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La casa di Carta: Bella ciao!

Bella ciao, anzi addio: il 3 settembre inizia il saluto alla banda de “La casa di carta”, il cult spagnolo che Netflix ha trasformato in un fenomeno globale e sociale

Ven 27 Ago 2021 | di Giulia Imperiale | Attualità
Foto di 22

Due tipi incappucciati in una tuta rosso fuoco con una maschera di Dalì sparano soldi da una pistola: è solo una messa in scena, ma fa effetto. Quando Pedro Alonso si è ritrovato davanti questa scena sul red carpet del Festival della TV di Monte-Carlo è rimasto ammutolito: il suo Berlino ne “La casa di carta” avrebbe fatto una battuta al vetriolo o avrebbe liquidato l’omaggio con un gesto della mano, ma ne sarebbe stato compiaciuto.
Il tripudio
Sulla carta tre anni fa gli attori spagnoli del cast sapevano che quando la serie sarebbe approdata su Netflix avrebbe fatto stragi di cuori in 190 Paesi del mondo, ma mai fino a quel momento si erano trovati faccia a faccia con il pubblico, mentre intonava “Bella ciao”, la canzone-icona del Professore, la mente criminale dietro al colpo alla Zecca di Stato di Madrid.
No, la disfatta in patria e l’isolamento post-riprese non aveva preparato nessuno a quell’accoglienza in stile Beatles. Ed è risuccesso molte e molte volte, anche a Milano davanti alla Borsa, dove è stata eretta una statua gigante con le sembianze dei rapinatori. Stessa storia a Firenze, quando con Alvaro Morte (il Professore) sono state girate alcune scene: dalle immagini di backstage si vedevano migliaia di fan assiepati – era l’era pre-Covid – dietro le transenne in un religioso silenzio durante i ciak, che poi si trasformava in cori da stadio a fine riprese. È bastato il passaparola della piattaforma streaming per trasformare un gruppo di perfetti sconosciuti in celebrity internazionali. Basti pensare che Ursula Corberò (Tokyo) è lanciatissima sia a Hollywood che come brand ambassador di marchi di lusso, come Bulgari.

In tour
Tutti i protagonisti sono riveriti come idoli a qualsiasi latitudine: il serbo Darko Peric (Helsinki) ha bloccato il traffico del Principato allo scorso Festival della TV di Monte-Carlo, mentre il croato Luka Peros (Marsiglia) è tornato per due anni di fila in Costiera sorrentina per il Social World Film Festival, dopo l’accoglienza da star. È successo nell’edizione precedente alla basca Itziar Ituno: per le strade di Vico Equense la gente le urlava “Soy Lisboa” (“Sono Lisbona”, il suo personaggio). Succede ovunque e non si tratta solo di febbre da stardom. 

La rivoluzione politica
Gli ideali dei rapinatori de “La casa di carta” hanno innescato una rivoluzione politica e alimentato proteste contro i soprusi dei governi e le ingiustizie sociali. Dalle strade di Hong Kong a quelle dell’Iran – proprio come successo per “The Handmaid’s tale” – la gente è scesa in piazza indossando l’uniforme rossa della banda per reclamare i propri diritti, utilizzando la simbologia pop come “arma” pacifica. Il surrealista ispanico Salvador Dalì sulle maschere è emblema della lotta al capitalismo corrotto e incita alla resistenza, all’attivismo, come la canzone partigiana “Bella ciao” insegna (in Iran le parole sono state adattate in arabo per conformarsi alle esigenze geopolitiche locali). Ecco perché Pedro Alonso, anche lui pittore e artista, si rifiuta di cantarla come se fosse un jingle. Anche a Porto Rico il popolo ha chiesto cambiamenti, traendo forza proprio dagli antieroi della serie.

C’era una volta...
Il Professore riunisce un gruppo di spiantati con abilità criminali e attribuisce loro nomi di città per mantenere l’anonimato ed evitare promiscuità (precauzioni inutili, alla fine, ma sensate almeno in teoria). Progetta un piano degno di “Prison Break” per svaligiare la Zecca di Stato e regalare a ciascun componente della banda svariati milioni di euro. L’idea di far carriera e trasformarsi da ladruncoli da strapazzo in geni della truffa fa breccia negli animi di tutti, che vivono in una sorta d’isolamento collettivo per mettere a punto i dettagli. Il primo capitolo (su Netflix diviso in due) racconta proprio la realizzazione di questo piano, con successiva dispersione dei vari membri in giro per il mondo a godersi questa vagonata di soldi. Quando uno di loro (Rio) viene catturato, i protagonisti si riuniscono per salvarlo con un colpo ancora più spettacolare. Con la quinta stagione (in due parti e disponibile dal 3 settembre e dal 3 dicembre) si arriva all’epilogo di questa vicenda adrenalinica e incosciente.

La parola al cast
«In effetti sarebbe stato ingenuo da parte del Professore pensare ad esempio che Tokyo se ne stesse buona buona per anni su un’isola deserta», ha commentato Ursula Corberò. In effetti, la lotta al patriarcato si declina in tutti gli scenari del racconto: «Finalmente – aggiunge l’artista – le donne smettono di essere accessori maschili e hanno il loro potere e la loro vita, come succede nella realtà, anche se in TV si vede poco. Forse è anche per questo che la serie piace, racconta la verità».
«Probabilmente – dice Jaime Lorente, interprete di Denver – le mobilitazioni di piazza nascono da questo. Nessuno di noi se le immaginava, ma il processo d’identificazione ha superato ogni aspettativa e il simbolo della maschera di Dalì ha infiammato la rivoluzione».
Non che questo gruppo sia una manica di santi, sia chiaro, ma ricordano molto le ingiustizie del mondo: «La gente rincorre ancora il mito di Robin Hood – spiega Luka Peros – perché vede nei piani alti tante promesse che non si concretizzano e cerca salvezza negli eroi. Ne “La casa di carta”, infatti, i buoni sono cattivi».
«Non sono caricature di ladri – precisa però Ester Acebo, alias Stoccolma –, ma esseri umani con le loro fragilità, qualcuno in cui ci si riconosce e ci si identifica».
«All’inizio della storia – continua la Corberò – queste persone si mettono insieme per puro interesse economico, ma poi decidono di rischiare tutto per amore, quindi la loro impresa alza il tiro e diventa più profonda ed emotiva. I membri della banda all’inizio non hanno il minimo potere e invece riescono a mettere sotto scacco lo Stato. Quest’idea infiamma i cuori e fa passare il messaggio che l’azione porti al cambiamento».
«Penso seriamente – dice Miguel Herran, interprete di Rio – che ci sia un tempismo eccellente nella messa in onda della serie, a livello politico, sociale ed economica. Tutti si identificano con la multietnicità e la diversità dei personaggi, si vede una pluralità di voci e punti di vista davvero incredibile».

Sex symbol?
Inutile negare il fascino poco convenzionale degli interpreti, che in un attimo si sono trasformati in leggende. «Per me non è una questione di fisico – puntualizza la Corberò –, ma di atteggiamento. È vero che nella scena in cui esce dall’acqua con un coltello legato sulla gamba abbiamo voluto rendere omaggio a Ursula Andress, ma ancora una volta è un modo di parlare di donne forti e al comando. E se poi ti senti sexy dopo un tuffo in mare, ben venga, non sono certo io a giudicare». L’evoluzione dei personaggi non è mai lineare e può passare da una relazione proibita ad un menage familiare, come nel caso di Denver: «Quando conosciamo Stoccolma – aggiunge Ester Acebo – è una donna controllata, spaventata e remissiva, ma poi diventa libera e viene a patti con la sua integrità e con i propri desideri. È un ostaggio che s’innamora del carceriere, ma non per capriccio, infatti i due creano un legame e decidono di stare insieme, ma non vuol dire che sia sempre tutto rose e fiori. Come in ogni coppia, ci sono alti e bassi e questo rendono il rapporto interessante».

Empatia canaglia
Uno dei personaggi più sfacciati e poliedrici, comunque, resta Berlino, del tutto fuori da schemi e categorie: «Per me – confessa il suo interprete Pedro Alonso - il paradosso è che la gente empatizzi con lui. Se ti piace e te lo vorresti sposare hai qualche problema. Per fortuna poi i fan che m’incontrano nella realtà si accorgono che siamo diversi e mi tolgono dal piedistallo, anche se tutt’ora non capisco come si siano potuti distrarre a fotografare me agli Uffizi di Firenze quando avevano davanti alcuni dei capolavori più mozzafiato della storia dell’umanità!».                                             

 


Finale col botto

La casa di carta (“La casa de papel” in spagnolo, “Money heist” in inglese) ha spianato la strada alla serialità ispanica che finora era confinata al genere soap, almeno per quanto riguarda le storie d’esportazione. Che fosse poco tipica lo conferma il fatto che in patria avesse fatto fiasco e fosse stata chiuso dopo una stagione. Lo ha confermato al Festival della TV di Monte-Carlo il creatore Alex Pina, che ha rimpianto di aver “ucciso” un personaggio cruciale, Berlino, proprio in virtù della chiusura col botto della prima stagione. Quando Netflix ha operato uno dei suoi miracoli, il genio del crimine interpretato da Pedro Alonso è stato “risuscitato” con uno stratagemma, ossia attraverso una serie di flashback sulla genesi del secondo piano ideato dal Professore.  

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