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Chanel e la liberazione delle donne

La biografia di una donna che attraverso la moda ha lanciato un messaggio di emancipazione

Mer 28 Apr 2021 | di Chiara Luce | Interviste Esclusive
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L’abbiamo indossata in tante. Abbiamo indossato i suoi abiti, il suo profumo, il suo stile, le sue idee. E la sua resilienza, ma anche la sua libertà e il suo desiderio di renderci libere. Nonostante siano trascorsi 50 anni dalla sua morte, Coco Chanel continua a far parlare di sé, perché le molte parole spese, i film e le biografie, non sono sufficienti a sciogliere il mistero che la avvolge, che è il mistero di ogni vita. Ultima nella lista di biografie a lei dedicata quella della giornalista Roberta Damiata “Coco Chanel”.  
 
Perché scrivere di lei?
«Per due motivi. Prima di tutto perché ho sempre nutrito un grande amore per questa artista, che poi ho imparato a conoscere sotto il punto di vista di donna. La conoscevo per i suoi capi, i sui accessori, per quella rivoluzione da lei messa in atto nel campo lavorativo. E poi perché quest’anno ricorrono i 50 anni dalla sua scomparsa. L’unione di queste cose mi ha fatto accettare la proposta di scrivere qualcosa su di lei».
 
Come hai voluto strutturare il tuo lavoro? 
«Ammetto di non essere una grande amante delle biografie, perché le trovo noiose. Per questo ho deciso di dare un’anima diversa a questo libro, facendo emergere la donna che ha influenzato la stilista. Per far questo mi sono letta tutte le biografie e poi ho recuperato tutti i libri dei grandi mecenati e poeti che lei aveva incontrato nel corso della vita per vedere come loro la vedevano. Partendo da questo, sono andata poi a riprendere le testimonianze della sua famiglia, dei suoi nonni, perché penso che l’impronta di una persona è determinata da tutto ciò che ti capita. E la sua vita è stata determinante nelle scelte successive, anche stilistiche. Basti pensare che nacque in un ospizio di poveri, che era figlia di un ambulante, che crebbe in un orfanotrofio gestito da suore». 
 
La si può considerare una delle prime influencer?
«Lei era una rivoluzionaria. O meglio, era una visionaria e con le sue visioni ha rivoluzionato il percorso della sua vita. Era un’abile commerciante e aveva capito che per vendere gli abiti doveva mostrarli, quindi creava abiti che indossava prima di tutto lei. E per il profumo ebbe un’altra idea rivoluzionaria: studiò un tipo di prodotto che rimanesse più a lungo sulla pelle e quando decise di pubblicizzarlo, non lo mise in vetrina. Ma lo regalava a tutte le clienti facoltose, dicendo “lo regalo solo a te”. Riceverlo in dono significava che tu nella vita contavi. Questo era il suo spirito: far diventare oggetti di desiderio le cose da lei prodotte… come le influencer di oggi. Chanel sapeva come creare dei desideri». 
 
Nello stesso tempo aveva il desiderio di liberare le donne. 
«Parliamo ovviamente delle donne facoltose la cui vita dipendeva dagli uomini di cui erano proprietà. La loro vita dipendeva dagli uomini che sposavano e frequentavano. L’idea dell’emancipazione, quindi, era impossibile da praticare e tutta la vita della donna era incentrata sul piacere all’uomo. Questo a cosa le portava? A ‘seviziare’ il loro corpo, cioè a costringerlo in quei cliché che piacevano agli uomini: capelli lunghi, corsetti talmente stretti da farle svenire, gonne lunghissime dalle stoffe pesanti…. Ma Chanel non sopportava tutto questo. Lei era cresciuta in un orfanotrofio e sentiva forte il peso della ‘dipendenza’, perché negli orfanotrofi chi pagava veniva trattato meglio. Per questo ha provato, tramite il suo esempio e il suo stile, a liberare il corpo delle donne. Si devono a lei le forme degli abiti più rivoluzionari: gonne più corte, corsetti meno stretti, ma anche tessuti più morbidi e avvolgenti, che abbracciassero, non soffocassero o umiliassero il corpo femminile. Anche la famosa borsa Chanel con la catenella è nata per liberare le mani delle donne. Ed è sua l’idea della bigiotteria. I gioielli se li potevano permettere solo le ricche signore. Lei inventa degli oggetti per tutti per adornare il corpo». 
 
Che cosa era per lei il denaro?
«Il denaro per lei rappresentava la libertà da una vita di stenti avuta da piccola. Il denaro per lei era il mezzo per poter evolvere».
 
C’è una Coco Chanel in questo momento?
«Io credo che un visionario come lei sia Alessandro Michele, Direttore creativo di Gucci, di cui vorrei tanto scrivere una biografia… è sicuramente l’opposto di Chanel in quanto a creazione, ma è un visionario come lei».
 
La liberazione delle donne è stata raggiunta o ci vorrebbe ancora una Chanel?
«Non è stata raggiunta. Se esiste una festa delle donne e non degli uomini questo fa capire che il traguardo è ancora lontano. Ci sarebbe bisogno di più donne come lei. Penso anche che le donne in generale, anche se non ambiscono a diventare una Coco Chanel, comunque possono fare la differenza nel loro piccolo: diventando rivoluzionarie sul posto di lavoro, a casa, ovunque. La cosa che va combattuta è il fatto di dire ‘tanto le cose vanno così’. Nel nostro piccolo dobbiamo lottare tutti i giorni per i nostri diritti, far sentire la nostra voce, imparare a fare squadra. Gli uomini lo sanno fare non solo quando giocano a calcetto. Loro hanno istinto da protezione da branco. Noi no».                                                                    

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