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Piacere, sono (zio) Paolo

Piera Aiello e quella scelta fatta nel 1991 di dire no alla mafia

Mar 22 Giu 2021 | di Angela Iantosca | Attualità
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Le ho sempre provate a immaginare. Lei e Rita. Quelle due ragazze di Partanna (Trapani) le cui vite, per qualche anno, si sono sfiorate, facendo condividere loro la sofferenza della perdita, la violenza di una società a cui sentivano di non appartenere. Ma soprattutto il desiderio di libertà, giustizia e pace. Provenivano da due famiglie profondamente diverse: mafiosa l’una, onesta l’altra. Eppure un guizzo di vita comune le ha condotte alle stesse scelte, segnando le loro vite con un inesorabile prima e dopo. 
 
Cosa era la mafia per lei?
«Prima non esisteva per me la mafia. Io sono cresciuta in una famiglia tranquilla. I miei genitori erano persone semplici. Mio padre faceva il muratore e mia mamma la sarta». 
 
Quando conobbe il suo futuro marito, Nicola Atria?
«A 14 anni. Io ero un vero maschiaccio a quell’età: non ci pensavo proprio a fidanzarmi. Ero dedita ai più deboli, collaboravo con le suore, aiutavo le persone in difficoltà. Quando ho conosciuto Nicola, non sapevo chi fosse. Mi sentivo corteggiata, questo sicuramente. Comunque ad un certo punto, senza accorgermene, mi trovai fidanzata in casa. Bisogna pensare che siamo negli Anni Ottanta, in Sicilia: allora non si usava uscire con il ragazzo, andare a mangiare una pizza. Eri subito fidanzata in casa. Comunque, dopo un periodo che frequentavo quella famiglia, mi accorsi che non era come la mia: la mia era ‘pane e cipolla’, era semplice e condividevamo le decisioni, ragionavamo, litigavamo, finché non si raggiungeva un compromesso. In quella famiglia, invece, ciò che diceva don Vito, il padre di Nicola, era legge. Ed anche le frequentazioni in quella casa erano ‘particolari’».
 
Però passò del tempo prima che lei scoprisse che quella era una famiglia mafiosa. 
«Un giorno una persona mi disse: “Ti sei fidanzata con il figlio di don Vito Atria? Questi sono mafiosi…”. Io, a quel punto, caddi dalle nuvole e decisi di andare direttamente da mio suocero a domandarglielo. Lui mi disse che non era un mafioso, ma un paciere, che, se c’erano le ‘fuitine’, lui risolveva tutto, se le pecore venivano rubate, lui le faceva ritrovare… Ovviamente non credetti a nessuna delle sue parole. Avevo 17 anni, ma non ero cretina. Facendo una valutazione della situazione, capii che quella famiglia non faceva al mio caso. Così un giorno dissi a Nicola che dovevamo rimanere amici, ma ognuno a casa propria, perché ciò che accadeva non era nelle mie corde... Pensavo di essermene liberata, invece, dopo due ore, arrivò don Vito che chiese a mia madre di parlarmi da sola. Andammo in una stanza e mi disse che a lui non interessava cosa fosse successo tra me e suo figlio, che lui mi aveva scelta e che voleva questo matrimonio. Mi ricordò poi che tutti abbiamo una famiglia a cui vogliamo bene… insomma mi minacciò. A quei tempi il mio paese era un far west e si uccideva davvero per poco. Così mi presi qualche giorno per riflettere e decisi di non dire niente a mio padre. Se avesse saputo di questa storia, mi avrebbe detto di non sposarmi e lui sarebbe stato ammazzato. Così mi sposai, sperando, con il matrimonio, di allontanare mio marito da quel tipo di vita e di proteggere la mia famiglia».
 
E invece cambiò tutto. 
«Mentre eravamo in viaggio di nozze a Madrid, ci informarono che don Vito era stato ammazzato. Tornammo di corsa in Sicilia e mio marito, davanti al corpo del padre, giurò vendetta…. Da lì iniziò il calvario e cambiò tutto. Fino a quando era stato in vita mio suocero, mio marito non mi aveva mai fatto niente. Dalla sua morte, iniziò ad essere violento: anche mentre ero incinta mi riempiva la pancia di calci e pugni. Dal canto mio, ogni volta trovavo droga o armi, gli facevo sparire tutto. Pur conoscendo le conseguenze di quei miei gesti».  
 
Che rapporto aveva con Rita, sua cognata?
«Era una bimba. Quando morì suo padre aveva 11 anni. Ma eravamo molto legate e a mia suocera questo legame non piaceva: aveva paura che la portassi su una cattiva strada. Ma Rita non aveva bisogno di me per andare su un’altra rotta, perché aveva le idee molto chiare, sin da ragazzina». 
 
È il 1991 quando accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le vostre vite.
«Io e Nicola eravamo nella nostra pizzeria quando arrivò un commando che lo uccise. Quello che provai in quel momento fu, da una parte, un senso di liberazione e, dall’altra, un senso di ingiustizia per la morte di un ragazzo di 27 anni (l’età di Nicola al momento della morte – ndr). Anche mio suocero era morto molto giovane: aveva solo 45 anni. Il mio paese era il paese delle vedove e degli orfani. E io non ne potevo più. Avevo visto in faccia gli assassini di mio marito, così decisi di parlare appena ne ebbi occasione. A Montevago, dove avevamo la pizzeria, c’era un maresciallo eccezionale, Francesco Custode. Dopo la morte di mio marito, mi chiamò per capire la situazione, come si fa sempre dopo che una persona ha assistito ad un omicidio e lì gli dissi, poiché di lui mi fidavo, che sapevo tutto, che potevo fare nomi e cognomi di 10 anni di mafia. In quegli anni, infatti, non potendo avere una amica del cuore, avevo riempito dei diari in cui avevo scritto 10 anni di mafia della valle del Belice. Sapevo tutto, anche dove tenevano le armi e la droga, perché origliavo sempre!».
 
Il maresciallo le disse che l’avrebbe ricontattata a breve, perché doveva trovare la persona giusta. 
«Passarono pochi giorni e mi organizzò un incontro. Io ero seguita dai mafiosi, quindi, per uscire di casa non vista, mi calai dalla grondaia, salii sulla macchina e arrivai a Sciacca (Agrigento - ndr), presso la Procura. Lasciai la macchina nel loro garage e salii su una macchina civetta, nascosta dietro, sotto una coperta e arrivai a Terrasini (Palermo – ndr) al Comando dei Carabinieri. Lì trovai Paolo Borsellino che individuai come l’uomo con il baffetto e la sigaretta sempre accesa: fino a quel momento non sapevo chi fosse. Al fianco c’erano altre persone. Quando mi sedetti, mi disse: “Piacere sono Paolo Borsellino”. Aveva un accento palermitano molto marcato. Così, senza pensarci, gli dissi: “Veramente lei con questo accento mi sembra mafioso!”. Lui si mise a ridere… Poi, vedendo che tutti lo trattavano con riverenza, e al paese mio le persone importanti si facevano chiamare Onorevole, quando tornai a rivolgermi a lui lo chiamai “Onorevole”. Lui mi interruppe subito e disse: “Con tutto il rispetto della categoria, mi astengo bene dall’essere un Onorevole,  sono un semplice Procuratore della Repubblica! Comunque, chiamami zio Paolo”. Da quel momento l’ho sempre chiamato zio e così mia figlia e poi Rita».
 
Zio Paolo le spiegò cosa sarebbe accaduto in quel primo incontro e le concesse tre giorni per farle decidere con calma se intraprendere davvero quel cammino. 
«Ma io gli dissi che avevo già deciso e che i tre giorni mi sarebbero serviti solo per fare i bagagli. Così dopo tre giorni partii per Roma». 
 
Come furono quei tre giorni?
«Prima di tutto andai da mia nonna Piera, donna di 91 anni dalla tempra incredibile, per dirle cosa stavo facendo. E lei mi disse: “Se tu ritieni che sia la cosa giusta, sto al tuo fianco. E se hai bisogno, io ho una pensione, vengo con te e ce la dividiamo”. Io non sapevo niente, né dove stavo andando e né se mi avrebbero dato qualcosa. Avevo accettato immaginando che me la sarei dovuta cavare da sola. Allora non esisteva la legge sui testimoni di giustizia, per la legge eravamo tutti collaboratori di giustizia: la distinzione è arrivata nel 2001, voluta anche da me e da altri. Poi andai da mio padre e lui mi disse la stessa cosa: ammetteva di aver paura come padre, ma era con me da persona onesta. E poi andai da mia suocera. Lei non era di famiglia mafiosa, ma sapeva tutto, come tutte le donne che vivono in contesti mafiosi. Sapeva anche chi aveva ucciso il marito. Quando le comunicai la scelta che avevo fatto, si inginocchiò e baciò la terra. Lei aveva sempre saputo che avrei denunciato tutti. Ciò che non accettò mai fu la stessa scelta da parte di sua figlia Rita, di cui, infatti poi addirittura ruppe la lapide». 
 
Lei partì per Roma, cominciò a denunciare e arrivarono gli arresti. 
«Era ora di pranzo, la tv era accesa. Vedevo i paesani che stavano andando in galera, perché li avevo denunciati io. In quel momento ho capito l’importanza di quello che stavo facendo e i rischi che correvo».
 
Minacce dal paese?
«Dal paese mi è arrivato di tutto. Dicevano che avevo rovinato i padri di famiglia. La mia famiglia non ha subìto mai attentati, ma mio padre non ha più lavorato. Per questo dopo un po’ chiese aiuto a Don Luigi Ciotti e andò a lavorare a Torino. Erano stati messi alla fame. Oltre ad essere stati abbandonati da tutti». 
 
Quando la raggiunse Rita? 
«Io andai a Roma a luglio 1991 e lei mi raggiunse a novembre. Fino a quel momento ci sentivamo telefonicamente quando eravamo sicure che non ci fosse mia suocera in casa».
 
Cosa ha significato la sua scelta?
«È stata dura. Quando sono andata a Roma, ho vissuto in un monolocale. Non conoscevo nessuno e non potevo parlare con nessuno. Eravamo io e la mia bambina di tre anni. La sera mi faceva compagnia il “Maurizio Costanzo Show”. Ricordo che persi 30 chili e andai in anoressia. Non dormivo. Ma alla fine mi sono rimboccata le maniche. Neanche quando morì Borsellino il 19 luglio del 1992 mi sono arresa. Rita dopo una settimana, invece, decise di suicidarsi. Io non ho voluto dargliela vinta, non ho voluto farli applaudire alla mia morte, come hanno fatto con Rita: in carcere hanno festeggiato tutti… Rita lasciò scritte tante cose: aveva perso tutte le persone che amava e che lei chiamava le sue stelle. Aveva cominciato a frequentare un bravo ragazzo calabrese e lei temeva che i genitori un giorno avrebbero scoperto la verità su di lei e l’avrebbero considerata una infame, così, il 26 luglio, decise di andarsene».
 
Dopo la morte di Borsellino, cosa successe? 
«Rita aveva previsto che sarebbe cambiato tutto e così fu. Vennero dei funzionari subito dopo e ci chiesero se volevamo continuare a rimanere nel programma di protezione. Questo perché molti avevano fatto dietro front dopo la morte di Borsellino. Ma come avremmo potuto fare una cosa del genere? Ritrattare? Cosa dovevo ritrattare se la verità era quella? E se prima avevo un motivo ora ne avevo 100, proprio per rispettare la memoria di Borsellino».
 
Foste trasferite?
«A Roma io e mia figlia abbiamo cambiato almeno tre case. Poi fummo mandate in tante località. E ad un certo punto cambiai anche le generalità per poi tornare ad essere Piera Aiello. Quando mi proposero il cambio di nime, infatti, non sapevo che sarebbe stato per sempre. E avevo accettato perché non ce la facevo più ad avere sempre un nome diverso quando andavo in giro. A volte neanche li ricordavo. Per diversi anni andai avanti così, finché mio padre iniziò a non star bene. Aveva un principio di Alzheimer e mia mamma disse che dovevamo decidere cosa fare. Loro abitavano in un’altra regione e io dissi di venire da me. Facemmo la richiesta e quelli del Servizio centrale di protezione mi dissero che mio padre per vivere con me avrebbe dovuto cambiare nome. Ma come potevo cambiare nome a mio padre che a momenti non si ricordava più come si chiamava? Mi dissero poi che alla morte non si sarebbe potuto seppellire con il nome di Giuseppe Aiello. E scoprii che anche a me sarebbe successa la stessa cosa. Per questo feci immediatamente la richiesta per tornare al mio nome. Mi dissero che non sarebbe stato possibile. Ma la fortuna volle che le mie generalità, quando avevo fatto la richiesta del cambio nel 1997, le avrebbero dovute congelare, cosa che non avevano fatto. Quindi approfittai di questa svista, andai a fare i documenti e mi candidai come Piera Aiello! E, nonostante i vari ostruzionismi, fui eletta! Ora ho ancora degli aspetti burocratici da sistemare... ma sono Piera». 
 
Obiettivo della discesa in politica?
«L’obiettivo lo sto raggiungendo. Sono in Commissione giustizia e in Commissione antimafia, dove ho un Comitato testimoni e collaboratori e imprenditori vittime di racket e usura bancaria. Già sono state depositate due leggi, una sui testimoni e collaboratori e una per la modifica dell’articolo 108 della 44/99. La mia scesa in politica è dettata da questo: il voler aiutare delle persone con delle leggi ad hoc. Le leggi ci sono, ma alcune sono deleterie. Come quella che equipara in molte cose testimoni e collaboratori. Non perché voglia discriminare i collaboratori, ma sono due cose diverse. Non si può dare un lavoro ai collaboratori nella pubblica amministrazione come ai testimoni. Ma comunque i collaboratori devono andare a lavorare. Quando sono uscita dal programma, io non avevo cosa fare: sono andata a lavorare in campagna per tre anni. Come ci sono andata io con una bimba piccola possono andarci i collaboratori». 
 
Lei è uscita dal programma di protezione, non ha paura?
«No, perché stare nel programma di protezione significa essere portata in una città e venir mollata lì. Ci sono regioni in cui ci sono testimoni e collaboratori che abitano di fronte. Che protezione è?».
 
La cercano ancora?
«Soprattutto ora che sto toccando i piani alti. Io non ho paura della mafia… Ma il problema è che in politica non si fa antimafia. Non c’è un programma antimafia da troppe legislazioni». 
 
Oggi Partanna come è?
«A Partanna dire che non c’è più la mafia sarebbe una eresia. La mafia c’è e c’è da tutte le parti. Non è più quella della coppola e della lupara, ma è quella con tablet e giacca e pantalone di vigogna. Quando si parla di mafia tutti dicono “non mi tocca”. Ricordiamoci che fare la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata non significa lottare contro 4 sprovveduti, ma contro chi si vuole infilare nel tessuto sociale ed economico del nostro paese. La troviamo ovunque, come mostrano le ecomafie».
 
La scuola quanto è importante?
«La scuola è una fucina di menti per il futuro. Perché questi ragazzi saranno i futuri Senatori. Possono diventare figure fondamentali nella politica del nostro Paese. Dobbiamo andare a dire ai ragazzi le cose come stanno. Bisogna dirgli che se vogliono la speranza devono dire NO. Combattere la mafia significa non accettare nulla che tu non ti sia guadagnato onestamente. Anche la raccomandazione non dobbiamo chiederla, perché chi te l’ha data un giorno viene a chiedere il conto e il conto è sempre salato. Questo dobbiamo insegnare ai ragazzi: a contare sulle proprie forze».                                                            

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