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Il fondo del bicchiere

Il Salvagente porta in laboratorio il Chianti per aiutare i consumatori a scegliere il meglio

Mar 30 Mar 2021 | di Lorenzo Misuraca | Salute
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È senza dubbio il vino rosso italiano più famoso nel mondo. Il Chianti può vantare infatti numeri da capogiro: esportato in 130 paesi del mondo, oltre un milione di ettolitri prodotti tra Chianti e Chianti classico; con tutte le bottiglie vendute in un anno messe in fila si coprirebbe la distanza tra l’Alaska e l’Amazzonia. Affollato anche il mondo della produzione: oltre 3mila cantine grandi, medie e piccole. 
Come scegliere? Sicuramente in base al gusto e alla qualità del vino, e da questo punto di vista esistono pubblicazioni, concorsi, classifiche che possono agevolmente indirizzare il consumatore. Ma per i più esigenti e per chi ha a cuore l’ambiente e il controllo di ciò che beve, ci sono altri aspetti da valutare. Per questo il Salvagente ha deciso di portare in laboratorio 14 bottiglie di Chianti alla ricerca di pesticidi e altre sostanze rischiose per la salute, come l’anidride solforosa. Etichette di varia fascia di prezzo e di differenti categorie, da Chianti a Chianti Classico, da Riserva a Superiore, comprate nei maggiori supermercati italiani. I risultati mostrano un vino che, seppur con residui nei limiti massimi consentiti per legge, abbonda spesso di pesticidi: anche 9 molecole diverse nella stessa bottiglia. Va considerato che l’effetto cocktail di sostanze cancerogene, come alcuni dei pesticidi trovati nelle bottiglie analizzate, è al centro del dibattito scientifico. Seppure l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha messo a punto un metodo di valutazione e ha escluso i rischi per i consumatori, un recente studio internazionale a cui ha partecipato anche Fiorella Belpoggi, direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini di Bologna, ha trovato che le miscele di residui di pesticidi comunemente negli alimenti nell’Ue possono avere effetti negativi sulla salute, anche quando ogni singola molecola è presente a un livello considerato sicuro dalle autorità di regolamentazione. 
Scegliere dunque non solo in base alla bontà, ma anche considerando la quantità di residui di fitofarmaci è una buona idea. Oltretutto la nostra classifica riserva sorprese: nella parte alta fa capolino una bottiglia comprata in un discount, il Chianti superiore Iago acquistato all’Eurospin, mentre in fondo finisce uno dei volti storici di questo vino, il Pèppoli Chianti classico della cantina Antinori. In totale 6 bottiglie hanno riportato un giudizio buono dal nostro test: tra queste non faticherete a trovare quella che più vi convince.        

 


QUELLO CHE IN ETICHETTA NON TROVERETE MAI

Davvero le decine di migliaia di cantine che in Italia producono vino utilizzano solo uva e un po’ di solfiti per ottenere la miriade di prodotti differenti che arrivano ogni giorno sugli scaffali dei supermercati? 
No, per niente. Nonostante sull’etichetta della bottiglia che tenete in mano troverete solo il tipo di vitigno e al massimo “contiene solfiti”, per produrre i vini industriali, ma non solo, vengono regolarmente utilizzati decine di additivi, enzimi e procedimenti tecnologici per cambiare gusto, colore, e persino grado alcolico. Solo che per legge il produttore non è tenuto a dichiararli.
A permettere e regolamentare l’utilizzo di tutti questi ingredienti “invisibili” al consumatore è il Regolamento europeo 1493 del 1999 relativo all’organizzazione comune del mercato vitivinicolo. Qualche esempio: la gomma arabica è utilizzata per incrementare il gusto del vino, i tannini, sostanze rilasciate naturalmente dalla parte verde dell’acino, possono anche venire aggiunti per aumentare la longevità del prodotto. Così come si utilizzano anche acidificanti. E poi ci sono i cips, piccoli trucioli di legno che si inseriscono all’interno del mosto per modificarne il gusto, e che vengono eliminati in fase di filtrazione del vino. E ancora, cellulosa, farina fossile, azoto, fosfato diammonico, carbone a uso enologico, gelatina alimentare, proteine vegetali del grano e del pisello, colla di pesce, albumina dal bianco d’uovo, caseina, diossido di silicio, acido lattico, bicarbonato di potassio, resina di pino di Aleppo, acido ascorbico, citrico e meta-tartarico, citrato di rame, e così via. 
Da questo punto di vista, rifugiarsi nel prodotto bio non fa grandi differenze. Anche se il vino ottenuto da uva biologica, in effetti, non utilizza pesticidi e ha limiti di solfiti minori rispetto al vino convenzionale, il Regolamento europeo per il vino biologico, entrato in vigore il 1° agosto del 2012, permette oltre 40 sostanze chimiche nella vinificazione. E tra queste, tutte quelle elencate prima per il vino convenzionale. Il mondo del bio italiano, in particolare, aveva molto lottato per mantenere le soglie tollerate al minimo, ma si è dovuto mediare con le esigenze dei produttori del Centro-Nord Europa che sono soliti fare un utilizzo più massiccio di additivi. Di sicuro, rendere pubblici le sostanze utilizzate, sarebbe un gesto di trasparenza gradito dai consumatori, ma per questo ci vorrebbe un obbligo di legge. 

 


In collaborazione

L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it

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