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Non sono una quota rosa

Mar 25 Mag 2021 | di Angela Iantosca | Editoriale

Prima di cominciare la lettura di queste poche righe, metti da parte il pregiudizio e ascolta cosa ho da dire. 

Ho sempre pensato di non voler essere una quota rosa. Non mi sento una specie da proteggere, non ho bisogno che qualcuno obblighi qualcun altro a scegliermi solo perché sono femmina. Quello che voglio è essere presa in considerazione perché porto un valore, perché so parlare di qualcosa, perché posso fare la differenza. 
Non ho mai contato quanti uomini ci fossero ad un dibattito. Ho sempre ascoltato tutti, pensando alle loro parole e al valore che realmente ognuno degli intervenuti portava. Ho sempre ascoltato provando ad imparare dalle parole degli altri, se c’era da imparare, e a dare tutto ciò che avevo da dare in quanto esperta in qualcosa, non in quanto femmina. 
Non mi rassicura vedere tante donne in un luogo, se la loro presenza diventa un atto discriminatorio verso chi si meriterebbe più di loro quel posto e che appartiene ad un altro genere. I  nomi dei presenti ad un convegno mi interessano perché la loro storia umana e professionale (non il sesso) determina la scelta di parteciparvi o meno.

Credo che stiamo cominciando a superare i limiti del buonsenso e non ci rendiamo conto che, al contrario, stiamo facendo la stessa cosa. 
Se ho un maschio più bravo di una femmina e prendo una femmina perché devo rispettare le quote rosa, che cosa sto facendo se non una discriminazione verso quel maschio? 

Torniamo a ragionare da persone e non per categorie mentali.

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