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Tumore all’ovaio: colpite 5300 donne l’anno

Come prevenire, a chi rivolgersi, cosa fare per combattere questo male

Ven 26 Feb 2021 | di Emanuele Tirelli | Salute

Silenziosamente. Arriva ogni anno per 5.300 donne italiane. Nell’80%dei casi è in stadio già avanzato. Per il tumore all’ovaio c’è da tenere d’occhio soprattutto l’età (50-69 anni), la familiarità della neoplasia, l’assenza di figli, un’eventuale terapia ormonale sostitutiva, l’inizio precoce o la fine tardiva del ciclo mestruale. «E la mutazione dei geni Brca 1 e 2 per quelli ereditari», dice Domenica Lorusso, professoressa associata di ostetricia e ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile della programmazione di ricerca clinica al Policlinico Gemelli. Lorusso è inoltre autrice del quarto Quaderno di Fondazione Aiom (Associazione Italiana Oncologia medica), dedicato proprio a questa neoplasia e destinato alle pazienti.

È così subdolo?
«L’ecografia e i marcatori tumorali in via preventiva non assicurano l’anticipo della diagnosi. Alcune teorie suggeriscono anche che il tumore all’utero nasca nella tuba e che quello all’utero sia quindi una metastasi. Purtroppo, inoltre, i sintomi vengono spesso confusi con quelli di patologie gastrointestinali molti frequenti, e quindi viene trattato con fermenti lattici, antinfiammatori e probiotici». 

Cosa fare?
«La chirurgia, laddove perseguibile e seguita dalla chemioterapia, resta il trattamento d’élite, ovvero di maggiore efficacia, del tumore dell’ovaio, cui oggi si aggiunge una “terza tappa” terapeutica che può cambiare sensibilmente l’evoluzione della malattia. Si tratta di una terapia di mantenimento con dei farmaci innovativi, chiamati Parp-inibitori, che somministrati al termine della chemioterapia svolgono un’azione importante nel ridurre l’eventualità di future recidive, efficaci anche in terapia di prima linea, cioè assunti da donne mai sottoposte ad altri trattamenti. Inoltre, ci sono di aiuto nuove informazioni sulla biologia del tumore dell’ovaio: abbiamo scoperto che solo il 25% è dipendente da mutazioni per geni Brca 1 e 2 e che sulla restante quota impattano anomalie genetiche di altro tipo, come ad esempio la Sindrome di Lynch».  

E qual è la prevenzione efficace?
«Si raccomandano una visita ginecologica e un’ecografia transvaginale ogni anno. Occorre essere sempre sotto controllo, però l’unica vera prevenzione si basa sull’identificazione delle persone a rischio, perché portatrici delle mutazioni e quindi più soggette ai tumori ereditari. Se le identifichiamo prima dell’insorgere del tumore possiamo agire con delle strategie importanti».

Come?
«Partiamo dalle donne che hanno sviluppato la malattia e cerchiamo la mutazione. Se ne verifichiamo l’esistenza, estendiamo lo studio a tutta la famiglia, anche ai maschi, perché non parliamo solo di tumore all’utero, ma anche alla mammella femminile e maschile, al pancreas. Basta un’impegnativa del medico di base per accedere al servizio fornito dai centri genici presenti sul territorio italiano. Il test avviene con il prelievo del sangue».

Non subentra la paura?
«Partendo da chi l’ha già avuto, abbiamo rovesciato il paradigma: in questo caso la presenza di una mutazione ci permette di individuare trattamenti più efficaci. E, per lo studio che coinvolge la famiglia, è importante porre l’informazione nel modo corretto. Non è di sicuro una notizia meravigliosa, ma allo stesso tempo la presenza della mutazione non vuol dire automaticamente che ci si ammalerà. Sapere di essere predisposti può aiutare anche a riorganizzare la propria vita. Una donna, per esempio, potrebbe anticipare i suoi piani di maternità e poi procedere con l’asportazione dell’utero per evitare a monte l’insorgere della neoplasia».

Esistono anche delle associazioni?
«Faccio parte del comitato scientifico di Mutagens, che mette insieme i pazienti portatori di mutazioni e li assiste sotto ogni punto di vista, compreso quello psicologico».               

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