acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Io, ex ragazza HIkikomori

A tu per tu con una giovane ragazza che per due anni si è isolata dal mondo, chiusa nella sua stanza. E che, con il lockdown, è tornata a provare quel desiderio di solitudine

Mer 28 Apr 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 10

La sua voce mi fa pensare alla primavera. Al sole fuori dalla stanza. Alle gocce di rugiada. Ride allegra mentre parliamo al telefono, nonostante quell’ombra che l’ha accompagnata per qualche anno e che anche oggi a volte si espande intorno a lei, rendendole il mondo fuori difficile da vivere, da sopportare, con tutte le sue ipocrisie, il suo non detto e quelle paure che portano le persone a non mostrarsi per ciò che sono. 

Non lo so il suo nome. Neanche l’età. Non so da che città mi parla: posso solo intuirla dalla cadenza inconfondibile. Ma non importa. Nella mia testa, mentre la ascolto, penso che si potrebbe chiamare Diana. Sì Diana. Perché mi piacerebbe immaginarla forte come quella dea. E cacciatrice della sua luce. 

“Come stai?” è la prima domanda che mi viene voglia di farle. 
«Diciamo che sono una ex Hikikomori. Ho cercato di uscirne piano piano negli anni, anche se il Covid mi ha fatto un po’ ricadere in quella modalità. Io mi ero isolata perché stavo bene in quell’isolamento… e il Covid mi ha spinto nuovamente in quella direzione. Quando finirà questa situazione riuscirò a riprendere il mio percorso. È così per me e per tanti ragazzi come me».

Quando hai cominciato a volerti isolare dal resto del mondo?
«Già a 6-7 anni. Non giocavo mai con gli altri. Mi sentivo a disagio. Ma una bambina che ne sa che quel disagio è preludio di qualcosa? Poi alle medie ho cominciato a chiudermi sempre di più: a scuola mi bullizzavano sia i maschi che le femmine. Ma ammetto che stavo più male quando gli attacchi arrivavano dalle femmine. Era una cosa legata alla bellezza: si mettevano in competizione perché non avevano proposte di fidanzamento. C’era competizione e cattiveria. Una cosa molto più presente tra le ragazze».

Ma anche i maschi non ti lasciavano in pace.
«C’era un ragazzo più grande di me di due anni che era stato bocciato: ha cominciato da subito a prendermi in giro. Magari era represso… si divertiva a maltrattarmi. Parliamo di otto anni fa: io non avevo social e non avevo il telefonino, ma giravano delle mie foto. Mi facevano le foto di nascosto e mi prendevano in giro. E gli altri compagni di classe non facevano niente per aiutarmi…».

Come hai reagito a questa situazione? 
«Ne ho parlato con i miei genitori. Volevo cambiare scuola. Non studiavo, stavo male, tornavo a casa e non avevo voglia di studiare e di andare a scuola e alla fine un anno l’ho perso». 

E i tuoi genitori cosa hanno detto?
«Hanno sottovalutato. Dicevano che erano solo scherzi tra ragazzi, pensavano che non volessi uscire di casa per pigrizia. Non erano preparati e per farmi reagire, hanno commesso gli errori di molti genitori che si trovano ad affrontare questa situazione: mi hanno buttato in mezza alla strada, mi hanno costretto ad uscire e mi hanno staccato internet, pensando, come tutti, che quello fosse il problema».  

I professori? 
«Anche loro hanno sottovalutato».

Tu hai perso un anno di scuola e questo cosa ha determinato?
«Mi ha sfiduciato verso gli altri e mi ha portato sempre di più all’isolamento. Non sono stata più bullizzata l’anno successivo, ma io ero talmente sulla difensiva da non voler nessuna amicizia, da aver paura di chi si avvicinava. Pensavo fossero tutti uguali. O che si avvicinassero a me per pietà o per compassione e io non volevo. Qualcuno magari aveva buone intenzioni, ma, di fronte ai miei continui no, anche chi aveva tentato di coinvolgermi ha smesso di invitarmi a uscire o ad andare a delle festicciole. Io ci sono rimasta male. Ma la verità è che avevo paura di essere ferita e quindi li respingevo, ma in realtà avrei voluto che continuassero a cercarmi». 

Come hai vissuto quel periodo?
«Stavo malissimo. Mi sentivo sempre osservata, presa in giro, anche se era tutto nella mia testa. Allora, quando i miei mi buttavano fuori casa, andavo nei parchi in cui non c’era nessuno. Giravo e poi rientravo». 

Quando hai smesso di uscire?
«In terza media. Non volevo contatti. Non volevo più niente. Guardavo film, scrivevo, dormivo tanto. E poi ho invertito la notte con il giorno. La notte rimanevo sveglia e di giorno dormivo mentre gli altri giravano per casa… Non sono uscita dalla mia stanza per quattro mesi… E quando l’ho fatto è stato per una visita medica, per poi rifugiarmi di nuovo a casa».

Cosa ti accadeva quando eri costretta ad uscire?
«Mi venivano attacchi di ansia, panico, mi sentivo osservata da tutti, anche se nessuno mi pensava. Ma ero convinta che mi guardassero tutti perché ero brutta».

Hai smesso di studiare in quel periodo?
«No! Ho sempre studiato per me stessa, quindi ho continuato, anche se non andavo a scuola».

Qualcuno ti è venuto a cercare?
«Non i professori, ma una compagna di classe che cercava di essere comprensibile. Con il tempo ho apprezzato molto il suo gesto anche se, avendo 13 anni, non poteva capire come stessi». 

Tu scrivevi molto: hai riletto i tuoi pensieri di allora?
«Non ho mai riletto i testi. Mi imbarazza leggere le cose che ho scritto. Scrivevo la mia giornata. E, se non era successo niente, guardavo dalla finestra e descrivevo quello che sentivo». 

Eri attratta dall’esterno?
«Solo quando vedevo il cielo dal balcone mi veniva voglia di stare stesa sul prato, da sola, per godermi lo spettacolo del cielo…».

Come trascorrevi il tuo tempo?
«Al computer, al cellulare. Mia mamma sentiva che parlavo al telefono e stava tranquilla. In realtà vivevo tutto in quella stanza: giocavo con gli altri, avevo ed ho degli amici virtuali che sono quelli che ti rimangono dentro. Mi sono anche innamorata in quel periodo… Insomma, condividevo il mio mondo con chi stava nella mia stessa situazione o in situazioni simili». 

Vi incontravate su delle chat in particolare?
«Su Telegram mi trovavo con altri ragazzi in gruppi di persone Hikikomori».

Hai detto di esserti innamorata: non avevi voglia di incontrare la persona che ti piaceva?
«Era una lei… sì, ne avevo voglia. Ad un certo punto ci siamo date anche un appuntamento. Ma non sono riuscita ad andare… Veniva dalla Puglia, non era nella mia stessa situazione, anche perché ogni situazione è a sé… ma all’incontro non mi sono presentata».

Quindi l’amore potrebbe essere una soluzione per uscire, anche se in quel momento non ci sei riuscita?
«Potrebbe essere una delle soluzioni, ma non quella principale…».

Come era il mondo nel quale ti eri rifugiata?
«La mia camera era piena di poster. Sempre buia. Quando aprivo il balcone  e guardavo il cielo, mi sentivo male: volevo godermi il panorama, ma poi chiudevo per non guardarlo».

Quando hai fatto entrare un po’ di luce?
«Quando ho avuto paura per il mio futuro. Vedevo che il tempo passare. Pensavo “cazzo, che faccio?”, “se continuo così non faccio niente”… Una persona può anche essere libera di non uscire, ma io non sapevo fare niente. Avevo paura di fare tutto, anche di comprare il pane. Stavo a casa, non facevo niente, vivevo di notte. Come si fa a vivere così?».

Cosa ha determinato questa crisi?
«Vedendo una persona che a 38 anni stava ancora chiuso in casa, in condizioni pessime, ho avuto paura di fare la stessa fine. Allora ho deciso di fare un passo, ho cercato una psicoterapeuta e sono andata da lei. Anche se la cosa importante sei tu, la tua volontà, la voglia di capire. Gli altri ti possono aiutare fino ad un certo punto. Le cose non si risolvono in un attimo. E a me c’è voluto un annetto e mezzo».

E come è cambiato gradualmente il tuo mondo?
«Ho trovato persone reali. Ho trovato un amico ed è cambiato tutto. Perché se trovi qualcuno che ti comprende, ti sa prendere, ti viene voglia di fare le cose: anche guardare un film insieme è bello. La maggior parte delle persone non ha capito che stavo male, in qualche modo è stata la società che mi ha spinto a questo, perché quella che vedevo intorno a me era una realtà che non riuscivo ad accettare: ero piccola allora e questo mi faceva solo stare male. Poi, con il tempo, parlando, mi sono resa conto che ci sono tante realtà, che il mondo non si divide in bianco e nero, che bisogna guardare le sfumature. Il mio mondo ideale era ed è fatto di persone che sono se stesse, in cui c’è più empatia: io non voglio il Mulino Bianco, perché so che non esiste, ma voglio un mondo in cui si è se stessi. Quello che vedo è che chi non è se stesso lo fa perché ha paura di mostrarsi: io vorrei un mondo in cui ci sono persone che non hanno paura di mostrarsi! Pian piano ho capito che mi dovevo circondare di persone così, ma che non possono essere tutti così come vorrei io».

Come hai vissuto il lockdown del 2020?
«è stata dura: sono ripiombata nella mia solitudine. Quando a maggio 2020 ci hanno liberato, io ci ho messo un mese in più per uscire di nuovo. Mi sentivo come prima, dipendente dalla solitudine… lo sapevo e lo so che mi fa male, ma lo faccio lo stesso». 

I tuoi genitori come stanno vivendo il tuo risveglio? 
«Hanno sempre sottovalutato qualsiasi tipo di problema di questa natura, quindi per loro queste cose non esistono. Inoltre, fino a qualche anno fa di Hikikomori non se ne parlava e ancora oggi sembra quasi un tabù».

Oggi come sono le tue giornate?
«Sono tornata a scuola, anche se ora ci colleghiamo da casa».

Come è stato l’impatto con le scuole superiori?
«Con i compagni non c’è un buon rapporto, ma ora sono meno tragica. Ora dico “sti cavoli”. Anche se litighiamo spesso, ma ci sto lavorando!».

Continui a scrivere molto? 
«Scrivo tanto, ma sono frasi che raccontano altro oltre il quotidiano. Parlo anche della solitudine, la sento, mi manca a volte. È qui seduta sempre accanto a me».                          


 

100mila casi in Italia: cosa fare?

Colpisce di più maschi in età adolescenziale e non ha nulla a che vedere con la dipendenza da internet

Per capire cosa sia l’Hikikomori, come si manifesta e come comportarsi, abbiamo parlato con Elena Carolei, presidente Associazione Hikikomori Genitori Italia. 
«Il fenomeno sta crescendo. Anche se non abbiamo dati, perché non abbiamo fatto mai un’indagine numerica, forse siamo oltre i 100mila casi in Italia».
 
È peggiorata la situazione con il lockdown?
«Con la pandemia il discorso sicuramente è peggiorato. Ma non dobbiamo dire che il lockdown ha provocato la diffusione dell’Hikikomori. Possiamo dire che la chiusura forzata, la condizione che ne deriva, può accelerare quella che può essere una tendenza personale, una predisposizione. Ci sono ragazzi che sicuramente avevano qualche predisposizione già prima e che con questa chiusura hanno potuto assecondare il loro timore di stare con gli altri, hanno cioè potuto sperimentare questo stare lontano dagli altri, vedendone l’aspetto positivo. In questo senso la pandemia può avere accelerato il fenomeno».

Più maschi o femmine? 
«Il fenomeno riguarda di più i maschi. E questo è un problema evidente: abbiamo un gruppo Facebook in cui i genitori raccontano le loro storie: per il 90% si tratta di ragazzi maschi».

L’età in cui si manifesta? 
«Principalmente l’età in cui si manifesta è intorno ai 14-15 anni. Ma sempre più ci sono bambini già alle scuole medie, di 11-12 anni che hanno problemi a stare con gli altri, dando avvio ad una condizione in cui si allontanano dalla vita sociale». 

La distribuzione a livello nazionale?
«I casi sono equamente distribuiti in tutta Italia». 

Cosa si deve fare da genitore?
«Sicuramente un genitore deve cercare di capire se si tratta di un disagio del ragazzo. Se il ragazzo lo fa per pigrizia, ‘fannulloneria’, voglia di non studiare. Se capisce che non è per pigrizia, per prima cosa è fondamentale comprendere che il figlio soffre. È una cosa difficilissima da comprendere, anche perché riguarda una età in cui il dialogo è poco. Ma bisogna sforzarsi di entrare in sintonia con il giovane e provare a capire il dolore. Questo è fondamentale per invertire la rotta».

Cosa si fa di solito di sbagliato? 
«Di solito il genitore non capisce e sgrida o redarguisce il figlio. Ma sbaglia. Quindi bisogna entrare in sintonia e non pretendere niente. È sbagliato anche staccare internet, perché per loro è l’unica finestra sul mondo. Staccare internet è un gesto abbastanza violento e quello che può accadere è che il ragazzo reagisca con aggressività, invece di uscire e reagire». 

Se ne può uscire da questa situazione?
«Se ne può uscire, sicuramente con difficoltà. I ragazzi hanno bisogno di aiuto: non è una condizione da cui si può uscire senza essere aiutati. C’è bisogno di un sostegno e questo deve derivare dalle uniche persone che loro incontrano, che sono i genitori. Noi come associazione aiutiamo i genitori ad aiutare i figli. Aiutando loro, possiamo sperare nel successo dell’impresa».

Il sistema familiare viene sconvolto dalla presenza di un ragazzo Hikikomori?
«Il sistema familiare viene sconvolto dalla presenza di un ragazzo che non percorre la strada che si ritiene sia quella giusta. Sia che lo affrontino in modo sbagliato sia che lo affrontino aiutandolo. La presenza di un ragazzo così fa porre diverse domande ai genitori che spesso vanno in crisi, sia come genitori che come coppia, perché ci si attribuisce la responsabilità, reciprocamente, di una educazione non ottimale. Anche i fratelli possono provare una serie di sentimenti negativi: generalmente un senso di competizione che nasce dal fatto di sentirsi trascurati o non giustamente valorizzati. Diciamo che si sbilancia tanto. Molte rotture nella famiglia sono abbinate alla presenza di questo problema». 

Quali sono i fattori che determinano l’Hikikomori, al di là della propria predisposizione? 
«Non dipende solo dal ragazzo: sicuramente c’è una influenza da parte dell’ambiente, della scuola, della famiglia. Si tratta di un fenomeno multifattoriale: si evidenzia nel ragazzo una sensibilità spiccata, la paura dello stare in relazione, l’introversione, l’amore per la solitudine. Ma a questo si aggiunge una famiglia nella quale sono presenti alte aspettative prestazionali sui figli, la richiesta di raggiungere risultati importanti nella vita, sia in termini scolastici sia in termini di risultati in generale. Il ragazzo, di fronte a questo, di fronte alle aspettative piuttosto alte che generalmente vengono anche esercitate dalla scuola o dall’ambiente, di fronte ad un mondo esterno che chiede di essere simpatico, bello e di avere successo con le ragazze, si ‘rompe’ e preferisce il ritiro».

A volte anche il bullismo può essere una causa scatenante?
«A volte il bullismo può scatenare l’Hikikomori: i compagni vedono il ragazzo in difficoltà in termini di bellezza, di simpatia e vanno a puntare il dito proprio su quel disagio, spingendolo a ritirarsi».

Se ne può anche non uscire mai? 
«Anche se in Italia non abbiamo ancora dati di questo tipo, perché è un fenomeno che è osservato dal 2000, dai contatti che abbiamo con il Giappone, dove il fenomeno si è manifestato negli anni Ottanta, è emerso che lì ci sono persone che hanno 50 anni e che non sono mai più usciti da casa, dove vivono con genitori 80enni che si occupano ancora di loro».                             


                                 

ASSOCIAZIONE HIKIKOMORI ITALIA GENITORI

L’Associazione Hikikomori Italia Genitori si trova su Facebook. «Nel gruppo social siamo 3mila famiglie partecipanti», spiega la presidente Elena Carolei. 
Per mettersi in contatto con l’associazione Hikikomori Italia: www.hikikomoriitalia.it -  info@hikikomoriitalia.it

 


Condividi su:
Galleria Immagini