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Gli studenti intervistano Gratteri e Nicaso

I ragazzi di Terza Media di VIGARANO MAINARDA (Fe) si sono confrontati con due ospiti d’eccezione. Qui il risultato dell’incontro

Mer 26 Mag 2021 | di Angela Iantosca e III A-B-C Scuola secondaria I grado - Vigarano | Interviste Esclusive
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Quella che state per leggere è l’intervista realizzata dai ragazzi della terza A, B, C della Scuola secondaria di I grado di Vigarano Mainarda (Fe) al Procuratore Capo di Catanzaro, il dottor Nicola Gratteri, e al professor Antonio Nicaso in occasione dell’evento conclusivo del Festival InDipendenze, giunto alla seconda edizione.   

Matteo: Come è nata la passione per questo lavoro?
Gratteri: «All’inizio non era una passione. È dipeso dall’essere andato a scuola a piedi o facendo l’autostop da Gerace a Locri, è dipeso dal vedere davanti la scuola e a scuola i figli degli ’ndranghetisti comportarsi da piccoli mafiosetti, è dipeso dall’aver visto morti a terra. Il mio compagno di banco è stato ucciso ed era figlio di uno ’ndranghetista. Molti compagni di scuola lo erano. Non sopportavo quella violenza. Non faceva parte della mia cultura. Le mie origini sono umili, ma con forti radici di generosità, onestà e principi contadini. Allora ho pensato che da grande avrei voluto fare qualcosa per cambiare questo stato di violenza. Quando ero ragazzino, sapevo che esistevano i Carabinieri e la Polizia, ma non sapevo che esistevano gli avvocati e i giudici. Neanche la Guardia di Finanza. Sono nato in un paese di duemila abitanti e quella violenza mi ha segnato. Ma io avevo gli anticorpi che erano gli insegnamenti dei miei genitori. Per questo mi sono iscritto a Giurisprudenza a Catania, non a Messina che non era una città della Sicilia, ma era della Calabria. Messina era la prosecuzione della cultura mafiosa calabrese e io non sopportavo questa cosa. Ho preferito Catania dove c’è una Università di grande cultura, di altissimo livello, di grandi professionisti. Mi hanno aiutato tantissimo quei quattro anni. Dopo la laurea, mi sono chiuso due anni in casa. Allora non c’erano le scuole di magistratura come oggi e, se ci fossero state, non avrei avuto i soldi per poterle frequentare. Per due anni mi lavavo una volta a settimana, mi addormentavo con il libro sul cuscino. Questa è la vita che facevo. Sono cento i sacrifici che ho fatto e, come me il professor Nicaso, per arrivare a parlare oggi con voi. Ho iniziato a fare il magistrato a Locri, sono stata a Reggio e poi Catanzaro: ho fatto di tutto per non abbandonare la mia terra, perché voglio dare speranza agli usurati, estorti, oppressi, ai figli degli ultimi». 


Matteo: Quando ha sentito parlare per la prima volta di ’ndrangheta?
Nicaso: «Sono nato in una zona ad alta densità mafiosa e ho sentito parlare di ’ndrangheta la prima volta quando avevo 6 anni e mezzo, quando fu ucciso il papà di un mio compagno di scuola. Ricordo che abbiamo vissuto quell’evento come una tragedia collettiva e siamo stati chiamati a scegliere tra l’indifferenza di molti e la consapevolezza di pochi. Io ho scelto la consapevolezza, perché sono nato e cresciuto in una famiglia semplice. Quando sono tornato dalla Sicilia in Calabria, dopo la morte di mio padre per cause naturali, siamo andati a vivere in una casa popolare nel paese dei miei nonni: non avevamo neanche la doccia. Mia mamma viveva con la pensione di reversibilità di mio padre e io ho imparato quelli che sono i valori essenziali della vita: quelli del sacrificio che rende libero. Ho imparato a non cedere alla logica del compromesso e della scorciatoia. Ho imparato ad essere coerente, a non aver paura del bullo e delle minacce. Bisogna avere il coraggio della paura perché non c’è coraggio se non c’è paura. Io ho scelto di fare il giornalista e lo scrittore, che era il mio grande sogno, nonostante non avessi libri a casa mia: nel mio piccolo paese non c’era neanche una biblioteca. Immaginatevi come si possa sognare di fare il giornalista o lo scrittore senza avere dei libri, eppure abbiamo superato tutto perché avevamo convinzione e passione. Questo voglio cercare di condividere con voi. Non è impossibile raggiungere degli obiettivi. Quando è tutto difficile, c’è sempre la possibilità di trovare una luce. Ed è quella forza che ci spinge e ci fa andare avanti nella convinzione di aver fatto tutto senza dover ringraziare nessuno. Ho conosciuto i genitori di Nicola Gratteri e lui mia mamma. Avevamo tante cose in comune: le umili origini, la semplicità, ma soprattutto l’orgoglio di essere onesti. Avevamo tutto quello che era necessario per vivere dignitosamente e non ci siamo mai domandati perché altri andavano in vacanza e noi no. Non ci è mai pesato, perché partivamo da convinzioni più forti: i sacrifici che i genitori stavano facendo per farci sognare... L’idea di fare il giornalista è derivata dalla voglia di conoscere e capire, perché, dopo la morte del papà del mio compagno di classe, quando chiedevo cosa era la mafia le voci diventavano sussurri. Anche quella di mia mamma che era onesta e che di solito le cose le diceva ad alta voce, le gridava. Eppure, quando le chiedevo della mafia, la voce si abbassava. Quindi ho cominciato a fare il giornalista perché l’unica cosa che potevo fare da ragazzino era tagliare gli articoli di giornale e metterli in un quadernone: la documentazione e il racconto mi hanno sempre appassionato. Poi è stato giocoforza quello di scrivere e raccontare, continuando a fare uno dei mestieri più belli al mondo quello della testimonianza. Ora faccio altro rispetto a prima, ma sempre con la stessa passione». 

Arianna: Come si può cambiare il modo di pensare dei figli dei mafiosi?  
Gratteri: «Purtroppo la storia ci insegna che i figli copiano i comportamenti dei genitori nel bene e nel male. In una famiglia mafiosa nel 99% dei casi i bambini da adulti saranno mafiosi. In una famiglia onesta nel 99% dei casi i bambini da adulti saranno onesti. Per far cambiare idea ai figli dei mafiosi bisognerebbe sradicarli da quel territorio e da quella famiglia. Altrimenti per un bambino che cresce in una famiglia in cui sente che i Carabinieri sono sbirri, che i magistrati sono infami, che i pentiti vengono imboccati per dire falsità, c’è poco da fare. Noi ci proviamo a fargli cambiare idea, ma è molto difficile. Sarebbe molto importante la scuola. Dico ‘sarebbe’ perché la scuola dovrebbe avere mezzi diversi, dovrebbe essere aperta il pomeriggio e avere insegnanti diversi da quelli della mattina per fare una scuola a tempo pieno. Dovrebbe avere insegnanti che leggono il giornale, che leggono un libro, affrontano un tema. Ma è un discorso che ha dei costi ed è di lungo periodo. Purtroppo la scuola è sempre stata in Italia una cenerentola, dal punto di vista degli investimenti. Gli insegnanti sono i peggio pagati dopo quelli greci. Cosa c’entra? In un mondo delle apparenze in cui contano sempre meno i valori e conta ciò che si ha, l’insegnante è visto come uno sfigato, un povero. La cultura, quando io ero bambino, era un valore. Oggi non è un valore. E quindi per gli insegnanti è molto più complicato spiegare la vita. Perché oggi si vive guardando i social, le scorciatoie, vedendo gente ignorante, semianalfabeta che sta in tv, che diventa influencer senza saper parlare, senza saper coniugare i verbi. Ed è molto difficile per la scuola prendersi carico del disagio dei ragazzi. Ci vorrebbe una volontà politica ad investire in istruzione e in cultura. Ammiro tanto gli insegnanti. Sono preziosi, importanti, fondamentali. Non capisco perché non ci sia una politica che li aiuti concretamente. La differenza nel futuro dell’Italia la faranno le scuole, le università».    

Arianna: Perché ha lasciato la Calabria?
Nicaso: «Quando sono tornato in Calabria dalla Sicilia molti si chiedevano e mi chiedevano “a chi appartieni?”. Nei piccoli paesi vieni riconosciuto perché sei nipote di qualcuno o per il soprannome, ma io non appartenevo a nessuno: mia mamma aveva origine in un paese a qualche chilometro di distanza e mio padre era morto... Quando dopo l’università, ho provato a farmi assumere dal giornale che per anni mi aveva sfruttato, pur non avendo una raccomandazione, mi sono ricordato di quella espressione “a chi appartieni” e ho deciso di non appartenere a nessuno. Ho deciso di fare il giornalista dove non c’era bisogno di appartenere a qualcuno. Se si fa una cosa grazie a qualcuno non si sarà felici appieno. Quindi ho lasciato tutto, anche mia mamma vedova, l’unica persona che mi aveva aiutato ad accarezzare i sogni, tanto che, per farmi partire, mi diede i soldi che aveva messo da parte per le sue onoranze funebri. Pensate che responsabilità: quando sono arrivato in Canada, non sapevo niente, neanche la lingua, ma non potevo fallire perché mia mamma aveva creduto talmente in me da darmi quei soldi. E è questa la cosa che forse mi ha sempre dato la forza per superare difficoltà enormi. Quando ho raggiunto l’obiettivo, ho dovuto dire grazie a mia madre e agli amici che hanno creduto in me». 

Matilde: C’è un caso particolare che l’ha colpito in questi anni?
Gratteri: «Mi dispiace quando gente normale viene coinvolta in traffici illeciti, in reati. Mi dispiace quando una persona che conosco da anni e che penso sia pulita, invece è un traditore. Mi è capitato tante volte. Anche di recente. Mi dispiace quando addirittura quella persona si poteva avvicinare alla definizione di amico. Una cosa molto difficile e rara: gli amici sono pochissimi e oggi purtroppo questa parola viene confusa, svenduta. Ma l’amico è una definizione molto forte, manca solo il vincolo di sangue e poi è come un fratello. Per me Nicaso è come un fratello e quindi è un amico. Mi è capitato di persone che quasi li consideravo amici e invece erano traditori e conigli».

Luca: Se tornasse indietro riaccetterebbe la Procura di Catanzaro?
Gratteri: «Certamente. È un’esperienza esaltante. Ho cominciato a maggio 2016, partendo da una situazione di grande difficoltà di quella Procura che ora è un bellissimo ufficio organizzato. C’è una grande squadra e stiamo facendo indagini importanti. Questo gruppo sta facendo cambiare idea a migliaia di persone che ora credono in noi. Sempre più gente fa il tifo per noi e si inizia a pensare che forse questa è la volta buona per fare passi da gigante nella lotta alla ’ndrangeta».

Raffaele: Qual è la cosa che l’ha fatta rimanere nella sua terra?
Gratteri: «Il posto più bello è il posto in cui si nasce. E io sono un privilegiato: amo in modo viscerale la natura e sono fortunato di poter vivere in campagna, tra gli ulivi, tra i fiori e le piante. Mi ha fatto restare l’amore per questa terra e il desiderio di scrivere insieme a tanti altri un pezzo di storia e rendere più libero questo territorio».

Virginia: Che cosa le dà la forza per andare avanti in una battaglia così difficile?
Nicaso: «La forza è nella convinzione di fare qualcosa di utile. Ci sono diversi campi d’intervento: c’è un aspetto repressivo, che spetta alle Forze dell’ordine, e poi c’è l’aspetto della conoscenza, che è un’arma efficacissima nella lotta contro le mafie. È importante il lavoro di chi, come me, racconta, insegna, nella convinzione di poter decostruire il mito del mafioso, dell’onore, del rispetto, parole sottratte dai criminali al vocabolario degli onesti. L’idea di raccontare per far conoscere è un aspetto importante, funzionale alla creazione di una capacità critica che sfugge alla logica di seguire il branco e che forma la capacità di dire io voglio stare da questa parte».

Alice: Ha mai avuto paura? 
Gratteri: «Sì, certo, si ha spesso paura. È normale avere paura. Bisogna solo stare attenti ad addomesticare la paura, a ragionare con la paura e anche con la morte. Non per paura non bisogna fare le cose. Bisogna convincersi di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Non bisogna essere vigliacchi. Non bisogna camminare a zig zag per schivare i pericoli, non si può essere simpatici a tutti, non dovete raccogliere il consenso di tutti, voi dovete solo essere convinti di essere nel giusto. Ascoltate e fate la scelta migliore. Tanto ci sarà sempre gente che parlerà male. Anzi più si fanno cose importanti più aumentano le critiche. Negli ultimi anni ci sono persone che ogni mattina in modo sistematico scrivono cose documentalmente false, inventando numeri, informazioni e virgolettati da me mai detti. Fa tutto parte delle campagne di diffamazione fatte in modo sistematico. Questo fa aumentare il rischio e la sovraesposizione. Le mafie annusano questi cambiamenti di vento. Noi dobbiamo continuare a tenere la barra dritta, costi quel che costi».

Elisa: Possiamo noi eliminare le mafie? 
Nicaso: «Le mafie nascono come patologie del potere e sono state continuamente legittimate dalle classi dirigenti. Non pensatele come fenomeni nati per difendere i deboli e i poveri. Sono stati da sempre fenomeni di controllo sociale. Sono arrivate anche nella provincia di Ferrara, perché hanno sempre trovato politici e imprenditori che hanno fatto affari con loro. Quindi certo che le potremmo distruggere le mafie, ma non è facile perché ci vuole la volontà politica. Noi possiamo fare tanto nel nostro piccolo. Come? Evitate raccomandazioni e scorciatoie. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di tante persone che nel piccolo facciano il proprio dovere». 

Amelia: I vostri amici e parenti sono fieri di quello che fate?
Gratteri: «Penso di sì! Fieri e anche preoccupati. È un lavoro che ci porta a trascurare la famiglia, gli affetti, parenti e amici. Ma loro capiscono. Quando i miei figli avevano la vostra età, telefonavo a casa e mio figlio il grande chiamava mia moglie e diceva “Mamma, c’è tuo marito”. I miei figli non mi conoscevano. Quando gli domandavano cosa facessi, dicevano il rappresentante, perché mi vedevano sempre partire con la valigia. Per fortuna c’è stata mia moglie che ha fatto da madre e da padre: oggi i miei due figli, entrambi medici, hanno capito appieno per quale motivo non c’ero ed ero assente». 
Nicaso: «C’è condivisone di ideali. Nessuno può toglierci dalla mente ciò che noi cerchiamo ogni giorno di fare, sarebbe come snaturare la nostra vita».

Tommaso: Si sente legato alla sua terra?
Nicaso: «Dalla mia terra non sono mai partito. Nella mia testa sono sempre rimasto in Calabria. In ogni posto del mondo, quando mi guardo attorno, cerco sempre di trovare qualcosa che mi faccia ricordare i luoghi della mia infanzia e tra i miei obiettivi primari c’è anche quello di tornare nella mia terra un giorno». 

Celeste: Le piacerebbe avere una vita normale?
Gratteri: «Certo! Tanto. Ma io con la fantasia ho una vita normale... Mi piacerebbe fare una passeggiata in bicicletta, andare al mare e fare un bagno. Ho il mare a 9 km e sono tanti anni che non ci vado. Ma anche se ho una vita molto difficile, dentro mi sento libero. Perché ho scelto una vita senza compromessi. Il costo è altissimo, ma la libertà non è la possibilità di uscire di casa e passeggiare. La libertà è la possibilità di poter dire quello che si pensa. Di poter guardare negli occhi un potente e dirgli quello che pensi di lui. In questo mi sento molto libero, anche se dal 1989 vivo in una gabbia». 

Valerio: Quali sono i vostri modelli di riferimento?
Gratteri: «Ci sono tante persone importanti nella storia d’Italia da ammirare. Ad esempio, tutte le vittime di mafia. Gente morta che ha fatto il suo lavoro. Pensate ai poliziotti che guadagnano 1200 euro al mese, che fanno la scorta e sanno che possono morire… Loro sono un modello e uno stimolo a fare di più e meglio». 
Nicaso: «Noi siamo attratti da questa tipologia umana, quella che ogni giorno si alza e fa il proprio lavoro con dignità. Come i nostri genitori che ci hanno, dal nulla, dato la possibilità di crescere. Nel mio pantheon degli eroi, quindi, inserirei mia madre».                                        


 

IL FESTIVAL 

Nato nel 2019 da una idea di Angela Iantosca e Agnese De Michele, il Festival InDipendenze è giunto alla seconda edizione. Protagonisti gli studenti, che, al termine di alcuni incontri preparatori, hanno la possibilità di intervistare ospiti di fama nazionale e internazionale sui temi delle dipendenze. Il 24 aprile gli studenti della Scuola secondaria di I grado - Vigarano hanno intervistato il Procuratore Capo di Catanzaro Gratteri e il professor Nicaso. 

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