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Un animale per ogni italiano

Nel 2020 sono stati adottati 8100 cani e 9500 gatti (+15%) e per gli italiani è aumentata la spesa del 220% per cibo, tolettatura, giocattoli e cucce

Mar 22 Giu 2021 | di Enrico Molise | Attualità
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Negli ultimi anni il numero è cresciuto in maniera esponenziale e ancora di più durante la pandemia. Le persone che scelgono di avere cani e gatti in casa sono aumentate ulteriormente. C’è chi lo fa solo per amore, chi per avere anche una compagnia capace di contrastare la solitudine o perché sceglie la pet therapy. Le motivazioni sono diverse e possono anche incrociarsi tra loro. Ecco perché la cosiddetta “pet economy” ha visto una sostanziale impennata. La spesa non riguarda più solo il cibo e le cure veterinarie, ma si è spostata pure su giocattoli, particolari tolettature, dog e cat-sitter, pensioni dove lasciarli durante uno spostamento, gadget di tutti i tipi e anche psicologi. Le istituzioni, dal canto loro, si sono attivate sempre di più per combattere il randagismo e le associazioni animaliste hanno assistito al moltiplicarsi del numero delle adozioni. Purtroppo c’è ancora chi non li considera come esseri viventi, ma come un oggetto, un regalo da impacchettare. Così, dopo l’entusiasmo iniziale e quando l’impegno inizia a farsi importante, c’è chi sceglie la strada dell’abbandono.
60,27 MILIONI DI ANIMALI D’AFFEZIONE
Uno studio dell’osservatorio Coop2020 parla di 7,8 milioni di persone che alla fine della prima quarantena del 2020 hanno acquistato un animale. Vengono definiti “d’affezione” e secondo il rapporto Assalco-Zoomark in Italia ce ne sono 60,27 milioni, vale a dire uno per ogni persona. In questi numeri sono inclusi pure i pesci rossi, gli uccelli, i piccoli mammiferi e i rettili: i cani sono 7 milioni e i gatti 7,3. A questi dati andrebbero aggiunti quelli relativi alle adozioni, facendo schizzare la cifra complessiva molto più in alto. L’Enpa (ong animalista) riferisce che nel 2020 sono stati adottati 8100 cani e 9500 gatti, più del 15% rispetto all’anno precedente.
Insieme alle valutazioni positive, ci sono pure quelle poco confortanti. Gli abbandoni non sono mancati. L’effetto della pandemia sulla vita delle persone ha spostato il periodo che di solito coincide con la partenza per le vacanze estive. Molti italiani non hanno potuto permettersele, ma, quando è arrivato il mese di settembre, la vita è tornata alla quotidianità e agli impegni di sempre, e le scuole hanno riaperto. Così, fino a ottobre, gli abbandoni sono aumentati del 20%, per poi diminuire a novembre e a dicembre. 

QUANTO MI COSTI?
Accudire un animale comporta delle spese. Nell’anno 2017 la “pet economy” italiana era già stata quantificata in 2 miliardi e 51 milioni di euro. Il Covid-19, poi, ha fatto crescere i numeri ancora di più. Che sia stata in un negozio fisico oppure online, sempre secondo Assalco-Zoomark, nel marzo del 2020 la vendita è cresciuta del 220% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Si parla soprattutto di cibo e questo fenomeno è stato interpretato come la necessità di fare delle scorte durante il primo lockdown, quando per qualche giorno c’è stata difficoltà anche nel reperire facilmente certi generi alimentari nei supermercati. Inoltre, tra marzo e luglio l’impennata ha riguardato anche gli articoli per la tolettatura, i giocattoli e le cucce. Inoltre, dal 1° gennaio scorso il governo italiano ha aumentato la detrazione fiscale per le spese veterinarie di cani e gatti, portando il tetto da 500 a 550 euro l’anno su una percentuale di detrazione del 19% e sulla quota eccedente i 129,11 euro. Per richiederla è necessario effettuare un pagamento tracciato, ma non essere obbligatoriamente proprietario dell’animale.                                                      

TROPPI ‘CLANDESTINI’
Spesa pubblica in aumento, tantissimi "clandestini", grandi disparità tra territori. è quanto emerge dalla IX edizione di "Animali in città", l'indagine di Legambiente sui servizi offerti dalle amministrazioni comunali e dalle aziende sanitarie per la gestione degli animali d'affezione e la qualità della nostra convivenza in città con animali selvatici e non.
L'indagine, che si basa su dati 2019 e che ha coinvolto 1.069 amministrazioni comunali e 46 aziende sanitarie, evidenzia come il 69,5% dei Comuni dichiari di avere uno sportello (un ufficio o un servizio) dedicato ai diritti degli animali in città, ma solo uno su sette (15,7%) raggiunge una performance sufficiente, con Prato, Modena e Bergamo a superare il punteggio necessario per raggiungere l'ottimo. Dai dati forniti dalle aziende sanitarie, si stimano 226 canili rifugio in attività per 36.766 posti disponibili, ma al 31 dicembre 2019 erano ospitati in queste strutture 92.371 cani, ovvero 2,5 volte i posti disponibili.


 

L’anima si cura con gli animali

Ma gli eccessi sono sempre problematici

Emanuele Tirelli

Ci sono molte più persone sole. Ed è aumentato il numero delle coppie che decidono di non avere figli a causa di economie ristrette o della mancanza di tempo. «Anche per questo è cresciuto il numero degli animali domestici - dice lo psicoterapeuta Stefano Eleuteri -. Di fondo ci sono amore e desiderio, ma le trasformazioni della società hanno ampliato la portata di certe dinamiche».

Come mai?
«Siamo esseri umani, animali sociali che vivono in gruppo, che hanno bisogno di affetto e di socializzare. E ci sono molte persone che con un animale in casa riescono ad avere compagnia e a combattere la solitudine. Le situazioni cambiano anche a seconda dei territori. In una città grande come Roma, un animale assolve a un ruolo importante per chi abita da solo, soprattutto in questo periodo. C’è inoltre chi sceglie di prenderne uno per fare compagnia ai figli. E poi c’è un ragionamento da fare sulla percezione della responsabilità. Un figlio richiede un grande impegno e pure un decisivo sforzo economico. E alcune persone operano quasi una sostituzione, prendendo un animale che invece può gestire in maniera sicuramente meno complessa, con la possibilità di affidarlo a una struttura per un weekend o per una vacanza fuori».

Gli animali danno anche sostegno emotivo.
«Laddove non si parla esplicitamente di “pet therapy”, per alcuni rappresentano anche una motivazione ad uscire di casa, a fare una passeggiata. In ogni caso, sono essere umani legati ai loro padroni, che gli danno affetto e che in qualche modo li distraggono o li sostengono durante i momenti più difficili». 

Ma c’è pure chi li abbandona.
«Dal lato opposto delle persone ipercoinvolte, ci sono quelle che sottovalutano la cura necessaria a un animale e lo considerano quasi come un oggetto, un regalo per i figli. Ma si tratta di persone con caratteristiche diverse tra loro. Di fatto, gli eccessi sono comunque problematici. Arrivare ad avere un rapporto simbiotico può comportare una difficoltà evidente nelle relazioni con le altre persone, perché ci si abitua a essere al centro del mondo dell’animale. Quando poi il cane o il gatto viene a mancare, si affrontano dei lutti atroci e c’è pure chi si rivolge allo psicoterapeuta per superarli».

Accade di frequente?
«Non parliamo di una pratica comune. Ma è aumentato di certo il numero delle persone che durante le sedute parla del rapporto e della gestione degli animali domestici. 
O che domanda consigli sulle dinamiche di gelosia e sulla relazione del cane e del gatto con i propri figli».                                                    

 


Come aiutare le associazioni animaliste

Le differenze tra Regioni, l’importanza dei privati nella cura degli animali, la scarsità di cliniche pubbliche, l’assenza di fondi 

Le associazioni animaliste trovano spesso enormi difficoltà nel portare avanti le azioni di volontariato senza il sostegno pubblico. Soprattutto le più piccole, quelle che però hanno un grande impatto positivo sui territori nei quali operano. In queste dinamiche, il contributo dei privati risulta determinante. «Alcune persone predispongono dei lasciti testamentari finalizzati all’utilizzo di beni e danaro», dice Alessandra Pratticò, avvocato e presidente dell’organizzazione di volontariato “Nati Liberi”, che si occupa di prevenzione del randagismo e di tutela degli animali d’affezione in Campania, soprattutto a Caserta. 

C’è anche il 5x1000.
«E rappresenta l’unica fonte di entrata certa per le piccole associazioni, anche perché non esistono fondi europei o ministeriali dedicati. Il 5x1000 è quindi un contributo certo e continuo, che non comporta nessuna erogazione diretta da parte del cittadino, perché basta indicare l’associazione in sede di dichiarazione dei redditi. Le donazioni private sono ancora più importanti, ma spesso non sono costanti. In undici anni di attività, abbiamo un solo donatore fisso. Tutti gli altri contribuiscono una tantum o senza una cadenza prevedibile. Anche loro sono fondamentali per la sopravvivenza delle nostre attività, ma in assenza di continuità non è possibile farci affidamento per programmare una serie di spese».

Agli animali non è garantita l’assistenza sanitaria?
«Gli scenari sono numerosi e diversi. Per norma, ogni Comune dovrebbe avere un rifugio municipale o affidarsi a un canile privato convenzionato. In questo secondo caso, a fronte del contributo dell’ente, è il titolare della struttura a provvedere anche a tutte le cure, fatta eccezione per la sterilizzazione che spetta all’Asl. Nel primo caso, invece, dipende dal capitolo di spesa del Comune e da cosa riesce a coprire. Spesso i farmaci o alcuni tipi di intervento sono pagati proprio dalle associazioni animaliste, attraverso i contributi che prendono dai cittadini e che utilizzano anche per tutte le spese relative alle adozioni».

Non esistono cliniche veterinarie pubbliche?
«Ci sono, ma poche se confrontate alle necessità e all’ampiezza dei territori. L’impegno delle associazioni cambia anche a seconda delle regioni. Nel senso che alcune hanno una rete estremamente efficace e i loro enti pubblici pagano anche le associazioni per il lavoro che fanno. In altre, invece, i volontari non accompagnano, ma si sostituiscono all’ente».

Perché?
«Avere un’associazione di volontariato non è necessariamente una garanzia di limpidezza e trasparenza. Per questo è sempre bene conoscere le persone e vedere come lavorano. Più in generale, posso dire che questa azione di sostituzione è anche colpa nostra, perché abbiamo a che fare con esseri viventi in emergenza e quindi agiamo al momento, senza aspettare l’ente o pensare cosa e quanto potrebbe fare. In questo modo, però, spesso si finisce nel vortice della straordinarietà che diventa la normalità».

È per questo che i contributi sono fondamentali?
«Senza i cittadini privati spesso sarebbe impossibile garantire le cure agli animali. E, grazie a loro, riusciamo a concretizzare anche tantissime adozioni».                                      

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