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Giovani fidanzati violenti

Cosa vogliamo fare di fronte ad un tema, quello della violenza, che non riguarda solo gli adulti, ma sempre più i giovanissimi?

Mar 30 Mar 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

Hanno paura del partner. Preferiscono tacere. Si vedono controllati i social. è questo l’approccio al primo amore per tanti adolescenti. Il 21%, secondo report recenti, dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni riferisce di aggressioni verbali. Uno su dieci di schiaffi, spintoni, pugni. E come se non bastasse il 61% dei ragazzi tra i 13 e i 23 anni è stato vittima di bullismo e cyberbullismo. 

Cosa sta succedendo? è ‘colpa’ loro? Qual è l’idea di relazione con la quale stiamo crescendo i ragazzi? E la tv, con i suoi programmi che inducono a credere che basta spogliarsi per conoscere qualcuno, aiuta a sviluppare una sana idea di relazione? 


 


Relazioni tossiche: non è solo una cosa da adulti

Controllo del cellulare, violenza fisica e verbale: le relazioni sbagliate riguardano anche i più piccoli

di Enrico Molise

Si diceva che ne saremmo usciti migliori. Forse era una speranza, una timida intuizione, l’idea che condividendo tutti un momento così difficile le persone si sarebbero strette di più tra loro e che magari anche l’empatia avrebbe fatto il proprio dovere. Ed è vero che la pandemia non è ancora finita, ma quello che sta succedendo durante si presenta invece come l’amplificazione di certe dinamiche già poco felici. Accade anche parlando di violenza fisica e psicologica, nei rapporti amorosi, nelle relazioni interpersonali. “Disagio giovanile” non è solo una definizione per puntare il ragionamento su certe fasce d’età, che poi saranno gli adulti di domani, e a loro volta, probabilmente, anche genitori. È pure plasmare la riflessione su esigenze e reazioni differenti, in una fase così importante della crescita. E la pandemia, con le sue conseguenti limitazioni e restrizioni, non ha aiutato nemmeno in questo caso.

RELAZIONI TOSSICHE FRA GIOVANI
La violenza riguarda anche i più giovani, anche per le cosiddette relazioni tossiche. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza riferiscono che il 16% ha dovuto cancellare dei contatti dai profili social perché il proprio partner era geloso. La percentuale sale a +20 se si guarda invece a coloro che vengono monitorati dall’altro con il controllo dei contenuti del proprio smartphone, mentre il 7% è stato costretto a fornire la password d’accesso. Se tra gli adulti la violenza si consuma prevalentemente a danno delle donne, tra i giovani non ci sono grandi differenze tra i sessi. Gli ultimi numeri di “Adolescenza” guardano al 2019, con 1762 testimonianze raccolte in una fascia d’età compresa tra gli 11 e i 18 anni.
Dai 14 ai 18, uno su dieci ha detto di essere stato vittima, o di esserlo ancora, di schiaffi, pugni e spintoni dal proprio partner, mentre il 21% ha riferito di aggressioni verbali. Scendendo invece alla fascia 11-13 anni, le due percentuali si attestano sul 5 e sull’8,4%. 

61% VITTIMA DI BULLISMO E CYBERBULLISMO
Hanno tra i 13 e i 23 anni i giovani interpellati dall’Osservatorio Indifesa. I dati fanno riferimento al 2020 e ci dicono che il 68% ha assistito a episodi di bullismo e cyberbullismo, mentre il 61% ne è stato vittima. Altre due percentuali allarmanti coincidono invece con la dichiarazione di sofferenza per la violenza psicologica subita dai coetanei (42,23%) e con l’affermazione di provare molto spesso solitudine (48%), mentre 6 su 10 dicono di non essere al sicuro quando navigano in rete.

FEMMINICIDI E LOCKDOWN
Nel primo semestre dell’anno scorso, il numero dei femminicidi è cresciuto fino ad arrivare al 45% degli omicidi totali, cioè +10% rispetto al 2019. La salita coincide soprattutto con i due mesi del primo lockdown, quello durante il quale era possibile uscire di casa solo in pochissimi casi e lì si è arrivati al 50%. Così il 90% è stato commesso da familiari, con il 61% tra partner ed ex partner. La rete antiviolenza D.i.Re. ha segnalato che nei primi mesi vicini e coincidenti con l’inizio delle restrizioni le richieste di aiuto di chi era già in contatto con un’associazione sono saltate del 74%. Inoltre, sono schizzate pure le prime richieste dopo la fine del primo lockdown e anche quelle preventive sul principio dell’autunno, quando si prospettavano nuove restrizioni. 

DISCRIMINAZIONI DI GENERE
Le disuguaglianze e le discriminazioni di genere sono terreno fertile per la violenza. E ce n’è una, di disuguaglianza, che in questo periodo ha rafforzato la sua pressione: quella sul lavoro. Sono i dati dell’Istat a confermare questo andamento. In Italia, dal solo mese di dicembre, si sono aggiunti 101mila disoccupati in più a una lista già lunga e 99mila sono donne. 
Ma non si tratta di un evento sporadico, perché, guardando ai numeri del 2020, su 444mila posti persi, 312mila erano occupati proprio da donne, costituendo il 70% del totale. Tutto questo va confrontato anche con le percentuali relative all’istruzione. Il 56% dei 7,6 milioni di laureati è donna e, spostandosi invece nei percorsi post-laurea, si arriva al 59,3%. Nonostante questo, l’anno scorso l’occupazione femminile è scesa al 48,6%.          

 


NON SOLO GIOVANI

Non solo giovani, ma anche adulti. E questi numeri ricomprendono tutti. Quasi 15mila atti persecutori nel 2020: il 73% contro le donne. Per i maltrattamenti si sale a 20.131: l’81% contro le donne. Per le violenze sessuali ad aumentare è la percentuale: su 4.134 casi, il 93% è contro le donne. Sono due le costanti di queste dinamiche, vale a dire la progressione e le vittime. A cambiare sono stati anche gli strumenti per denunciare, che confermano l’elevata percentuale di violenze tra le mura domestiche. Nel 2020 ci sono stati 4.671 contatti al Telefono Rosa attraverso i loro social network. Per fare un confronto con il 2018, due anni prima i numeri si erano fermati a 3.829, ma a salire sono state pure le segnalazioni di violenza psicologica: 615 contro 572.

 


L’adolescenza arriva due anni prima

Anticipo della pubertà, delle mestruazioni, del primo bacio: la preadolescenza non esiste più. Parola del presidente dell’Osservatorio sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza

di Emanuele Tirelli

L’anticipazione dell’adolescenza è uno degli elementi chiave di questi ultimi dieci anni nel discorso sulle giovani generazioni. «Almeno di 2 anni - dice Giuseppe Mele, presidente della Società Italiana Medici Pediatri e di Paidòss, Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza -. Parliamo di cambiamenti fisici ed endocrinologici. Parliamo di un’altezza maggiore di due centimetri negli ultimi vent’anni. E riscontriamo un anticipo della pubertà e del menarca dai 12-13 ai 10-11 anni. Da uno studio del recente passato fatto da Paidòss è emerso che il primo bacio viene dato a 9».

Cosa comporta tutto questo?
«Aggiungiamo anche l’aumento degli stimoli e delle possibilità generate dallo sviluppo della tecnologia e arriviamo a ragionare sul fatto che a quell’età una persona non ha la maturità cerebrale per gestire al meglio certi rapporti. La sfera cerebrale delle relazioni matura in determinate tappe, che, se anticipate, anzi saltate, possono determinare l’alterazione di alcuni atteggiamenti. La pre-adolescenza di fatto non esiste più, perché quella del cosiddetto anticipo è un’età ancora bambina e questo comporta una instabilità emotiva, emozionale, sociale e di rapporti». 

Cosa manca?
«Più di cosa manca, diciamo di cosa si ha bisogno. I genitori devono avere un ruolo importante nella formazione e non devono interrompere la comunicazione anche se il figlio non vuole, anche se esprime chiaramente il desiderio di colloquiare solo con i propri coetanei. Anzi, quello è un momento critico durante il quale il genitore non deve mollare. Sappiamo bene che è dura, ma deve continuare pure in un confronto dialettico, perché la comunicazione è un motore fondamentale per la crescita. E poi c’è il ruolo della scuola».

In un anno è stata quasi sempre a distanza.
«Il rapporto con i docenti e con i pari età sta mancando di persona e la relazione fisica è determinante per la maturazione emozionale. In questo ultimo periodo, nei giovani stiamo assistendo a un aumento dei disturbi comportamentali nella sfera emotiva, alla perdita di sonno, a disturbi dell’apprendimento e della cognizione di sé. E tutto questo genera episodi aggressivi verso gli altri, ma anche verso se stessi. Però non dipingiamoli solo nelle dinamiche negative».

Per esempio?
«I giovani dimostrano spesso di avere atteggiamenti positivi e propositivi. Pensiamo a cosa hanno fatto per la difesa dell’ambiente, unendosi tra loro con un obiettivo comune, per il bene di tutta la società».        

 


Mancanza di attenzione e di modelli educativi?

Il rischio è che le dinamiche violente si radichino e accompagnino i giovani nel resto della vita. Ma se ne può uscire

di Enrico Molise

E' un problema di attenzione, di gestione delle emozioni e di carenza delle regole. Sono questi i tre elementi principali che determinano la violenza nelle relazioni tra i giovani. «E il rischio è che questi modelli comportamentali si radichino e li accompagnino anche da adulti», dice Myriam Santulli, psicoterapeuta, ctu e perito al Tribunale di Roma, ma anche docente di Psicologia dello sviluppo all’Università di Roma Torvergata. 

Dipende dai contesti socio-culturali?
«Sì, ma non solo. Queste dinamiche possono nascere in dimensioni che sono già aggressive e quindi l’adolescente cresce in quella normalità. O può trattarsi, e accade spesso, di contesti socio-culturali alti, dove i genitori sono fisicamente assenti e cercano di compensare con l’acquisto di oggetti. Il problema della gestione degli impulsi consiste in una rabbia che certi ragazzi non riescono a gestire nel modo giusto, perché non hanno le risorse per farlo e perché nessuno gli ha insegnato come si fa».

Cosa c’è dietro la rabbia?
«Sofferenza, tristezza, insicurezza e fragilità. Chi non riesce a parlarne e a condividerle le trasforma in rabbia. Anche se è un comportamento disfunzionale, un ruolo violento riattiva le energie e dà l’illusione di essere forti, di avere il controllo di sé».

La violenza è più fisica o psicologica?
«È legata di più all’uso di Internet, quindi più psicologica. Quella fisica esiste, ma è proporzionalmente di meno. Iniziare delle relazioni, e svilupparle soprattutto dietro lo schermo di uno smartphone, esclude quei comportamenti che prima erano gli unici possibili e che insegnavano a confrontarsi anche con sé stessi: incontrarsi, vedersi, trovare il coraggio di un approccio e di iniziare una storia, parlarsi quasi solo di persona, perché il telefono veniva usato molto meno. E spesso capita che le dinamiche attuate dietro uno schermo vengano poi riproposte di persona, come a perdere la differenza».

Sono più i ragazzi o le ragazze?
«Nelle relazioni di coppia, la violenza è quasi esclusivamente al maschile».

Però la violenza tra ragazze è sempre più presente.
«Sì, e le dinamiche sono identiche a quelle che riguardano i ragazzi. Quando poi una ragazza che potremmo definire “bulla” cerca un partner maschile, nella quasi totalità dei casi lo fa scegliendo tra chi è più forte di lei. Anche loro hanno bisogno di protezione e di affetto e li cercano in chi vedono forti. I ragazzi invece si comportano diversamente, perché si riscontra quel senso di predominio dell’uomo sulla donna ancora insito nella nostra società».

Quali sono gli strumenti necessari?
«Attenzione, educare al rispetto dell’altro e sviluppare l’empatia fin da piccoli, anche in età da scuola materna. E, per chi ha già radicati in sé certi modelli, ci vuole un percorso di sostegno che interrompa la replicazione delle stesse dinamiche».                        

 


Se il sesso è senza relazione

La violenza nelle relazioni sessuali si accompagna quasi sempre ai disturbi della personalità

di Enrico Molise

Parlando di sessualità, c’è da fare una distinzione tra i rapporti violenti e la violenza nei rapporti. Nel secondo caso, infatti, possono esserci dinamiche di consenso, sicurezza e di rispetto del contesto. «Anche in queste circostanze, però, occorre fare delle separazioni -, dice la sessuologa Marinela Iasevoli -. Ma credo sia necessario ricordare che solo negli ultimi anni vengono studiati e analizzati i rapporti tra gli adolescenti, prima considerati poco importanti. Invece si tratta del primo passo per sperimentarsi: fanno parte della costruzione della propria identità al di fuori della famiglia. E, naturalmente, la violenza non riguarda solo gli adulti, ma può abbracciare tutte le fasce d’età».

Parliamo di fisica e psicologica.
«Esatto. Ultimamente si fa sempre riferimento alla Intimate Partner Violence, quella perpetrata all’interno della coppia, che causa un danno fisico, psicologico o sessuale. Un altro riferimento è invece la Teen Dating Violence, che riguarda quella agìta e subìta tra gli adolescenti. Oggi, inoltre, la violenza è ancora più trasversale, perché con l’utilizzo massiccio dei social può includere anche divieti e restrizioni; oppure ci sono il revenge porn e la pubblicazione di contenuti che possono dare fastidio all’altro. Un altro fenomeno ancora, è quello dello “Stealthing”, che consiste nel togliere il preservativo durante un rapporto e senza il consenso del partner».

E per le pratiche violente?
«Possono essere in una cornice consensuale e sicura, rispettosa. E, al di fuori del contesto sessuale, le medesime persone possono essere capaci di sviluppare delle relazioni sane. Altrimenti, c’è chi lo fa con queste forme di protezione, ma sente un disagio profondo, perché non riesce a integrare i propri comportamenti sessuali con la restante parte delle relazioni. In tutte le altre circostanze, quindi senza il consenso, queste dinamiche sono spesso associate a disturbi della personalità. L’abusante esercita la propria forza per cercare di sopperire all’insicurezza. L’abusato ha paura, a volte pensa anche di meritarlo, altre volte non si rende conto della gravità di ciò che sta subendo. Se invece entriamo nel panorama della parafilie, chi soffre di sadismo sessuale si eccita nel perpetrare dei danni a un’altra persona non consenziente».

Cos’è la dipendenza affettiva?
«L’equivalente di una dipendenza da sostanze. Consiste in un bisogno intenso e irrefrenabile. Oscura tutto, la relazione diventa una continua ricerca sofferta dell’altro e può sfociare nella violenza. Nella dipendenza possono esserci anche entrambe le parti della coppia. Più in generale, e non solo per la dipendenza affettiva, la violenza riguarda prevalentemente gli uomini, perché maschi e femmine hanno modalità diverse di reazione alle emozioni». 

Oggi ci sono più casi anche perché se ne parla di più?
«Per fortuna alcune dinamiche stanno cambiando, così come la consapevolezza di cosa è giusto e di cosa è sbagliato. Ed è anche per questo motivo che negli anni abbiamo assistito a una crescita dei numeri. C’è un lavoro importante di informazione e di costruzione delle reti di sostegno per le vittime. Però si tratta anche di un cambio di mentalità: prima, in certe dinamiche, era abbastanza accettato che l’uomo potesse disporre a piacimento della propria consorte. Purtroppo, però, permane ancora un certo scetticismo nei confronti della vittima, per esempio in base a come era vestita, al luogo, all’orario, al fatto che fosse rimasta in quella relazione. Ma la vittima non è mai colpevole».   


 


Mettersi a nudo… in TV

Naked Attraction Italia: un “esperimento sociale” a puntate è l’ultimo arrivato tra i dating show. Ma oltre l’esibizionismo cosa c’è?  

di Alessandra De Tommasi

Cecilia ha 24 anni, lavora in un ristorante gourmet di Genova ed è single da 12 mesi, dopo una rottura burrascosa. Vive con un gattino, l’unico esemplare di essere maschile di cui si fidi. È sua la storia che segna l’arrivo nel Belpaese di Naked Attraction Italia (in onda su Discovery+), l’ultima frontiera del dating show, ossia il “gioco” televisivo che mette in palio un appuntamento con il concorrente. A patto, però, che i sei pretendenti si spoglino completamente nudi. Lo chiamano “esperimento sociale” e vuole dimostrare che, senza vestiti fin da subito, sia tutto più facile e diretto. Regna sovrana l’attrazione, mentre il resto passa in secondo piano. 

“Test” senza veli
Nella versione-madre inglese colui o colei che fa la scelta sottopone ai partner potenziali varie prove, non solo canto, ballo o disegno: controlla con un cotton fioc la lanugine nell’ombelico, odora il fiato o annusa le ascelle di chi si trova al naturale in una cabina colorata sotto i riflettori.
Secondo le premesse della trasmissione, tutto ciò aiuta a riportare l’accoppiamento ad una situazione primordiale, istintiva. Nessuno, ammirando i corpi nudi davanti a sé, ammette mai di voler solo una notte di sesso e leggerezza e tutti insistono che la partecipazione sia mirata alla scoperta dell’anima gemella. 
Di tutte le età e di ogni possibile orientamento sessuale, i partecipanti sono anche genitori e a volte nonni, raccontano le proprie abitudini tra le lenzuola e gli episodi più intimi e imbarazzanti delle proprie relazioni. 
Nella maggior parte dei casi sono di bassa estrazione sociale e con scarse prospettive professionali, mentre tutti gli altri sono in attesa del “grande salto” di carriera come attori o modelli.

Fotografia dell’affettività 
Sbirciando tra un centinaio di storie raccontate in TV, sia quella inglese (capostipite del format) che italiana, quelle che hanno trovato una sorta di lieto fine, almeno nel breve periodo, si contano sulle dita di una mano. I pochi che davvero cercavano qualcosa di serio si sono trovati ancora una volta da soli al bar a sorseggiare un cocktail, perché l’impegno, si sa, fa paura. Quando dall’equazione di una relazione si estromette l’affettività si riduce tutto a questo, un “gioco”, un fast food d’incontri mordi e fuggi che non hanno voglia e tempo di farsi domande, di viversi nella quotidianità, di fare un viaggio in macchina di due ore per incontrare l’altro. Almeno stando a quanto raccontano al microfono, perché il resto allo spettatore non è certo dato sapere. 
Ad incappare in questo desiderio di strapparsi di dosso non solo i vestiti, ma anche le inibizioni, il bagaglio emotivo e culturale, restano soprattutto i ragazzi e i giovani. Vogliono sperimentare, provare, capire… e pensano che il motto della moda “less is more” valga anche per i sentimenti. 
Un passo indietro nel tempo
Non è certo una prerogativa dei nativi digitali, sia chiaro: già negli Anni Ottanta c’era “M’ama non m’ama”, il primo dating show tricolore che metteva in palio un incontro a suon di sfide. Poi è arrivato “Il gioco delle coppie”, dove ci si sceglieva senza vedersi, ma basandosi solo sulle risposte dei pretendenti e sul tono di voce. Il pubblico però si abitua a tutto e piuttosto facilmente, quindi l’asticella del mercato amoroso del piccolo schermo pone sfide sempre più ardite, da un matrimonio tra sconosciuti e vari tipi di incontri, tutti rigorosamente in tenuta adamitica. Nel format americano “Nudi a prima vista” al primo appuntamento ci si presenta senza veli e in “Nudi e crudi” la sopravvivenza in luoghi impervi avviene privi di ogni vestito. In “Nuda proprietà” si va in giro a cercare l’appartamento perfetto al naturale e in “Undressed” due single spendono mezz’ora a letto insieme per conoscersi come Madre Natura li ha fatti. 

Le varianti della nudità
Le varianti dello stesso concetto sono davvero moltissime, soprattutto nella declinazione televisiva, e continuano a mettere in luce da un lato il desiderio sempre più struggente di un rapporto (spesso dovuto alla solitudine e all’individualismo) e dall’altro la volontà di sfuggire a qualsiasi senso di progettualità, legame e impegno. Le app d’incontri sono popolate da utenti che reclamano un’immediata intimità fisica senza offrirne alcuna di carattere emotivo. Il “mettersi in gioco” senza veli sembra spudorato, sfacciato e coraggioso nell’approccio verso un partner potenziale, ma il vero rischio è di usarlo come alibi per sfuggire ai sentimenti.

Inno alla body positivity
L’unico risultato, condiviso dalla totalità dei concorrenti, riguarda la consapevolezza di sé e del proprio corpo. Sia quelli scelti che quelli “scartati” dicono di aver acquisito maggior autostima dopo aver deciso di mostrarsi con le proprie imperfezioni o anche in condizioni di salute invalidanti a vario livello. Di qualunque stazza, peso o dimensione, i pretendenti si sono sentiti accettati, compresi e – paradossalmente – non giudicati. “Naked Attraction”, va riconosciuto, promuove un linguaggio inclusivo e rispettoso verso tutti i partecipanti, esaltandone le caratteristiche. Conferma che i gusti sono personalissimi e non esistono standard di perfezione assoluti, perché, in quanto creature umane, siamo tutte dotate di attributi e particolarità irripetibili. La società impone modelli irraggiungibili, che spesso porta a feroci atti di bullismo con conseguenze gravi per l’equilibrio fisico ed emotivo, ma questo dating show almeno si affranca da pregiudizi e retorica. E anche se alla fine i partecipanti non hanno affatto trovato qualcun altro a cui voler bene, perché di fatto le premesse si sono dimostrate scricchiolanti e poco realistiche, almeno hanno imparato a voler bene a se stessi e già questa è una conquista.

AAA Relazione Cercasi (?)
“Naked Attraction Italia”, con tutta una serie di programmi dai presupposti simili, contribuisce a creare la pia illusione che compilando una lista di preferenze fisiche e puntando tutto sull’attrazione immediata, si riesca a trovare la formula perfetta per l’anima gemella. Questa semplificazione avalla l’ipotesi che in fondo per star bene insieme basta piacersi, far scoccare una scintilla e ridurre le chiacchiere al minimo. Meno esperienza si ha della vita e più facilmente si è propensi a credere che se qualcuno è attratto dalla forma del tuo polpaccio o dalla grandezza dell’alluce allora possa realmente instaurarsi una connessione emotiva. Sarebbe tutto più facile? Forse… ma decisamente meno umano.                               


ANATOMIA DI NAKED ATTRACTION
“Naked Attraction Italia”, condotto da Nina Palmieri (de Le Iene), è l’ultima declinazione del cosiddetto esperimento sociale lanciato sette edizioni fa nel Regno Unito. Il dating show racconta in ogni puntata due concorrenti alle prese con sei pretendenti nudi e il “vincitore” conquista un appuntamento. Etero, membri della comunità LGBT+ e persone non binarie partecipano al dating show per trovare l’amore senza ricorrere a sovrastrutture sociali (come il look). Secondo la premessa del programma, presentarsi in tenuta adamitica ed essere scelti sulla base dell’attrazione semplifica i rapporti umani.

 


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