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Betty Tantucci “Sono stata in Paradiso”

In rianimazione a causa della Sindrome Emolitico Uremica, incontra il padre scomparso sei anni prima

Mer 28 Apr 2021 | di Marzia Pomponio | Interviste Esclusive
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“Avete mai pensato cosa succederebbe se tutta la vostra vita cambiasse di punto in bianco, così… in un istante?”. A chiederselo è Betty Tantucci, 52 anni, di Urbisaglia (Macerata), mamma di due ragazzi di 26 e 18 anni, nel libro autobiografico “So che ci sei”, Poderosa Edizioni, in cui racconta i tre mesi trascorsi nella terapia intensiva dell’ospedale di Macerata e l’esperienza vissuta, che solo in seguito, attraverso ricerche, scopre che la scienza identifica come NDE (Near Death Experience, letteralmente “esperienza di pre-morte”, o OBE, acronimo di Out of body Experiences, esperienza extra corporea). 
È il 2017 quando una sera  è colta da un malore e tutto all’improvviso sembra sfuggire al suo controllo: attaccata a tubi, sacche di sangue, casco per la respirazione. Betty avverte di avere lasciato il suo corpo, si osserva dall’alto mentre i medici si affannano per farla tornare in vita. «Mi sentivo risucchiata in alto, alleggerita, come se non ci fosse gravità e quella forza mi attraeva, spingendomi verso una luce calda. Tutto era carico di amore e accoglienza». In un rigoglioso giardino incontra suo padre, scomparso sei anni prima. Si abbracciano, sente il suo calore, il profumo, il senso di protezione. «Devi andare, non è la tua ora. Ti aiuterò a trovare compassione e perdono», le dice. Betty fa resistenza. «Gli spiegavo: “Qui non mi fa male più niente, non mi mandare di là. Lì sto male, sto attaccata a dei fili, ho forti dolori”». La sua malattia, molto rara, ha un nome: SEU atipica (Sindrome Emolitico Uremica). Betty ce l’ha fatta, ma ha dovuto affrontare un lungo percorso di riabilitazione per imparare di nuovo a camminare, a parlare, a  scrivere, a memorizzare. 

Ha atteso tre anni per scrivere il libro sulla sua esperienza. Il momento adatto lo ha trovato durante il lockdown. Perché?
«Anzitutto dovevo riprendermi dalla malattia: ci sono voluti quasi due anni. Sentivo la necessità di parlare dell’esperienza che ho vissuto. Mettere tutto su carta mi ha aiutata a stare meglio, perché non è stato facile accettare questa malattia, che dall’oggi al domani mi ha stravolto la vita. Con la pandemia ci siamo trovati tutti a vivere tempi di profondi sconvolgimenti e isolamento, e ho pensato che la mia storia potesse dare speranza ad altri. Mi sono detta: “Ok, se sarò creduta o no non importa, questo è quello che io ho vissuto”». 

Lei, infatti, ha incontrato scetticismo. 
«Molto. Poi però durante il lockdown mi sono informata, ho letto di tante altre esperienze che riportavano le stesse situazioni e sensazioni che ho vissuto io, quindi ho pensato: “Allora non sono l’unica”. Ho trovato anche riscontri da parte dei medici. Io riferivo quello che avevo visto fare su di me e loro rispondevano: “Sì, ma eri sotto anestesia, come fai a saperlo?”».   

Si è posta tante domande: perché mi è accaduto questo, chi ha deciso che dovevo andare in quel luogo, chi che dovevo tornare, e conclude affermando che probabilmente doveva portare a compimento una missione, perché quello che ha capito di questa esperienza è che la vita è una missione per ognuno. 
«Sì. Quando sei lì non ci sono parole, ma sensazioni. A parte che mio padre mi aveva detto chiaramente “Non è il tuo momento”, poi lo avverti che non è ora, che devi tornare. Ognuno può vivere un’esperienza del genere in modi diversi, secondo il proprio credo, io da cattolica l’ho percepito come il Paradiso, ma può essere considerato come un altro luogo, in cui si starà meglio e si andrà una volta morti. In ogni caso, tutti noi qui abbiamo una missione: finché non l’abbiamo portata a termine non abbiamo finito il nostro tempo di vita. Di questo sono certa. A chi mi chiede aiuto rispondo di essere più umani, perché qualcosa di là c’è».

Quanto conta il supporto esterno per superare certi momenti difficili? 
«Molto. Sono grata al personale della Terapia Intensiva dell’ospedale di Macerata per la professionalità e l’umanità, ai miei familiari che mi sono stati molto vicini e alle persone che hanno pregato per me».                                             

 


LA SEU: COSA È?
La prefazione del libro di Betty Tantucci, “So che ci sei”, Poderosa Edizioni, è scritta dal Dott. Daniele Elisei, medico anestesista e rianimatore dell’ospedale di Macerata. La Sindrome Emolitico Uremica (SEU) è una malattia rara caratterizzata dalla rottura dei globuli rossi (anemia emolitica), basso numero di piastrine (trombocitopenia) e insufficienza renale acuta. Solo pochi anni fa la prognosi della malattia aveva una mortalità che poteva arrivare fino al 10-15%, con un’alta probabilità di insufficienza renale terminale e necessità di dialisi. Oggi la percentuale di pazienti che necessitano di dialisi si è notevolmente ridotta, grazie a nuove terapie molto costose (tra 250.000 e 400.000 euro all’anno per paziente), in Italia interamente coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.

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