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Celiachia, questa sconosciuta

Una malattia che colpisce l’1% della popolazione, da non sottovalutare perché può anche provocare ritardo dell’accrescimento nei bambini

Ven 26 Feb 2021 | di Emanuele Tirelli | Salute

Ne soffre l’1% della popolazione italiana e non è affatto da sottovalutare. Per tanti anni non se n’è saputo quasi niente, poi la parola “celiachia” è entrata prepotentemente nel vocabolario di molte persone, anche a sproposito. «È una patologia per la quale viene effettuata una diagnosi precisa», dice Maurizio Koch, gastroenterologo e già primario all’ospedale San Filippo Neri di Roma. «Si tratta di una malattia autoimmune innescata dall’intolleranza al glutine, che viene percepito come infiammatorio dall’intestino tenue. Inoltre, non è affatto uno scherzo, perché ha varie manifestazioni, che vanno da una diarrea con più di tre scariche al giorno a quella continuativa per tre o quattro mesi, talora con incontinenza, malessere generalizzato, riduzione degli elettroliti. In generale parliamo di un crollo totale della qualità della vita. Nei bambini, di ritardo dell’accrescimento».

Ma esiste una sintomatologia tipica?
«È vasta e oscillante, perché anche i medesimi sintomi possono manifestarsi con consistenze differenti a seconda delle persone».

A qualunque età?
«Sì. E la comparsa dei sintomi può dipendere anche da un innesco causato da fattori esterni, come lo stress, la sedentarietà, l’uso sconsiderato degli antibiotici e l’alimentazione scorretta. Tutti questi elementi possono alterare la composizione dei nostri batteri intestinali e, quindi, contribuire all’infiammazione dell’intestino tenue dopo l’assunzione dei cibi che contengono il glutine».

Come va diagnosticata?
«Innanzitutto non bisogna parlare di celiachia senza delle indagini precise. A volte viene confusa con la sindrome da colon irritabile e con la sensibilità al glutine, che non sono affatto la stessa cosa. Già l’internista e il pediatra possono fare un primo screening. Poi il gastroenterologo dà la conferma con uno studio ulteriore. Mentre per i bambini è possibile arrivare ad una diagnosi attraverso i valori degli anticorpi antitransglutaminasi, per gli adulti è necessaria pure una gastroscopia con biopsia intestinale. Poi, in caso di risposta affermativa, vengono fornite delle indicazioni alimentari al paziente, che può domandare anche i contributi statali per l’acquisto dei cibi senza glutine».

È aumentato il numero delle persone che ne soffre o quello delle diagnosi?
«Negli anni c’è stata una maggiore consapevolezza di questa malattia, quindi tante persone che soffrivano di certi sintomi hanno potuto ricondurli alla celiachia. È un po’ come dire che la patologia esisteva, ma le persone non sapevano di averla o quantomeno che si chiamasse così. Poi c’è da rilevare un aumento generalizzato delle malattie autoimmuni nel mondo occidentale. E tra queste c’è anche la celiachia».

Il glutine è stato demonizzato.
«Un po’ per moda alimentare e un po’ credendo erroneamente che una dieta priva di glutine porti automaticamente a un calo ponderale del peso. Ma non è detto, perché spesso gli alimenti senza glutine sono invece ricchi di grassi. Qualche anno fa, inoltre, uno studio condotto dall’Università dell'Illinois ha dimostrato che una dieta del genere può anche far aumentare sensibilmente i livelli di arsenico e di mercurio nel sangue. In ogni caso le variazioni consistenti della propria alimentazione andrebbero accompagnate sempre da uno specialista, capace di valutare di quanto e di cosa ha bisogno quella specifica persona. Possiamo allora dire che un’incidenza della celiachia sull’1% della popolazione non giustifichi affatto una diffusione tanto vasta delle diete senza glutine».                                              

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