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Simon Baker, non faccio l’eroe

Le madrine di due dei suoi figli sono Nicole Kidman e Naomi Watts. è stato diretto, ha prodotto e girato film. E’ fuggito dalle commedie romantiche e a 40 anni è finito sulla Walk of Fame

Mar 30 Mar 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Simon Baker sorride con riserva. Il suo umore dipende principalmente dal tipo di domande che riceve e di solito ne tollera pochissime e tutte strettamente legate ai progetti professionali. Per fortuna, però, dopo un po’ di riscaldamento e tanta cautela, ad un certo punto concede qualcosina, una brevissima sbirciata sull’uomo che si cela dietro la maschera dei suoi personaggi.

Le avvertenze del caso sono moltissime, ma questo guardingo 51enne in parte si avvale delle doti da “profiler” che l’hanno reso famoso nella serie “The Mentalist”. Quando ti guarda hai la netta impressione che sia capace di leggerti dentro, di capire le tue intenzioni e di anticipare ogni mossa. Un ottimo stratega, insomma, che sarebbe anche un politico eccellente.

Lei ha conquistato la Walk of Fame a poco più di 40 anni, un bel traguardo, vero?
«Quando mi hanno chiamato per comunicarmelo, il primo pensiero è stato: “Non me lo merito”. Ero in imbarazzo. Poi me lo sono fatto scivolare addosso e mi sono goduto quella giornata con i miei figli e i colleghi di un tempo».

Sembra sempre disinvolto nella sua pelle, tranne quando ha a che fare con la stampa. Le fa effetto il tempo che passa?
«Mi piace giocare con le aspettative e so che in questo ambiente l’aspetto ha un suo peso, ma ho sempre cercato di non cadere in trappola e di non fare affidamento sulla mia immagine, oltre a rifiutarmi di essere definito per le mie faccende private. La bellezza ha una data di scadenza e per ottenere la longevità in questo mestiere bisogna puntare ad altro».

Com’è cambiato con i 50 anni?
«Prima mi prendevo molto seriamente, nella vita e sul lavoro, mentre ora, pur restando molto diligente nella professione, cerco di non sottopormi a troppa pressione. Tendo a rilassarmi di più».

Dopo “Il diavolo veste Prada” avrebbe potuto diventare il re delle commedie romantiche e invece si è defilato. Come mai?
«Detesto le etichette e a Hollywood tendono ad affidarti ruoli simili a quelli in cui ti hanno già visto, ma io non ci stavo. Anche se ho amato quella parte, non avevo alcun interesse a prestare il volto alla parodia del latin lover sicuro di sé. Voglio che un personaggio sia umano e mi sorprenda».

E “High Ground” in cosa l’ha sorpresa?
«È un film che parla al cuore e mi ha permesso di partecipare al più grande festival indigeno al mondo e capire moltissimo quanto il rapporto delle razze diverse sia cruciale per l’identità dell’Australia, oltre a farmi interrogare sulla sovranità dei territori e sulla rappresentazione politica. Ritengo questo film uno dei più grandi privilegi della mia carriera, che mi ha aperto un mondo su una civiltà che ha radici antichissime, una cultura eccezionale».

Sembra allergico alla fama, ha mai incontrato fan troppo invadenti?
«Per fortuna non mi è mai capitato uno stalker. Il pubblico però mi tratta con gentilezza, mi manda regali come quadri, oppure mi scrive e mi chiede foto o autografo».

Come vive il successo?
«Seguo la filosofia del trattare gli altri come si vuole essere trattati, mi sembra la scelta più sana e io spero di essere considerata una persona buona».

Qual è l’habitat che la rende felice?
«La natura in generale e l’oceano in particolare, verso il quale ho sempre avuto una fascinazione – oltre ad una sana paura per l’immensità delle onde – a cui ho dedicato volentieri il mio debutto come regista al cinema in “Breath” (ha già diretto episodi di “The Guardian” e “The Mentalist” - ndr).

Poteva benissimo cullarsi sugli allori della recitazione invece di cimentarsi in un campo nuovo, perché l’ha fatto?
«Quello che non ti uccide ti fortifica e a me piace mettermi alla prova, sperimentare, buttarmi in avventure nuove, come cimentarmi con un mestiere artigianale come la regia. Dietro la macchina da presa ti metti al servizio di un progetto che va al di là di te e delle tue possibilità, allora ti metti al servizio degli altri, ma servono flessibilità e preparazione. Quindi non vedo l’ora di mettermi alla prova di nuovo…».

Naomi Watts e Nicole Kidman, australiane come lei, hanno fatto da madrine a due dei suoi figli. C’è davvero un legame così forte a Hollywood tra gli artisti con le stesse origini?
«Mi rendo conto che nell’immaginario collettivo si crede che tutti gli attori australiani s’incontrino quotidianamente per fare le grigliate, ma non è proprio così…».                        



 

Ex campione di surf

Simon Baker, classe ’69, è un attore e produttore – e con “Breath”, presentato al Festival di Zurigo, ora anche regista – di origine australiana e con cittadinanza anche americana. Il grande pubblico lo ha conosciuto in TV grazie alla serie “The Mentalist”, che ha raccolto numerosi riconoscimenti in prestigiose manifestazioni internazionali, incluso il Festival della TV di Monte-Carlo. Ex campione di pallanuoto e surf, è nato in Tasmania da un’insegnante e un meccanico. Quando ha deciso di votarsi alla recitazione si è trasferito negli Stati Uniti, collezionando ruoli in pellicole cult da “L.A. Confidential” e “La terra dei morti viventi”. Il cameo pop ne “Il diavolo veste Prada” lo ha trasformato in amatissimo rubacuori. Alla Berlinale ha presentato “High Ground”, un western sullo sterminio degli aborigeni. Ha appena finito le riprese del film drammatico “Blaze”. 
 

 


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