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Luca e Alba: vi stupiremo con difetti speciali

Luca Trapanese ha deciso di adottare una neonata con sindrome di Down e non riconosciuta dalla mamma

Ven 27 Ago 2021 | di Nadia Afragola | Attualità
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Vincere il pregiudizio, guardare oltre la facciata, oltre lo status sociale, usare bene le parole, andare a fondo di ciò che ognuno di noi è veramente, senza fermarsi a ciò che rappresenta. È questo che ci insegna Luca Trapanese attraverso i suoi tanti progetti sociali e i suoi libri: “Nata per te” (Einaudi) e “Vi stupiremo con difetti speciali” (Giunti). Perché Luca è semplicemente un uomo che ha sentito forte un desiderio di paternità e l’ha realizzato attraverso un grande gesto d’amore. E Alba è solo una bambina, diversa certo, ma per questo unica, come unici siamo tutti, proprio per le nostre infinite differenze. 

Luca è il 42enne gay e single che nell’estate del 2017 ha preso in affido e poi adottato Alba, neonata con sindrome di Down non riconosciuta dalla madre alla nascita. Luca lo abbiamo incontrato durante "Momy", il primo evento digitale dedicato al mondo della maternità e della genitorialità moderna, presentato da My Events e My Digital Events. 

Luca, il suo rapporto con la diversità e con l’inclusione parte da lontano.
«Inizia tutto a 14 anni, grazie ad un’esperienza personale diretta, che ha caratterizzato tutta la mia crescita personale. Un mio caro amico si è ammalato di melanoma: 30 anni fa era molto diverso da oggi, non si parlava di malattia, non si associava la parola tumore ai bambini, non c’erano i social né internet. Capivo che c’era qualcosa che non andava e gli restai vicino. Diego però non ce la fece. Da lì in poi ho iniziato a cercarlo inconsapevolmente negli altri. E questa ricerca mi ha portato a Lourdes, dove ho scoperto qualcosa che ha cambiato la mia vita e cioè che non esistono solo gli ammalati, ma esistono anche i disabili. Spesso tendiamo a sovrapporli, ma in realtà i primi hanno un problema di salute che può essere risolto, mentre i secondi nascono in una condizione che li accompagna tutta la vita».

Gli adulti sono davvero pronti a parlare di inclusività ai bambini?
«I bambini di oggi sono più forti, hanno capacità di integrazione, di socializzazione, di abbattimento delle barriere mentali. Spesso sono più ricettivi loro che non gli adulti a spiegare. Per questo, penso che agli adulti a volte manchino gli strumenti, tanto da farsi responsabili di un rallentamento nella comprensione di questa problematica. La nostra società ci spinge a dover essere sempre i migliori e i più belli. I più simpatici, brillanti e ben voluti. Ecco perché è così difficile per i grandi abbassare drasticamente il livello delle aspettative ed insegnare qualcosa che contrasti con i dettami della società. Lo stesso vale per l’accettazione di un figlio disabile. Abbiamo bisogno di essere rieducati e per farlo servono degli strumenti opportuni». 

Perché il diverso ci spaventa così tanto?
«Ci spaventa ciò che non conosciamo. La diversità è qualcosa di lontano da noi. Ma nel momento in cui ci approcciamo ad essa con la mente aperta, la paura passa. L’essere presente sui social, raccontare la quotidianità della mia vita e quella di Alba, serve proprio a far capire che siamo “normali”. Anche se questa parola in sé non ha molto valore, ma rende il concetto. Siamo una famiglia come le altre, Alba ha una vita come tutte le bambine e le mie paure, le mie difficoltà, sono le stesse degli altri genitori. Se non mostriamo la nostra vita, la gente non ne capisce le dinamiche e continuerà a vederci come qualcosa di alieno». 

Forse bisogna sovvertire l’ordine dei valori?
«Assolutamente sì, bisogna riordinare i valori e capire alla base di ogni esistenza cosa c’è. Prima di quello che sembriamo, ci sono le persone. Vorrei che la gente si accorgesse di Alba, prima che della sua disabilità. E lo stesso vale per me, vorrei che apparisse prima Luca e poi la mia condizione di single omosessuale. Cosa che è fortunatamente successa quando è iniziato l’iter di adozione. Sono stato giudicato per la mia persona». 

È più difficile insegnare ad un bambino come si sta al mondo o nel mondo? 
«Bisogna partire da un presupposto difficile da digerire, cioè che i figli non sono nostri, ma della comunità. E sono un bene comune. Dobbiamo fare in modo che nostro figlio non sia il migliore, non punti forzatamente al massimo, ma che sia felice con gli altri. E lo stesso vale per i figli degli altri, che sono un po’ anche nostri. Questo è senza dubbio un obiettivo molto lontano dalla realtà di oggi. Dobbiamo insegnare che la vita è imperfetta e che il primo posto è solo una delle tante possibilità. Questi insegnamenti aprono la possibilità che i nostri bambini si sentano parte del mondo». 

La rete e i social in qualche modo favoriscono questo processo di accettazione?
«Ormai questi strumenti tecnologici sono incorporati nei nostri figli e sarà impossibile toglierglieli. Alba a 4 anni sa usare il cellulare meglio di me, sa fare cose che io non so fare. La sua disabilità non le impedisce di essere figlia del suo tempo. Parlando con ragazzi disabili, mi hanno confessato che i social li hanno in qualche modo resi normodotati, perché la loro disabilità non si percepisce attraverso uno schermo. Quindi, i social possono essere un grandissimo strumento di apertura e di educazione, se usati nel modo giusto».  

Come si gestiscono le aspettative dei genitori?
«Tutti i genitori hanno aspettative nei confronti dei figli ed è impossibile liberarsene. Ma le aspettative sono nostre, sono personali. I nostri bambini sono altre persone, diverse da noi e devono fare la loro strada. Spesso i figli hanno strade prestabilite dai loro genitori, che provano a realizzare tramite loro. Bisogna lasciare liberi di crescere i ragazzi e mettere da parte le paure».

Come si gestisce quella paura da genitore pensando al futuro di Alba, a quando sarà una donna?
«Quel genere di paura non passa perché la nostra società non è in grado di accogliere la diversità di Alba. Avrà sempre bisogno di essere accompagnata. E anche se io le fornissi una casa e sostentamento economico non basterebbe, perché si ritroverebbe comunque sola. Tutto quello che è stato creato a livello di associazioni in Italia e all’estero è frutto della buona volontà di genitori che si sono riuniti, non di una risposta propositiva da parte della società e di tutta la comunità».

Parlando di inclusione a livello scolastico, qual è la situazione?
«Parlando di scuole, si può dire che dipende da chi le gestisce. Ce ne sono alcune che puntano all’integrazione degli alunni e dei genitori e che capiscono che l’insegnante di supporto non è del singolo, ma della classe, che sanno cosa serve al disabile e che hanno insegnanti sensibili alla tematica. Non c’è un vero e proprio progetto istituzionalizzato. Alba ora è in una scuola eccezionale, con insegnanti che hanno mille attenzioni per lei e per tutti gli alunni. La mia paura, vivendo ora una situazione fantastica, è quando Alba inizierà le scuole elementari o le medie. Spero di ritrovare una situazione come questa».

L’inclusione implica in qualche modo lo smantellamento di vecchie gerarchie e la creazione di modi alternativi di essere l’uno con l’altro. Quanto è difficile far capire ai genitori che l’aiuto di uno psicologo può davvero servire ai figli e può migliorare la qualità della vita del bambino e della famiglia?
«Anche in questo caso, bisognerebbe rivedere la figura dello psicologo. Dovrebbe essere come il medico di base. Dovrebbe servire a tutti, senza pregiudizi. Lo psicologo ci aiuta a capirci e a capire l’altro. Andare dallo psicologo vuol dire risolvere quei problemi che tutti abbiamo. Abbiamo bisogno di conoscerci e conoscere l’altro. Mentre in Italia lo psicologo è ancora visto come il medico dei pazzi e purtroppo andarci richiede uno sforzo, quasi un atto di coraggio. Non dovrebbe essere così».

Come facciamo ad usare le parole giuste? Spesso, involontariamente, le usiamo impropriamente.
«Capita di sbagliare in buona fede, proprio perché siamo imperfetti. E riconoscerlo fa bene. Sviluppa la consapevolezza per poi non ripetersi. A volte poi siamo bombardati dai fattori esterni che distorcono i messaggi e ci tolgono la naturalezza».

Un buon modo per imparare a usare le parole è leggere un libro. Come il suo.
«”Vi stupiremo con difetti speciali” è un bell’esempio di come le parole siano importantissime. Parto dall’idea che nessuno è perfetto, non esiste la normalità e ognuno di noi è caratterizzato da un difetto, che ci rende speciali. L’ho scritto con altre due persone, Francesca Assirelli e Patrizia Rinaldi. Sono storie di bambini veri, un piccolo strumento utile a molti per parlare di disabilità ed educare ad essa».

Parlando dei suoi libri, non si può tralasciare “Nata per te”.
«È la storia del mio incontro con Alba. Ho sentito il bisogno di scriverlo perché sentivo troppe parole che descrivevano la situazione, usate in maniera sbagliata. C’era la mamma che aveva abbandonato la figlia, le coppie che l’avevano rifiutata, il single gay che ha fatto il gesto di carità. Io ho sempre difeso la mamma biologica di Alba, perché aveva il diritto di scegliere, perché non ne conosciamo la storia e perciò non possiamo giudicarla. Ha fatto un gesto regolamentato dalla legge e se vogliamo di grande umanità, avendola affidata ad un ospedale. Le coppie che non l’hanno voluta erano impreparate, spaventate e sicuramente hanno sofferto per il rifiuto. Dobbiamo smettere di cercare colpevoli e andare alla ricerca dei perché delle cose. Io non ho salvato Alba, ma ho sentito la vocazione della paternità».   

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