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Anche le donne hanno il varicocele

Di difficile diagnosi, ne soffre circa il 20% della popolazione femminile

Mar 20 Lug 2021 | di Angela Iantosca | Salute
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Dolore costante e forte, intermittente o acuto, pressione a livello pelvico, dolori durante il rapporto sessuale, durante la minzione, durante il ciclo, dolore se si rimane sedute troppo a lungo. Ecco, se provate tutto questo, non sentitevi in difetto e non pensate soprattutto che sia naturale questa sofferenza. Forse la causa potrebbe essere la congestione pelvica o varicocele pelvico, patologia che colpisce circa il 15-20% della popolazione femminile. «Si pensa che ci siano circa 250mila casi in Italia, con un incremento di 10mila unità l’anno. Ma la diagnosi non è semplice, a differenza del varicocele maschile, che consiste in dilatazioni venose attorno al testicolo, quindi visibile. Nella donna non è visibile all’esterno, a meno che ci siano varici alla radice della coscia e vulvari, e i sintomi spesso si confondono con altre patologie», spiega il Professor Antonio Gaetano Rampoldi, direttore della Struttura Complessa di Radiologia Interventistica del Niguarda di Milano.

Come individuarla?
«Per individuarla, la cosa fondamentale è ascoltare la paziente che racconta i sintomi. Da lì deve nascere il sospetto clinico. Se si ha un sospetto, si può fare una indagine abbastanza semplice che è l'ecodoppler addominale, una metodica non invasiva che, se ben fatta, può dare qualche indicazione in più. Il tutto può essere approfondito, poi, con un ecodoppler endovaginale. A questo punto è preferibile confermare con una risonanza magnetica. Perché il sintomo con l’uso del doppler già può dare indicazioni precise. Ma il doppler è operatore-dipendente, quindi meglio è ricevere la conferma dalla risonanza magnetica dell’addome inferiore. Se viene confermata la presenza del varicocele pelvico sintomatico, si potrà intervenire. Faccio questa specifica perché ricordiamo che si parte dal sintomo e che a volte abbiamo riscontri di varicocele asintomatico. E il varicocele, anche se non ci sono evidenze scientifiche, può portare all’infertilità, come del resto accade nei maschi, anche se questo rischio è maggiore se si è in presenza di un ovaio policistico». 

In che modo si interviene, una volta individuato?
«L’approccio è endovascolare, cioè si devono andare a chiudere quelli che sono i vasi venosi che riforniscono questa dilatazione. Premesso che la prima verifica che si deve fare è che non ci siano anomalie congenite di compressione su alcuni assi venosi, si vanno a cercare i vasi venosi che sono tributari del varicocele pelvico. Quindi, in anestesia locale, si va a pungere la vena femorale all’inguine e, attraverso questa, si vanno a cateterizzare le 4 vene che possono essere responsabili: le vene ovariche, di destra e di sinistra, e poi le ipogastriche, sempre destra e sinistra. A questo punto si individuano quelle che sono tributarie del varicocele e si va a chiudere, con delle spirali a rilascio controllato e con materiale sclerosante».

Quali sono i tempi di recupero? 
«La dimissione si prevede lo stesso giorno ed il giorno dopo si può riprendere la propria attività. Non ci sono terapie particolari. Nel giro di qualche settimana ci dirà il paziente come si sente. Questo non esclude che poi nel tempo si ripresenti il problema. Ma ripeto, la cosa fondamentale rimane l’enfatizzazione dei sintomi. È importante interrogare bene le pazienti, perché l’indagine prende il via dai sintomi».               

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