprattutto noi, come un ripiegamento narcisistico e autoerotico: io sono l’oggetto del mio stesso investimento di desiderio. E, nel farlo, continuiamo con i selfie a ripetizione fino a quando non troviamo quello che ci piace di più. Poi lo modifichiamo con i filtri, perché non cerchiamo di rappresentare davvero noi stessi. C’è chi ha parlato di una fantasia di autocreazione, con uno sganciamento anche dalle origini e dalle somiglianze familiari».

Come si lavora su questo pericoloso non piacersi?
«Sono uno psicoanalista, quindi naturalmente in alcuni casi è necessario un percorso di questo tipo. Più in generale, credo che prima o poi ci sarà un cambiamento determinato da una rivoluzione culturale, in un futuro remoto».                

 


La psiche allo specchio

Grande esperto di disturbi del comportamento alimentare, Paolo Cotrufo è uno psicoanalista professore universitario, fondatore e direttore dell’Osservatorio sui Disturbi Alimentari alla “Vanvitelli” di Caserta. Ha sempre approfondito i problemi psichici nel loro legame alle compromissioni del corpo. Oltre alle sue pubblicazioni sull’anoressia, ha curato anche i volumi “Corpo e psicoanalisi” e “Identità e processi di identificazione”, insieme a Rossella Pozzi, e ha partecipato con i suoi contributi anche a numerosi altri testi.

 


Se il bisturi influenza la sessualità 


Sempre più donne e sempre più minorenni: ma siete sicure che sia ciò che davvero volete? 
                       
di Enrico Molise

Evitamento, sottrazione, copertura o più in generale oscuramento. Non piacersi genera ripercussioni sulla vita relazionale e quindi su quella sessuale. Non piacersi, tanto da pensare a una modifica importante del proprio corpo, aumenta quelle scelte. «Non essere in sintonia con se stessi implica una forte inibizione», dice la sessuologa Marilena Iasevoli, che negli anni ha assistito ad un ampliamento della forbice dell’età dei pazienti e pure dei loro condizionamenti. «C’è chi durante il rapporto sessuale vuole la luce spenta, chi copre una determinata parte del corpo o preferisce che non venga toccata e chi evita a monte la relazione, perché la pensa con una pressione insostenibile. In ogni caso, il piacere ne risulta decisamente compromesso e si può arrivare a soffrire di una disfunzione. C’è pure chi, per vergogna, si sottrae alle visite mediche e quindi alle cure».

Quindi la chirurgia plastica influenza molto la sessualità.
«Modificare il proprio corpo porta con sé numerose riflessioni. C’è innanzitutto quella di partenza, che conduce all’intervento e coincide con la mancata accettazione di una parte di sé, genitali inclusi. E c’è una base determinante di insicurezza. La sessualità è uno dei modi in cui si esplica la nostra relazione con gli altri, quindi risulta influenzata pure quella. Ma occorre fare una distinzione tra la chirurgia plastica ricostruttiva e quella estetica, perché la seconda, come dice il nome stesso, non interviene su una patologia o sulle sue conseguenze. Inoltre, è importante che sia per piacere a se stessi, perché il risultato potrebbe non coincidere con la soddisfazione dell’altro. È anche necessario che sia una modifica consapevole, non dettata da una percezione falsata di sé». 
E per quella ai genitali?
«L’influenza maggiore arriva dai media, poi dalla pornografia e quindi dai commenti negativi. Molta comunicazione degli ultimi anni sta determinando un’omologazione estetica e i genitali non sono esclusi. Circa il 76% delle donne che sceglie questo tipo di operazioni è soddisfatta. Vuol dire che una parte non lo è. Di solito, in questi casi, si entra in crisi per un cambiamento che non si riesce ad accettare, si sceglie di sottoporsi di nuovo al medesimo intervento o si preferisce modificare un’altra parte del corpo. Così la sessualità già compromessa ne risente ulteriormente».

L’età si è abbassata.
«Nelle donne, notevolmente. Le minorenni sono tante. Essere così giovani vuol dire aver avuto un numero risicato di relazioni sessuali o molte, ma concentrate esclusivamente sulla performance e quindi non su un coinvolgimento sentimentale e di crescita con l’altra persona. È una questione di tempo a disposizione. Non avendone avuto a sufficienza, l’idea di modificare le proprie parti intime si basa ancora di più su un condizionamento esterno. In generale, sarebbe opportuno prevedere un counseling psico-sessuologico prima dell’intervento. Per le minorenni, ancora di più. Magari potrebbe venire fuori che è stata introiettata un’immagine falsata della realtà. Eppure, è sempre necessario considerare che i corpi sono diversi e così pure gli organi genitali. Non esistono un modello corretto e uno sbagliato».

Su Internet ci sono molte informazioni.
«Sì, ma riguardano l’intervento. Sono tecniche, sulla durata, sulle possibilità, sul post-operatorio… Non ce ne sono di promozione e di normalizzazione della percezione di una problematica. In questo caso, quindi, Internet ha un ruolo negativo».          

 


RAGAZZI CHIMICI 


Si chiama chemsex ed è un fenomeno in crescita, figlio di insicurezze e vuoti. In italia non esistono comunità di recupero specifiche e si fa poca educazione sessuale e all’affettività

di Angela Iantosca

C’è un mondo sotterraneo e ancora nascosto. Un mondo nel quale si ha paura di guardare. Un mondo che deve rimanere nell’oscurità della notte, del non detto, del non visto. Nel buio provocato dal bisogno di un’assenza fisica e mentale. Un buio che apre crepe nelle coscienze, fa male, accentua ferite e solitudini. Un buio che nasce a volte dal bisogno di fuggire da altro buio, a volte per gioco, per noia, per curiosità. Un buio che le storie raccolte e raccontate da Angela Infante e Andrea Mauri nel libro “Ragazzi Chimici – Confessioni di chemsex” (Edizioni Ensemble) ci fanno toccare: storie di chi, per avere rapporti sessuali, prende cocaina, mephedrone, crystal, ecstasy, ketamina, popper e, nella migliore delle ipotesi, viagra. 
Come è nato questo libro? 
«Lavoro come counselor ed educatrice nel reparto malattie infettive di un Policlinico romano – spiega la Infante -. Tutte le persone con cui mi interfaccio sono sieropositive, scrivo progetti che riguardano persone seriopositive o persone che si relazionano con sieropositivi e credo che tutti siamo sierocoinvolti. Del chemsex ne sentivo parlare da un po’ di tempo, ma ho deciso di scriverne quando ho capito che i diretti interessati volevano dar voce a qualcosa. Così ho raccolto le loro testimonianze, che Andrea Mauri ha tradotto in scrittura con eleganza, delicatezza e senza pregiudizio. Questo non è un libro che deve o vuole insegnare qualcosa: vogliamo solo raccontare qualcosa al lettore, lasciando a lui la scelta: di giudicare, non giudicare, di comprendere, di prendere le distanze, di identificarsi... Ogni storia, che è anonima, l’ho corredata con un collage che ho fatto io: un modo per dare un volto a chi parla, perché è l’identità che restituisce dignità. Per completare il libro, infine, abbiamo fatto scrivere la postfazione a Filippo Maria Nimbi, sessuologo e psicologo, che da anni si occupa del tema».
Il chemsex è un fenomeno prettamente omosessuale?
«Si tratta di un fenomeno che riguarda gli MSM (Men who have sex with men - ndr) e che è nato con questa caratteristica in Inghilterra – continua Angela Infante – e noi abbiamo deciso di dare voce solo a questo mondo. Poi, sicuramente come tutte le esperienze si è andato a diversificare in altri mondi. E sarebbe interessante esplorarli».
Quali le ragioni di chi fa questa scelta?
«Alcuni ragazzi – spiega Andrea Mauri - raccontano di farlo solo per svago. Altri perché hanno problemi di accettazione del proprio corpo. Alcuni perché hanno problemi opposti, come l’eccesso di controllo». 
Le motivazioni, dunque, sono varie, come quelle che spingono all’uso di sostanze stupefacenti o a qualsiasi altra forma di dipendenza.  
«Per il lavoro che faccio, non chiedo mai le motivazioni – continua la Infante -. Se me le vogliono raccontare, io sono pronta ad accogliere, altrimenti va bene lo stesso. E ognuno, leggendo, troverà nelle diverse esperienze qualcosa di diverso nel quale forse si rispecchierà o forse no».  
Si parla di HIV e Aids, un rischio che si corre nella pratica del chemsex e non solo. 
«Noi parliamo di sieropositività – prosegue la Infante -. Ma comunque credo che in Italia se ne sia parlato e se ne parli poco, forse perché, quando si parla di HIV, si è convinti che si stia parlando del piacere omosessuale, rispetto al quale c’è un grande tabù. In realtà, per prima cosa bisognerebbe chiarire che è una questione che riguarda tutti. Inoltre, bisognerebbe ammettere che non si è fatta e non si fa un’adeguata campagna di prevenzione e di informazione, anche riguardo ai reali pericoli di trasmissibilità, riguardo alle cure messe in campo, riguardo ad altre infezioni sessualmente trasmissibili molto pericolose. Pochi parlano di PrEP (Profilassi pre esposizione - ndr)…  Insomma, sarebbe importante fare informazione a scuola per questo! A me capita di andare nelle scuole per parlarne, ma siamo in pochi». 
Un vuoto conoscitivo che anche nel vostro libro provate a colmare con un glossario che spiega i termini più tecnici che si incontrano nei racconti. Qual è l’età interessata dal chemsex?
«Si parte dai 18 anni e si arriva ai 70 – spiega Angela Infante -. Non mi è mai capitato di minori che hanno fatto chemsex. Inoltre, è un fenomeno trasversale anche per quanto riguarda l’estrazione economica, sociale, culturale, religiosa e geografica della popolazione interessata». 
In Italia c’è reticenza rispetto a questo fenomeno?
«Ma cosa facciamo noi in Italia di prevenzione?»… chiosa la Infante a cui fa eco Mauri: «Ci sono stati dei casi di cronaca nera che sarebbero da far rientrare nel chemsex, ma nessuno ne ha parlato. Quindi sì c’è reticenza». 
Il senso di colpa, la vergogna sono sentimenti che avete rilevato? 
«Ho notato dai racconti che ci sono stati d’animo differenti – spiega Mauri -: durante l’incontro sessuale e nel down cambiano gli umori e le riflessioni che escono fuori. Alcuni si chiedono perché continuare. Altri no. Più che altro li ho visti interrogarsi sul perché del loro comportamento e di questa ‘dipendenza’». 
«Da counselor – spiega la Infante - ti dico che, se il senso di colpa arriva, questo accade dopo il chemsex, quando torni lucido e hai un modo di ragionare differente. Quello che noto è che loro si lasciano andare e parlano quando si sentono accolti, allora in quel caso fanno dei ragionamenti, cominciano a pensare che si stanno facendo del male. Ma come per la dipendenza dalla droga, c’è un tempo per tutto».
C’è una rete a cui chiedere aiuto?
«Non c’è una rete – spiega Angela -. A Roma, per esempio, c’è un’associazione che è forte sulle tossicodipendenze, ma in modo classico e questo è un fenomeno nuovo. A qualcuno io suggerisco di andarsi a fare una chiacchierata, ma non ci sono interventi specifici. Quando mi chiedono, io li indirizzo a Filippo Maria Nimbi, lo psicologo. So che a Milano c’è ASA (Associazione Solidarietà Aids - ndr) che ha proprio un gruppo specifico per le dipendenze da chemsex, da solo sesso e da droga». 
L’amore può riparare?
«O noi cominciamo a parlare seriamente di educazione all’affettività e alla sessualità o falliremo – risponde la Infante -. Soprattutto credo che dobbiamo renderci conto di una cosa: siamo in tanti ad avere dei vuoti, forse tutti, e in tanti rispondiamo a questi vuoti con delle dipendenze. Alcune fanno male e non sono socialmente accettate, altre sì, come lo shopping compulsivo. La cosa certa è che chi si droga non si vuole bene. Ma il vuoto non lo possiamo risolvere mettendolo a tacere con altro: dovremmo imparare ad accettarlo, osservarlo e sapere che è lì. Perché più cose ci metti dentro e peggio è. Quando lo riempi, facendoti del male, poi non è facile tornare indietro». 
Il lockdown ha acuito tutto questo?
«Il vuoto che si è creato in questo anno è molto profondo. Qualcuno ha colto l’occasione per ascoltare il proprio corpo, fermarsi e seguire quello che il corpo gli suggeriva. E questo potrebbe essere una chiave di volta per capire come ricostruire e cucire: mettendosi in ascolto».          

 


Confessioni di chemsex

Cocaina basata, mephedrone, crystal e GHB sono solo alcuni dei protagonisti di festini, che sempre più spesso vengono organizzati per sballarsi e fare sesso a lungo e senza limitazioni. È il fenomeno del chemsex, nato e sviluppatosi soprattutto a Londra, ma che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. 
Di questo parlano Angela Infante e Andrea Mauri nel libro “Ragazzi chimici - Confessioni di chemsex” (Ensemble - Collana Officina). 

 


Si può chiedere aiuto!


Come si lavora su questo tipo di dipendenza? La parola all’esperto  

di Angela Iantosca

Per far luce sul fenomeno del chemsex abbiamo raggiunto Filippo Maria Nimbi, psicologo e sessuologo che da anni studia e cura i ‘ragazzi chimici’ . 
Quali sostanze si usano? 
«Principalmente sono quattro: GHB, metanfetamine, mefedrone e cocaina basata. Si tratta di sostanze molto eccitanti che aiutano sia a mantenere livelli di energia alti sia a disinibire: sono sostanze che ti permettono di avere tanti rapporti con tante persone diverse e portano a provare cose diverse rispetto alle quali si potrebbero avere delle remore. Per questo motivo è diventata una moda, un rituale all’interno di alcune scene della capitale e di Milano».
Il chemsex riguarda solo il mondo dell’omosessualità?
«In realtà no, ma è come se all’interno di questo gruppo di persone acquisisse un ruolo diverso. Io nello specifico mi occupo di ricerca, oltre che di clinica, e sto proprio lavorando su questo tema a livello internazionale. Quello che emerge è che c’è una differenza su come viene vissuto tra il mondo etero e il mondo gay, per il quale l’assunzione di sostanze all’inizio è proprio un rituale. C’è una tendenza, cioè, all’esaltazione di un tipo di sessualità molto prestazionale. Anche se bisogna dire che questa immagine del mondo omosessuale è parziale, perché descrive solo un certo tipo di persone e situazioni. E molti subiscono questa etichetta, pur non rappresentandoli. Come accade spesso ad alcune donne e agli uomini etero».
Questo fenomeno quando è arrivato in Italia? 
«In Italia è arrivato un po’ dopo rispetto ad altri Paesi. Se ne parla dal 2012 a Londra. Poi ha interessato New York, Berlino, Parigi e infine l’Italia, dove c’erano queste sostanze che non venivano associate alla sessualità, ma erano club drugs. In realtà esistono questi fenomeni anche nell’eterosessualità, ma in modo diverso, in situazioni sociali di club, di discoteche e vita notturna. Più che chemsex. Nel mondo etero c’è, ma è più diffuso il festino a base di coca. Dove c’è l’aspetto della sessualità, ma con valore diverso: al centro in quel caso c’è lo sballo». 
Quale fascia d’età è interessata?
«Attira soprattutto gli over 30 fino ai 50 anni. Ma oggi ci sono persone che hanno cominciato a 18 -20 anni. L’età, dunque, si è abbassata con l’uso di social e con le app di incontro che sono il veicolo principale».
Chi viene da lei a chiedere aiuto? 
«Qualcuno viene a chiedere aiuto per ridurre la propria attività di chemsex, perché alcuni di loro non hanno attività sessuale senza chimica. Altri ne fanno un uso unicamente ricreativo, che non vuol dire che non sono a rischio, ma non sono dipendenti. Tendenzialmente chi viene a chiedere aiuto è chi ha qualche risorsa in più per ridurre o interrompere». 
Cosa spinge al chemsex?
«Le ragioni sono molteplici. Quello che mi capita di vedere nelle stanze di terapia è che tendenzialmente c’è un profilo di personalità dipendente. Si evidenziano, cioè, tutta una serie di caratteristiche che determinano la relazione con la sostanza o la sessualità. Alcuni di loro sono dipendenti dalle sostanze e qualcuno da questo tipo di sessualità. Sicuramente è qualcosa di nuovo, un mix che si conosce di meno». 
Come si lavora su questo tipo di dipendenza?
«Mettiamo insieme diverse figure professionali e diverse tecniche. Si cerca di fare una parte di psico-educazione e spiegazione di cosa sono queste sostanze, come influiscono sul nostro cervello e il nostro corpo. Si lavora per una riduzione del danno, per chi non riesce a smettere. Poi lavoriamo sulle pratiche comportamentale: ricordiamo che il GHB non deve essere assunto con alcolici perché c’è rischio di overdose molto alto. Infine, facciamo un lavoro sul piano emotivo, psicologico, aiutandoli a trovare delle risorse interne ed esterne. C’è anche supporto psichiatrico o lavoro di gruppo. Inevitabilmente si lavoro anche sulla sessualità». 
La “normalità” è un concetto recuperabile?
«Più che usare la parola normalità userei la parola sesso sobrio. E la risposta è sì: si può recuperare. Quello è sicuramente l’obiettivo che si ottiene soprattutto mettendo in discussione l’idea della sessualità come prestazione, recuperando la parte emotiva, non necessariamente affettiva. Si lavora tanto sul corpo, sul piacere, su cosa vuol dire raggiungere l’orgasmo o provare piacere durante il rapporto sessuale».
La vergogna è un sentimento che provano?
«Questa cosa è molto soggettiva. Ma direi che più della vergogna, provano un senso di colpa. C’è da dire che chi va dal sessuologo ha già delle difficoltà. E il senso di colpa è un sentimento che soprattutto in Italia è molto forte quando si parla di sesso, droghe e altri tabù».
C’è consapevolezza del rischio?
«La consapevolezza del rischio è alta. Chi fa chemsex si aspetta di poter incorrere in infezioni sessualmente trasmissibili. È anche vero che ora c’è una campagna di uso della PREP, che viene usata come strumento di riduzione del danno e c’è per limitare la possibilità che possa essere contratto il virus dell’HIV. Ma è molto frequente che si accorgano di aver contratto malattie sessualmente trasmissibili».
Esistono delle comunità di recupero specifiche?
«In Italia non ci sono comunità o cose simili. All’estero, invece, ci sono servizi strutturati, servizi di assistenza giornaliera, una sorta di day hospital. Al momento in Italia le persone che si sono rivolte a servizi e a comunità che si occupano di dipendenze classiche si sono trovati in difficoltà, perché non si sono sentiti capiti. Perché l’approccio al chemsex è diverso rispetto all’approccio che si può avere con un tossicodipendente classico. E molti operatori ancora non conoscono questo fenomeno. Quindi si lavora soprattutto nel privato».
C’è stato un incremento del fenomeno durante il lockdown?
«Non ci sono dati specifici. Ci sono state persone che hanno continuato, trovando delle scappatoie, e persone che hanno sofferto molto, perché si sono trovate ad interrompere improvvisamente il rapporto con sostanza e sessualità. Ci sono state grosse difficoltà. E considerando che il lockdown ha spiazzato un po’ tutti, possiamo immaginare che effetto abbia avuto su chi soffre di qualsiasi dipendenza».

 


LAVORO DI RICERCA
Filippo Maria Nimbi è Psicologo e Psicosessuologo e lavora come Docente a contratto e ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute dell'Università Sapienza di Roma. Nel suo lavoro di ricerca si occupa di vari temi della sessualità, come il desiderio sessuale e le fantasie erotiche, il dolore genitopelvico e il chemsex.

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