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Mahershala Ali: black lives matter

Mahershala Ali, i Premi Oscar, la scelta attenta dei copioni, i numerosi ‘no’ e quella passione per l’arte nata a causa della malattia del padre perso quando aveva 16 anni

Mar 30 Mar 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 13

Berretto di lana scuro, trench extralarge e sneakers bianche: Mahershala Ali si presenta con grande semplicità, ma anche studiata ricercatezza. Quando sorride s’illumina non solo il viso, ma l’intera stanza: la sua umanità trabocca in ogni parola e in tutte le pause. Non ha bisogno di falsa modestia: grazie ai due Premi Oscar meritatissimi, può concedersi quel senso di sollievo che si prova quando non ci si sente più sotto giudizio o sotto attacco. 
Con il movimento Black Lives Matter, d’altronde, Hollywood sta cercando maggiore inclusività e diversity nella rappresentazione del mondo così com’è, con tutti i colori e le sfumature che lo rendono tanto unico. 
E l’attore, che ha uno spirito positivo per natura, crede fermamente in questo cambiamento, come ha raccontato nell’incontro al Festival di Toronto.
 
Da dove nasce il suo amore per l’arte?
«Da piccolo scrivevo poesie, ma le condividevo solo con chi mi capiva, perché papà era malato e avevo bisogno di una valvola di sfogo. All’epoca avevo anche dato vita ad un piccolo libro e, grazie a quel suo momento di difficoltà, sono entrato per la prima volta in contatto con lui sul mondo dell’arte. L’ho sempre considerato un attore di talento e ho sempre rispettato il suo gusto».
 
Sta per arrivare un “ma”?
«Infatti: per ottenere una borsa di studio all’università mi sono impegnato molto nel basket, rendendolo molto orgoglioso, ma non avevo ben chiare le idee sul mio futuro. Mi sembrava che a scuola fossero tutti più bravi di me, che ai loro occhi ero il classico atleta che prova a sfondare facendo altro, una sorta di ibrido. È morto quando io avevo 16 anni e da allora non passa giorno in cui non cerchi di seguire i suoi sogni, perché so che ci è voluto coraggio per tirarsi fuori dalla strada e rinunciare a quello che ti offriva».
 
Come trascorrevate il tempo insieme?
«Tra musei, teatri e set vari. Ricordo ancora quando mi ha portato da Barneys e mi ha detto che avrei potuto scegliere quello che volevo. Io ho voluto una felpa oversize e lui mi ha insegnato a puntare sulla qualità più che sulla quantità. Sai una cosa? Ce l’ho ancora, aveva ragione. Riusciva a trasmettermi tanto, anche quando eravamo geograficamente distanti. Sento ancora la sua voce che mi dice: “Figliolo, non mangiarti le unghie”. Un’altra volta mi ha detto di mettere le mani in tasca, senza aggiungere altro, e io ci ho trovato dentro un preservativo. Ho pensato: “Mio padre è proprio forte”».
 
Quando ha mosso i primi passi in questo ambiente com’era la rappresentazione?
«Facendo parte di una minoranza, non vedevo mai molti personaggi simili a me, mi dovevo adattare e così quella duttilità teatrale mi è servita in TV, quando non hai molto tempo per fare e rifare un ciak».
 
È un perfezionista?
«Assolutamente: molti miei colleghi si annoiano a rifare una scena, a me piace il rito della ripetizione, la fisicità di un personaggio anche in un gesto semplice come posare un bicchiere o aggiustare la cravatta». 
 
Si è guadagnato la fama di precisino e puntiglioso?
«Più che altro ero frustato, perché non riuscivo a lasciare andare qualcosa che non fosse perfetto. E infatti dopo 19 episodi sono stato licenziato».
 
Cosa sta cambiando a Hollywood?
«Finalmente la diversity dà voce a tutti. Prendi artisti delle nuove generazioni, come Michael B. Jordan o Donald Glover, attori di colore che si stanno facendo strada verso l’uguaglianza. Prima, invece, le produzioni ci assumevano perché costrette a rispettare delle quote. E a me sembra di aver trattenuto uno starnuto per più di vent’anni…».
 
E con il Premio Oscar si è finalmente potuto rilassare.
«Con quindici anni di gavetta alle spalle, solo dopo l’Oscar ho avuto una parte da protagonista, nella serie “True Detective”, e la gente tutt’a un tratto si è come svegliata e ha detto: “Però… questo è bravo”. 
 
Cosa l’ha portata a “Moonlight”?
«Ho detto molti no, anche quando ero al verde, ho cercato di resistere anche quando mi è sembrato di toccare il fondo. Volevo solo raccontare storie che avessero un valore, che permettessero al pubblico di portare a casa qualcosa».
 
E poi è arrivato anche “House of Cards”?
«Mai visto niente di simile, un lobbista di colore, uno calcolatore freddo, che poi sviluppa una coscienza, una visione chiara dei suoi obiettivi. E ancora non ci credo che quel ruolo mi ha permesso di essere invitato alla Casa Bianca ed esser accolto come uno dei Beatles dai veri lobbisti invitati durante la Cena dei corrispondenti».
 
Eppure ha lasciato la serie…
«Non volevo che gli sceneggiatori trascinassero la mia parte portandola per le lunghe quando ormai aveva esaurito il suo arco narrativo. Ho sentito il bisogno di aprimi ad altre possibilità, ma ci hanno messo un anno prima di lasciarmi andare».
 
Intanto ha accettato anche parti piccole, ma in film di spessore come “Il diritto di contare” (su Disney+), sulla storia vera di tre scienziate afroamericane alla NASA. Perché?
«All’epoca ero su cinque progetti diversi e andare per tre settimane sul set ad Atlanta non è stata proprio una passeggiata, ma ne valeva la pena. Questa storia straordinaria doveva essere portata alla luce e quando il successo è andato oltre le aspettative ho avuto la conferma di aver fatto la scelta giusta».
 
Ha avuto la stessa sicurezza per “Moonlight”?
«Mai come su quel set mi sono sentito terrorizzato. È stata la prima volta in cui mi sono messo a pregare per un ruolo, nella mia stanza di hotel a Miami, in un fascio di nervi. Volevo restare fedele all’angoscia del mio personaggio e lì ho capito con assoluta chiarezza che avrei sempre cercato la verità nelle storie che sceglievo di raccontare».
 
Lei è anche un musicista. Questo l’ha aiutato a calarsi nel suo secondo ruolo da Oscar, in “Green Book”?
«La storia è tanto vera quanto surreale: un pianista che parla sette-otto lingue negli Anni Sessanta ha bisogno di un autista che lo accompagni nel tour di concerti. Ironia della sorte, si tratta di un bianco, in un’epoca di segregazione, in cui, ad esempio, i due non potevano dividere lo stesso tavolo a cena o la stessa camera d’hotel, eppure si trovavano in uno spazio intimo, l’abitacolo di un’auto, insieme».
 
Cosa ne pensa del nostro attuale periodo di cambiamento?
«Mi sembra un nuovo Rinascimento, dove resto un uomo di colore, ma almeno mi relaziono agli altri come essere umano, alla pari. Certo che le nostre storie hanno sempre una componente razziale, ma fa parte della vita e mi capita continuamente, anche se voglio solo comprare un caffè da Starbucks».
 
Con uno scaffale pieno di premi, ora ha il lusso di scegliere i copioni. Cos’è cambiato nel suo metro di giudizio?
«Io resto la stessa persona, solo più fortunato e con maggiori opportunità. Non giudico mai un personaggio dal lavoro che fa, voglio che mi insegni qualcosa». 
 
E quando non lo fa?
«Nel film “Roxanne Roxanne” (ora su Netflix - ndr) il mio personaggio era un drogato, spacciatore e violento. Non è che un giorno mi sono svegliato e ho deciso d’interpretare un pedofilo, uno senza la minima umanità, ma quando capitano ruoli simili patisco. Ricordo l’ultima settimana di riprese: mi svegliavo di soprassalto, sudato e tremante per via degli incubi continui. Ma l’ho girato perché per molte donne trovare un posto sicuro non è così facile, allora ho deciso di usare il mio talento anche a costo di fare il cattivo della situazione, per mettermi al servizio di una storia che doveva essere raccontata. Dopo l’uscita del film sono stato insultato pesantemente online, anche se in realtà io stavo solo recitando, ma ho incassato tutto sapendo che nella vita la vanità non ti porta da nessuna parte».                                                                                  

 


Figlio d’arte

Mahershali Ali (1974), ha vinto due Premi Oscar (per “Moonlight” e per “Green Book”), confermandosi uno degli attori più talentuosi del panorama hollywoodiano attuale. Ha saputo alternare pellicole intimiste come “Il curioso caso di Benjamin Button” a blockbuster come la saga di “Hunger Games”. Ospite degli eventi artistici di mezzo mondo, ha portato la sua esperienza sui palcoscenici più prestigiosi, come il Toronto Film Festival. Dopo laurea e master, inizia la carriera a teatro con Shakespeare per poi continuare con apparizioni tv in “Crossing Jordan” e “CSI – Scena del crimine” fino al ruolo svolta-carriera in “House of Cards” e “True Detective”. Figlio di un attore teatrale e di un ministro battista, è sposato dal 2013 con la compositrice Amatus Sami-Karim, ha una figlia di quattro anni, Bari Najma.  

 


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