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Eva Giusti: “La passione è il mio frutto preferito”

Eva, a soli 40 anni, ha già vissuto mille vite. Che ha raccolto nel suo libro “Il frutto della passione”. E che ci ha raccontato in una chiacchierata a cuore aperto

Mar 20 Lug 2021 | di Francesca Favotto | Attualità
Foto di 15

Sorride, Eva Giusti. Non la posso vedere, ma la sento, lo sento dalla sua voce, morbida e calda, come i tramonti sull'Oceano Pacifico da casa sua. Volevamo fare una videochiamata, ma deve conservare i dati per il figlio Noah Enzo, 11 anni, che fa lezione online, collegato con la scuola in Brasile. Eva è tornata in Italia dopo tanti anni, ha portato anche i suoi bambini: starà qui qualche mese, il tempo di promuovere il suo libro “Il frutto della passione”, edito da Fabbri Editore, che porta lo stesso nome della sua pagina Instagram, seguitissima, che conta ormai quasi 150mila follower e che fa di lei un'influencer a tutti gli effetti. 

È tornata in Italia anche perché il cancro le sta dando tregua: anche l'ultima tac era “pulita pulita pulita”. «A ogni esito positivo, me lo grido come fosse un mantra, un incantesimo. Sto facendo in modo che questa magia duri il più a lungo possibile». 

Eva è calma e serafica, ma dentro ha la tempesta: ha solo 40 anni, ma ha già vissuto mille vite e cambiato pelle altrettante volte. 

Quando è stato il primo grande cambiamento di vita?
«A 23 anni, quando ho perso il mio babbo (Eva è toscana - ndr). Mamma e babbo erano già separati da lungo tempo, la loro era stata una relazione travagliata, ma la sua morte mi trasformò da ragazza spensierata a donna». 

Di lì a poco avresti conosciuto Roberto, l'uomo della tua vita, altro grande cambiamento.
«Roberto mi ha stravolto la vita e al contempo me la tiene incollata. Sono andata a convivere con lui che avevo 26 anni e dopo nemmeno 3 anni ci sposavamo a Las Vegas, dopo una fuga d'amore. A maggio 2010 l'ho seguito senza indugio in Brasile: lo trasferirono lì per lavoro e per la mia anima randagia quello fu un toccasana, anzi lo spinsi io ad accettare la proposta. Così Porto Seguro diventò davvero il nostro porto sicuro, dove ancora oggi abitiamo». 

Ma la favola conosce la prima battuta d'arresto.
«Volevamo un bambino, ma non arrivava. Per avviare gli accertamenti per verificare l'infertilità, i medici consigliarono di aspettare almeno un anno, ma io ero irrequieta, così dopo soli 6 mesi facemmo tutti gli esami, che confermarono la diagnosi sospettata: infertilità. Ai tempi frequentavamo già una casa famiglia, per poter dare una mano. Dopo aver scoperto l'impossibilità di avere un figlio in modo naturale, la nostra scelta fu automatica: adozione. Così avviammo le pratiche e arrivò Noah Enzo, che oggi ha 11 anni». 

Un percorso che vi mise alla prova come coppia, immagino.
«La diagnosi di infertilità è di coppia, non riguarda il singolo partner. Così come un'adozione va desiderata in due: l'iter burocratico è massacrante, devastante, detonante. Noah non l'avrò portato in pancia, ma l'ho portato nel cuore a lungo e intensamente». 

Anche se a te mancava proprio quella sensazione di avere una vita dentro di te.
«Noah Enzo ha appagato completamente il mio desiderio di essere madre, ma volevo provare l'esperienza di una gravidanza. Così abbiamo deciso di allargare la famiglia, tentando la strada della PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Abbiamo fatto due tentativi di fecondazione in vitro: il primo attecchì, ma dopo poco ho avuto un aborto spontaneo; il secondo ci ha portato Nina Flor, che oggi ha 5 anni. È stata una gravidanza particolare: i primi mesi vissuti col terrore per paura che potesse ricapitare un aborto; la felicità che ti esplode dentro, ma sempre un po' trattenuta... In quel periodo non mi sono mai vista così bella, però».

Nemmeno il tempo di tenere tua figlia tra le braccia, che però il destino si accanisce di nuovo.
«Dopo soli 40 giorni dalla nascita di Nina Flor, la diagnosi nefasta: cancro, un melanoma maligno aggressivo. Vengo operata subito e tutto va bene, ma dai prelievi dei linfonodi sentinella sapevamo che sarebbero partite delle metastasi. Nel 2018, infatti, mentre correvo, ho avuto una crisi convulsiva: il tumore era arrivato al cervello, una massa molto estesa. Ho subìto due operazioni, l'ultima delle quali nel 2019. Sono andate entrambe bene, ma oggi so per certo che non potrò guarire. Quello che posso fare è cronicizzare la malattia con le terapie».

La tua vita è sempre stata agrodolce: nemmeno il tempo di gioire, che subito arrivava la batosta. Come si riesce a vivere così?
«Non mi preoccupo. Vivo il momento. I miei bambini, la tac pulita, l'oceano... Ho paura, certo, ma non posso permettermi di perdere tempo, così poco, così prezioso. E poi Roberto... Lui arriva là dove io non riesco: a livello emotivo io sono una roccia, ma lui si occupa di tutta la parte organizzativa della nostra vita. Non siamo la coppia perfetta, però, come può sembrare: i momenti durissimi ci sono stati e ci saranno ancora, anche se sono più forti i nostri sogni». 

Perché hai ancora la forza di sognare nonostante tutto?
«Io ho ancora grandi sogni, certo: ci piacerebbe allargare la famiglia. Abbiamo ancora così tanto amore da dare: certi amori, se vincono, vincono su tutto, anche la morte».                  


 

In riva all’oceano

Eva, come la prima donna. Ma al frutto del peccato ha preferito quello della passione, quella che ci mette in ogni cosa che fa. Nel 2012 inizia a raccontare la sua vita in un blog, che poi diventa appunto “Il frutto della passione” su Instagram, dove oggi conta quasi 150mila follower. Infertilità, adozione, PMA, aborto, cancro: questi alcuni dei temi che Eva racconta nel suo libro “Il frutto della passione”, edito da Fabbri Editore, e che ha vissuto sulla sua pelle. Oggi vive a Porto Seguro, in riva all'oceano, con il marito Roberto e i figli, Noah Enzo e Nina Flor. Continua a sorridere, nonostante tutto. 

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