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Viola Davis: Quella volta in cui mi hanno arrestata

Inarrestabile sullo schermo e nella vita, tra cinema e tv, Oscar e premi, Viola Davis ci parla di quella volta in cui è finita in carcere con la madre e di quando il papà ha esalato l’ultimo respiro. Ma anche della figlia e del Black Lives Matter

Mar 20 Lug 2021 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Sguardo dolce e sorriso materno: basta incontrare Viola Davis per pochi secondi per capire che l’atteggiamento da anti-diva non è frutto di una studiata strategia di marketing per sembrare più vicina ai comuni mortali. Le sue umili origini le hanno insegnato a lavorare sodo, ringraziare sempre e non dare mai niente per scontato. E i risultati si vedono ora più che mai, come ha dimostrato il premio alla carriera conferitole alla Festa del Cinema di Roma. Non che ce ne fosse bisogno, sia chiaro: probabilmente ha un’intera cantina piena zeppa di trofei e deve assumere una cameriera a tempo pieno solo per spolverarli tutti regolarmente. Eppure ogni volta che impugna una targa, una statuetta o anche solo una pergamena sembra sempre estremamente colpita e soddisfatta. Competitiva sì, ma solo con se stessa.

Oggi si parla molto di Black Lives Matter. Quando ha capito l’importanza dell’attivismo?
«A due anni, quando mamma mi ha portato ad una protesta e ci hanno arrestate. Lei dice che non è il termine giusto, che per essere esatte siamo state portate via e messe in una piccola cella, ma la sostanza non cambia».

Lei cos’ha imparato da quell’esperienza?
«Fin da piccola ho capito l’importanza di difendere i diritti di tutti. Volevo fare qualcosa di significativo nella vita, ma il lavoro d’ufficio non avrebbe fatto per me, sarei stata cacciata per i continui ritardi, così ho optato per l’arte. Questo mestiere mi permette di far sentire la mia voce, di scegliermi le battaglie e di non mollare. Per questo credo che il ruolo di Annalise Keating in “Le regole del delitto perfetto” non sia affatto un caso».

Di recente i Golden Globe sono stati accusati di mancanza di diversity tra i propri membri, ma le lotte sociali sono molteplici, dal #metoo a #OscarSoWhite. Cosa ne pensa?
«Dire che siano solo queste le istituzioni governate dai bianchi è riduttivo. Succede lo stesso in ogni campo. Certo, io ho il polso dello showbusiness perché ci lavoro e basta accendere la tv per vedere quante poche persone di colore siano rappresentate. Ecco perché voglio vedere più inclusività e mi aspetto che le paghe siano equiparate. Per fortuna, anche se la strada è ancora lunga, la situazione sta cambiando».

È questo che ripete a sua figlia?
«Lei ha solo 11 anni, ma io le spiego che non bisogna accontentarsi delle briciole, ma aspirare a tutta la torta. Il che vuol dire ribaltare le etichette e le categorie, andare a prendersi le opportunità invece di aspettare che qualcun altro le conceda».

Lei è dotata di una rara versatilità, passa da ruoli impegnati ad action come “Suicide Squad”. Come ci riesce?
«Mi diverto molto e voglio fare tutto, non limitarmi ad un genere solo, mi piace esplorare. E poi ho sempre sognato ad esempio di vedere prima o poi una Wonder Woman di colore, quindi un bel film sui supereroi piace, che sia Marvel o DC Comics non importa. Al tempo stesso però adoro i film di Martin Scorsese e non credo che una cosa escluda l’altra».

In che senso?
«Albert Einstein diceva che l’immaginazione vale più dell’intelligenza e io lo so bene, senza la fantasia sarei ancora la piccola e povera Viola di Rhode Island che nessuno prendeva in considerazione. Fin da bambina, invece, ho creato un mondo infinito in cui io detto le regole e sono chi voglio essere. L’arte vive in questa realtà ed è un parco giochi che Dio ha creato e nessuno ha il diritto di decidere chi può esserci e chi no. C’è spazio per tutti».

Quindi non fa differenza tra buoni e cattivi nei ruoli che sceglie?
«Secondo me bisogna affrontare un personaggio con lo sguardo da detective. So che molti dei ruoli che ho interpretato sono ben al di sotto del mio potenziale, ma erano gli unici disponibili per persone di colore come me e quindi li ho accettati». 

E gli altri?
«Per gli altri mi è capitato come J.K. Rowling, a cui è venuta l’ispirazione di Harry Potter mentre era in treno: il personaggio le si è avvicinato, le ha quasi parlato, ma poi toccava a lei scavare, tirarlo fuori e farlo suo. E questo include le cose che di te nessuno sa, quei segreti che ti porti dentro e non dici neppure a chi ami di più: ecco, se noi stessi ci lasciamo conoscere sì e no al 40% come possiamo raccontare la storia altrui? Il mio contributo a questo mondo è quello di provarci, di regalare storie e di rendere vivi questi personaggi». 

Tanta fatica è stata ben ripagata. Con il Premio Oscar, ad esempio. Cosa ricorda di quel momento?
«Lavorare con Denzel Washington è stato un regalo, mettere in scena un lavoro teatrale già portato a Broadway ha fatto la differenza nell’affiatamento del gruppo di lavoro. E io ho tirato fuori tutto quello che avevo».

In che modo?
«Ricordo quando mio padre ha esalato l’ultimo respiro e l’infermiera accanto a lui ci ha comunicato il suo dispiacere per la morte. Io e mia madre abbiamo urlato a squarciagola, come se ci stessimo per spezzare. Questa immagine mi ricorda di dover combattere quando la posta è alta e metterci tutto».                                                          


 

La futura Michelle Obama

Viola Davis, classe ’65, è l’unica attrice di colore a vincere la famosa tripletta (Oscar, Emmy e Tony), oltre ad avere una stella nella Hollywood Walk of Fame. Anche se il successo planetario arriva con la serie “Le regole del delitto perfetto”, creata dalla guru della TV Shonda Rhimes (“Grey’s Anatomy”), questo uragano di talento ha infranto già ogni record possibile in carriera, oltre che nel privato. Il suo matrimonio con il collega Julius Tennon dura da 18 anni ed è stato coronato dall’adozione di una bambina, Genesis. Ha sempre scelto copioni di spessore, lasciando il segno con donne carismatiche, ma profondamente umane, da “Barriere” di e con Denzel Washington (che le è valso la statuetta più prestigiosa, anche se le è conquistate praticamente tutte) a “Law & Order” a “Widows” (diretto dal Premio Oscar Steve McQueen), passando per l’acclamato “The Help” e per l’ultimo successo “Ma Rainey’s Black Bottom”, disponibile su Netflix e candidato agli Academy Award di quest’anno. Non disdegna blockbuster come “Suicide Squad”, che il 5 agosto torna al cinema con il secondo capitolo, “Missione suicida”. Prossimo progetto? Interpreterà Michelle Obama nella serie “The First Lady”.

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