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La prima volta di Halle Berry

Halle Berry firma la sua prima regia con “Bruised”, film in arrivo su Netflix. A noi di Acqua&Sapone racconta quello che nessuno ha mai detto sugli Oscar e il suo metodo infallibile per ritrovare la via quando si smarrisce

Mer 28 Apr 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 11

Si avvolge in un candido maglione di cashmire extralarge come fosse una coperta di Linus. È così che Halle Berry, circondata in un abbraccio di cuscini color crema, si collega via Zoom dal divano di casa al Festival di Toronto per raccontare la sua “nuova vita”. L’attrice ha momentaneamente cambiato pelle per darsi alla regia, esordendo con una storia toccante e profonda, “Bruised”, presto in arrivo su Netflix. Nell’incontro ripercorre la carriera, inclusi i pregiudizi, la maternità e il segreto della sua armonia ritrovata. Basta guardarla per capire che sembra aver trovato una pace interiore difficile da scalfire, anche se ha un piccolo grande rimpianto legato al Premio Oscar…
 
Partiamo proprio dall’ambita statuetta. Lei è stata la prima donna di colore a vincerla come miglior attrice protagonista. Di cosa si rammarica esattamente?
«Del fatto che per vent’anni ad ogni edizione aspettavo che un’altra collega di colore sarebbe salita su quel palco e invece finora in quella categoria non è successo (al momento di andare in stampa, l’edizione 2021 degli Academy Award non ha ancora avuto luogo - ndr)».
 
Altre dodici attrici sono state candidate, ma senza successo. Lei, invece, cosa ricorda di quella notte?
«Per me è stata una di quelle esperienze in cui ti senti davvero fuori dal tuo corpo e guardi tutto dall’esterno. Ero convinta di non vincere perché all’epoca, se non ti aggiudicavi prima il Golden Globe, non avevi chance con gli Oscar e invece è successo. Quindi a me bastava l’orgoglio di esserci, invece hanno chiamato il mio nome e mi sono ritrovata incredula e senza un discorso pronto».
 
Ma se l’è cavata alla grande. Quello che ha detto è rimasto negli annali…
«Forse perché mi è venuto dal cuore e la gente lo ha capito. Ancora oggi mi dice che l’ha ispirata a fare del proprio meglio e ad aver fiducia nelle proprie capacità. Per me comunque la soddisfazione maggiore veniva alla sola idea che avrei aperto la porta ad altre donne di colore che sarebbero arrivate dopo di me. Molte lo hanno meritato, ma non l’hanno vinto. Certo non mi aspettavo che per due decenni sarei rimasta l’unica».
 
A lei, invece, quali porte ha aperto quel riconoscimento?
«I premi sono buffi, sai? Ti portano visibilità, credibilità e anche un certo potere di negoziazione nelle trattative per il cachet, ma anche qualcos’altro».
 
Si spieghi meglio.
«Le aspettative nei tuoi confronti lievitano al punto di diventare impossibili da eguagliare: tutti si aspettano da te che ogni progetto vinca qualcosa e si assesti su quel livello. Invece, quando tu accetti una parte non hai alcun controllo su come andrà nella stagione dei premi, perché entrano in ballo molte variabili e non conta solo fare del tuo meglio». 
 
Il periodo successivo alla vittoria è stato duro?
«L’Oscar mi ha cambiata, ma ho cercato con tutte le forze di fare in modo che non mi definisse. Ho continuato a prendermi rischi e a cogliere occasioni, anche quando mi dicevano che un ruolo mi avrebbe affossato la carriera. E invece no, volevo essere coraggiosa, buttarmi, smetterla di avere paura, insomma giocarmela alle mie condizioni».
 
C’è riuscita?
«L’Oscar toglie la libertà per certi versi, perché sei soggetta al giudizio altrui, ma io ho cercato di restare fedele a me stessa, senza adagiarmi sugli allori o scegliere ruoli facili. Sono ancora affamata di storie di spessore e sapevo che con quella statuetta in mano la situazione si sarebbe complicata, ma ho continuato per la mia strada».
 
Difficile restare umili dopo un simile riconoscimento.
«Se ci sono riuscita è merito della meditazione, il mio metodo infallibile per restare centrata e ritrovare la via quando la smarrisco. Comunque, non c’è niente che ti riporti con i piedi per terra più della maternità. Sono i miei figli a rendermi la migliore versione di me stessa, perché mi osservano tutto il tempo».
 
Usa questo approccio zen anche nella regia?
«Un buon leader è quello benevolo, che sa delegare alle persone che assume, perché si fida delle loro competenze senza star loro con il fiato sul collo. Se apprezzi chi hai intorno, se valorizzi il tuo gruppo di lavoro e mostri gratitudine e gentilezza allora tutti si sentiranno ugualmente coinvolti in un progetto».
 
Ha preso la decisione di dirigere “Bruised” a cuor leggero?
«Vuoi scherzare? Ero terrorizzata a morte, ma quella è una paura salutare, da tenersi stretta, altrimenti vuol dire che non t’importa abbastanza». 
 
Ci teneva al punto di aver continuato anche con la gamba rotta.
«Beh, non potevo permettermi di fermarmi, ma la parte peggiore non è stata quella. L’unico aspetto poco edificante è stato quando al montaggio dovevo rivedere le scene in cui recitavo e io non guardo mai i miei film, a parte le due visioni obbligate ossia quella prima delle interviste e quella alla premiere. Poi basta, volto pagina».
 
Perché proprio questo progetto?
«Perché mi piacciono le storie di anime a pezzi e mi ci ritrovo, infatti, interpretandole, guarisco in una specie di catarsi. Da donna di colore so cosa vuol dire lottare per la sopravvivenza, per far sentire la propria voce e per chiedere l’amore di cui si ha bisogno».
 
Ha un debole per gli svantaggiati?
«Tutti tifiamo per l’anello debole perché lo siamo stati almeno una volta, ecco perché per tre anni ho messo anima e cuore in questo progetto. E non mi davo pace all’idea di non trovare il regista giusto. Una sera ho detto alla mia migliore amica: “Nessuno capisce cos’ho in testa per questo film”. E lei: “Allora dirigilo tu”. A me sembrava troppo arrogante pretendere di debuttare direttamente con un lungometraggio, per giunta prodotto e interpretato da me, ma ha insistito, mi ha detto che nessuno amava la storia come me. Tutti nella vita abbiamo bisogno di qualcuno che c’incoraggi, che creda nella nostra capacità di farcela. Nessuno dovrebbe lasciare nelle mani di altri il potere di distruggere i sogni o alterare il nostro destino, come a molti piace fare per il semplice gusto di riversare su di noi le loro frustrazioni».
 
Lei è stata anche la prima concorrente afroamericana al concorso di Miss America. Perché ha cambiato carriera passando da modella ad attrice?
«Sentivo l’esigenza di far ascoltare la mia voce, quindi inizialmente volevo fare l’inviata, la giornalista, per girare il mondo, raccontando le notizie. La recitazione, invece, è  perché ci ha messo lo zampino il destino e c’è stato un professionista come Spike Lee che mi ha permesso di dimostrare che non ero solo un bel faccino, quando in “Jungle Fever” mi ha dato il ruolo della tossica. Perché la droga non discrimina in base all’aspetto, si abbatte su tutti».
 
Qual è la lezione più saggia che ha imparato in questo mestiere?
«Lascia che ti guidi la tua forza e non la paura: hai il diritto di dire no e anche di non accettare un rifiuto, di non mollare, di credere in un progetto al punto da annientare ogni ostacolo. Vent’anni fa accettavo qualsiasi particina pur di lavorare, ora vedo tante possibilità e non scendo più a nessun compromesso: quello mio è l’unico giudizio di cui m’importi davvero».                                                                                   

 


MI RIPRENDO LA VOCE
Halle Maria Berry, classe ’66, ha iniziato la carriera come modella per proseguire come attrice, produttrice e ora anche regista. Ha debuttato al Toronto International Film Festival con il film “Bruised”, che la vede per la prima volta dietro la macchina da presa: il film sarà presto disponibile su Netflix. L’artista Premio Oscar per il film “Monster’s Ball – L’ombra della vita”, tre matrimoni alle spalle e due figli (Nahla e Maceo), si sente ad una svolta significativa. Ha inanellato ruoli indie e blockbuster, come la saga degli “X-Men” in cui ha interpretato Tempesta. Il primo a credere in lei sul grande schermo è stato Spike Lee, che l’ha ingaggiata in “Jungle Fever”. Da allora ha incarnato donne molto diverse tra loro, con particolare predilezione per le eroine action, come dimostrano anche “Kingsman – Il cerchio d’oro” e “John Wick 3”. E, innanzitutto, il ruolo da Bond girl in “La morte può attendere”. Attivista per molte cause, ha sempre ispirato le giovani generazioni a far sentire la propria voce.

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