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Il dono che ci ha lasciato Raffaella

Nella nostra intervista del 2006, un messaggio valido per tutti, di vitale importanza

Mer 21 Lug 2021 | di Alberico Cecchini - alberico@ioacquaesapone.it | Editoriale
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Superati il clamore e l’emozione del momento, il modo più saggio di rendere degna testimonianza alla più grande donna della Tv italiana è quello di raccogliere il suo messaggio. 

Per questo ripubblichiamo alcuni brani della splendida intervista realizzata dal nostro Giuseppe Stabile nel 2006. La rilasciò alla rivista Acqua&Sapone dopo la trasmissione “Amore”, da lei ideata e condotta e andata in onda su RaiUno.
Una trasmissione che promosse oltre 140.000 adozioni a distanza, dimostrando a tutti che la televisione può avere anche un’anima e contribuire a salvare tante vite di bambini, ottenendo contemporaneamente anche un grande successo di ascolti.   

«Ho ricevuto diverse proposte per condurre dei reality show, ma proprio non riesco a fare quel genere di trasmissioni che spingono i partecipanti al litigio, all’aggressione o cose di questo tipo. Ho preferito rischiare con una proposta originale e difficile, ma che ho sentito profondamente mia, facendo un programma unico al mondo».
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«Con “Amore” ho realizzato un grande sogno, quello di poter condividere con il pubblico l’emozione, la tenerezza e la gioia che ho provato grazie alla mia personale esperienza con l’adozione a distanza, dato che attualmente sostengo dieci bambini in varie parti del mondo. Gli elevati ascolti medi delle otto puntate, ottenuti da un programma così complesso, sono da ritenersi quasi miracolosi. Il vero miracolo, comunque, l’hanno compiuto i telespettatori: sono state quasi 140mila le adozioni a distanza realizzate grazie ad “Amore”. Il pubblico, evidentemente, ha compreso lo spirito di quest’operazione e ha risposto col cuore».
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«Non si può spiegare razionalmente come sia possibile amare un bambino tanto lontano solo scrivendogli delle lettere, ma così facendo noi sentiamo che lui è parte della nostra esistenza. Inoltre, non c’è cosa più vera che entrare in contatto con la gioia e la pulizia che hanno dentro questi bambini poverissimi di cose materiali. Guardando la vita che c’è nei loro occhi, capisci che i bambini sono la vera ricchezza dell’umanità. Da quel momento comprendi che non puoi più tradire la vita che nasce e che devi fare il massimo per garantirgli la dignità che merita».
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«Penso che, guardando negli occhi un bimbo che non ha nulla, neanche da mangiare, oppure che invece di giocare lavora dalla mattina alla sera col sorriso sulle labbra, ecco, penso che questo sia di grande aiuto anche e soprattutto per chi non è sereno con se stesso, per imparare a riconoscere le cose veramente importanti della vita». 
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«Noi viviamo in una civiltà in cui abbiamo molte difficoltà a vivere i rapporti umani. Ma, entrando in contatto con queste culture così lontane e diverse dalla nostra, ci rendiamo conto che è possibile comunicare in profondità anche senza parole. Ormai siamo stanchi di parole prive di vita ed umanità e queste esperienze ci aiutano molto. Solo ora sto cominciando a comprendere che, dedicare la propria vita ai bambini sofferenti, non significa solo dare un po’ d’aiuto o fare la carità: è molto di più, è amare».      

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