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Piatti sporchi

Le stoviglie compostabili che si usano nelle mense sono piene di Pfas? Rendono tossiche le pietanze?

Mar 22 Giu 2021 | di Peter D’Angelo | Ambiente
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capelli. Le stoviglie compostabili con cui sono serviti i pasti a mensa ai nostri figli sono piene di Pfas? E possono cedere questi composti tossici alle pietanze?
Partiamo con ordine. A febbraio, il Salvagente ha inviato a Massimo Chiari, fisico dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare), 11 campioni di stoviglie compostabili: 7 piatti, 2 bicchieri, 2 coperchi/coperture dei lunch box usati per i pranzi a scuola. A titolo di confronto abbiamo inviato anche un piatto acquistato in negozio romano. Volevamo stabilire se contenessero fluoro, possibile indicatore della presenza di Pfas.
I campioni provenivano da diverse scuole, a Roma, Bologna, Ferrara e Milano. Dopo oltre due mesi di analisi, i risultati allarmano. Dei 2 bicchieri analizzati, uno aveva fluoro a 470 ppm (parti per milione) e il secondo un livello non rilevabile (sotto i 200 ppm). Per i piatti il risultato è stato ben peggiore: in tutti è stato rilevato fluoro, anche quattro volte più alto. Il livello massimo è stato di 2.030 ppm (parti per milione).

UNA PRESENZA ACCIDENTALE? DIFFICILE
Questa concentrazione “è complessa da ritenere puramente incidentale”, ci spiega Alberto Ritieni, docente di Chimica degli alimenti alla facoltà di Farmacia dell’Università Federico II. Una delle ipotesi è che i piatti possano essere stati fabbricati con sostanze compatibili con i Pfas (per-fluoro-alchili) per conferirgli una forte capacità di impermeabilizzazione da oli e grassi, tanto più necessaria per stoviglie compostabili e non in plastica, che altrimenti non sarebbero in grado di resistere ai liquidi e alle pietanze umide e calde.
Il rischio per la salute di questa presenza, però, è oramai chiaro e innegabile: la Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha definito i Pfas come potenziali cancerogeni (Pfoa, Gruppo 2B), e interferenti endocrini (ormonali). E c’è chi è già intervenuto: la Danimarca, per esempio, ne ha proibito l’uso in imballaggi e nei materiali a contatto con gli alimenti in carta e cartone.
L’Italia invece ancora non ha fatto alcun passo. C’è da sperare che, dopo i sospetti sollevati dal test del Salvagente, le aziende e le nostre autorità sanitarie intervengano, tanto per verificare se si tratta della presenza di Pfas e se c’è il rischio di cessione agli alimenti, quanto per seguire la via danese di un divieto che sembra urgente, visti i pericoli per la fascia più debole della popolazione. L’alternativa, come dimostrano le nostre analisi, c’è già oggi se è vero che in un bicchiere non sono state trovate tracce sospette.

GLI EFFETTI SULL’AMBIENTE
«Gli effetti della presenza di fluoro in un contenitore compostabile devono essere compresi non solo per quanto riguarda la salute, attraverso il contatto con il cibo e le bevande ingerite, ma anche per quanto concerne l’ambiente». È questa una delle considerazioni di Massimo Chiari, ricercatore dell’Infn, Istituto nazionale di Fisica nucleare, che ha realizzato per il Salvagente le analisi.
Chiari aggiunge: «Questi materiali finiranno nel compost e quindi nei terreni. Nel valutare gli effetti positivi della circolarità dell’economia e della riciclabilità dei prodotti non bisogna mai trascurare il rischio che elementi potenzialmente nocivi possano entrare anch’essi in circolo, arrecando danni a lungo termine».
Il destino di questi piatti “usa e getta” è infatti lo stesso in tutto il Belpaese: vengono conferiti nei siti di compostaggio. Basti pensare che solo a Roma su 150mila pranzi scolastici al giorno oltre 40mila sono fatti con “usa e getta”. Ovvero, circa 6 milioni di piatti, in un anno scolastico, solo su una città, finiscono nei siti di compostaggio. Poi, ci sono realtà dove i pranzi “monouso” raggiungono anche il 77% del totale. Un prodotto simbolo dell’economia circolare, il “compostabile 100%”, potrebbe insomma contenere sostanze chimiche indistruttibili che trasformate in compost-terriccio tornerebbero nella catena alimentare attraverso l’agricoltura. Pietro Paris è il responsabile sezione Sostanze pericolose dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e membro del Comitato per la valutazione del rischio (Rac), che elabora i pareri scientifici dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa). E ci dice: «Posso ipotizzare a livello teorico che composti per-fluoro-alchilici possano essere usati in tali piatti per conferire alla superficie proprietà quali l’idrorepellenza. In questo caso – che andrebbe approfondito con ulteriori test – troverei tuttavia una forte contraddizione tra la dichiarata biodegradabilità degli articoli e l’uso di sostanze altamente persistenti, che seppure in concentrazioni basse, sarebbero chiaramente incompatibili in prodotti biodegradabili».                                                        

 


In collaborazione

L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it

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