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Ora si ricomincia e non si può sbagliare

Un progetto mai realizzato, un regista la cui carriera sembrava finita, un altro che cambia registro, un mondo quasi mai raccontato, il ritorno di una saga. Quante novità!

Ven 27 Ago 2021 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 5

Jodorowski’s Dune
Regia: Frank Pavich
Genere: Documentario
Voto: 4.5/5

“Se Alejandro avesse fatto il suo Dune, il concetto di blockbuster, che nasceva proprio in quegli anni, sarebbe profondamente cambiato. Invece è stato Guerre Stellari, quel parametro di paragone”. Così parlò Nicholas Winding Refn, amico di Alejandro Jodorowski, il regista di culto che con El Topo stupì molti e con La montagna sacra incantò tutti. Era il 1973 e tutto sembrava letteralmente possibile, persino vedere il cinema d’autore assaltato nelle sale dal grande pubblico e vedere uno dei registi più coraggiosi, talentuosi, indipendenti e visionari nella condizione di poter dettare legge. Jodorowski’s Dune – che esce in sala ora, ma che risale al 2013 – è il racconto atteso, divertente, spesso folle – ovvio, è il cineasta cileno a condurlo con aneddoti irresistibili e sfogliando un libro finora mitico – del film di fantascienza più bello mai fatto. Quello che sarebbe stato il più bello, ma che appunto mai è stato concluso. Un lavoro di due anni di preproduzione che coinvolse tutti i migliori (da Giger a Moebius, per intenderci, con quest’ultimo che fece uno storyboard che divenne un enorme tomo a testimonianza di cosa sarebbe stato il film) alle prese con un mito della fantascienza, Dune appunto. Hollywood alla fine si tirò indietro e questo progetto meraviglioso divenne solo un ricordo e un rimpianto per tutti i cinefili del mondo, come il Mastorna di Fellini, il Leningrado di Leone, il Don Chisciotte di Gilliam. Ma alla fine di questo documentario abbiamo la conferma che Alejandro Jodorowski sarebbe stato il migliore di tutti se solo gliel’avessero permesso.

 


Tre piani
Regia: Nanni Moretti 
Genere: Dramma
Voto: 4/5

Non avremmo mai pensato che Eshkol Nevo potesse essere fonte di ispirazione per Nanni Moretti con il suo “Tre piani” Ambientato a Tel Aviv sulle pagine scritte, quello stile essenziale e duro, per quanto sempre attento a sentimenti e sensibile al dolore claustrofobico di un condominio squassato letteralmente da una macchina che gli entra dentro, non sembrava un libro adattabile da chi ha sempre raccontato il mondo, la vita, le assurdità dell’uomo con una punta di sorriso. Un film così nero, insomma, dal regista di “Ecce Bombo” e “Habemus Papam” non ce lo aspettavamo. Un’opera più classica di altre del grande cineasta, più legata a ritmi e regole della narrazione moderna, più corale e capace di inchiodarti a ogni personaggio, in cui i maschi sono assenti, inetti, incapaci di vivere e amare e le donne amano troppo, soffrono di più, sono sole anche quando accanto a loro qualcuno c’è. Il tutto in un condominio che dalla capitale israeliana si trasferisce nella borghesissima Prati, a Roma, in uno scollamento di senso e geografico e di classe che cambia molto, ma mantenendo lo stesso spirito nello sguardo. Ti senti a disagio senza il Moretti capace di indagare il tuo animo non rinunciando a scuoterlo anche con una risata, ma come già successo con “La stanza del figlio”, si mostra un Maestro anche quando non fa sconti al nero delle nostre anime. Ma qui era ancora più difficile la sfida: allora raccontava un lutto insuperabile, qui dolori più normali. Eppure, proprio per questo e per il suo talento, ti trovi a soffrire con tutti i personaggi (e per sorridere pensi ai due minuti di teaser in cui il cast si prepara alla prima di Cannes cantando “Soldi” di Mahmood).

 


Free Guy
Regia: Shawn Levy
Genere: Avventura
Voto: 3.5/5

Se dovete dare vita a chi non ce l’ha, chiamate Shawn Levy. La saga di “Una notte al museo” è un divertissement lungo diverse ore in cui chi se n’è andato da secoli riprende vivacità e carisma, creando un nuovo irresistibile mondo. Ci prova di nuovo Levy a fare un miracolo del genere, in un contesto diametralmente opposto, quello del videogioco. “Free guy” è un incrocio tra “Tron” e soprattutto “The Truman Show” e ha la bellissima intuizione di dar vita a un Png, un personaggio non giocante, di un videogioco open source e di fargli provare dei sentimenti. Di amicizia, di amore, di libertà. Già perché il protagonista, in teoria destinato a ripetere costantemente movimenti, momenti, pensieri ed eventi, si ribella. E con quella faccia un po’ così che ha Ryan Reynolds, macho, ma allo stesso tempo fragile e goffo, comincia una commedia divertente e appassionante in cui gli schiavi digitali decidono di affrancarsi e un Braveheart può albergare anche nello sguardo disorientato di un antieroe, che per far la sua rivoluzione decide di andare contro le logiche del gioco – violente e prevaricanti –, decidendo di diventare un cittadino modello, di essere buono e non competitivo, sabotando così la natura del videogame. E il proprietario del software che vuole distruggere lui e il suo microcosmo, eliminandone i dati dai server, ci fa piombare dalle parti de “La storia infinita”. Il cult dell’estate 2021, senza dubbio. Non potrete non amare questo film.

 


The suicide squad: missione suicida
Regia: James Gunn
Genere: Avventura
Voto: 2.5/5

Happiness is a Warm Gunn. James Gunn passa il suo tempo fuori dal set a dire che i film di supereroi hanno gli anni contati come in passato successe a western e war movie. Il ciclo per lui è sempre lo stesso: prima propaganda ed eroi, poi gli antieroi e gli antisistema. E lui si è portato avanti con “I guardiani della Galassia” e ora mettendo il suo timbro su quella che può diventare la saga simbolo della nouvelle antivague dei superuomini, Suicide Squad. Ci arriva dopo vari successi lungo una dozzina d’anni e più, ma anche in seguito alle polemiche per dei suoi tweet degli inizi di carriera che quasi gli costavano il suo posto al sole a Hollywood. Ma alla fine ha vinto lui: i suoi attori lo hanno difeso, i suoi risultati (e quelli deludenti dei colleghi) hanno fatto il resto ed è tornato più forte di prima. Nel periodo di crisi dopo che Disney lo licenziò è stato proprio questo progetto a salvarlo e tenerlo a galla. Lui ha risposto presente, riuscendo a correggere tutti i difetti del primo capitolo di David Ayer, dando ancora più consistenza al personaggio di Margot Robbie, sopportando senza problemi il downgrade nel cast – meno famoso, ma decisamente più efficace e centrato – e spingendo sull’acceleratore degli elementi più disturbanti e rivoluzionari della narrazione, riuscendo peraltro a riavvicinarsi molto di più ai fumetti da cui è tratto. Vi piaccia o no James Gunn nel suo genere è il migliore. E con lui ci divertiremo ancora a lungo.

 


Agente 117 al servizio della Repubblica - Allarme rosso in Africa Nera
Regia: M. Night Shyamalan
Genere: thriller
Voto: 2.5/5

Dopo 15 anni di attesa, la scorpacciata di Agente 117 è stata entusiasmante in quest’estate italiana. E ora arriva l’ultimo capitolo della saga, il terzo, quello passato a Cannes 2021 con una regia nuova rispetto ai primi due capitoli (del 2006 e del 2009, qui arrivati nelle ultime settimane). Dopo Michel Hazanavicius, che si “porta via” anche Berenice Bejo, ecco Nicolas Bedos al timone e il solito Jean Dujardin nella parte dell’ottuso, esilarante, arrogante, maschilista, fortunato nella sua imperizia Hubert Bonisseur de la Bath. E alla fine funziona lo stesso anche se il trio da Oscar che era partito da questa parodia demenziale delle spy-story fino ad arrivare a The Artist, alla statuetta tanto ambita e a Hollywood, si è diviso per il grande ritorno. Siamo nel 1981, siamo nel programma di aiuto della Francia alle ex colonie centrafricane, siamo in Kenya e ci sono delle rivolte da sedare. Niente di meglio per l’Agente 117 che alle prese con un compagno rivale che è il giovane agente 1001, deve affrontare il conflitto generazionale oltre che quello del Continente Nero e la sua cronica incapacità a far fronte alle sfumature del suo lavoro, ma riuscendo sempre, come una sorta di Pantera Rosa razzista e stupidotta, a portare a casa la missione. 

 


I MAGNIFICI 6  (in sala)


Jodorowski’s Dune: il documentario sul cinema – ma più che sul è “dentro” – più bello mai visto. Su un film mai visto. Divertente, folle, ti lascia l’amore per un regista geniale e il rimpianto per il Dune andato in fumo.

Dune: Jodorowski non c’è riuscito, ma Dennis Villeneuve ce l’ha fatta, sconfiggendo pure il Covid. Il classico film svolta: se fa flop è uno schiaffo feroce a una carriera in grande ascesa. Ma di paura non sembra averne.

Tre piani: un Nanni Moretti che non ti aspetti e forse anche per questo da guardare con attenzione e trasporto. Non si ride mai, per una volta, siamo dalle parti oscure e dolorose de “La stanza del figlio”. 

The suicide squad – missione suicida: James Gunn è il migliore nel suo genere. Ha capito dove tira il vento e ha messo i supercattivi al posto dei buoni, dandogli carisma e simpatia. Pure qui, dopo un primo capitolo flop.

Free guy: Ryan Reynolds è unico al mondo: figo da paura e allo stesso tempo ironico quasi fino alla goffaggine, ha cucito su se stesso l’immagine di antieroe sgangherato e comico. Braveheart col sorriso.

Agente 117 – Al servizio della Repubblica Allarme rosso in Africa Nera: rispetto ai primi due capitoli del trio delle meraviglie è rimasto solo Jean Dujardin. Ma per portare a casa la pagnotta, basta e avanza.

Frammenti dal passato: Hugh Jackman e Rebecca Ferguson per un thriller estivo che ha tante buone intenzioni e poche buone intuizioni. Lo si capisce dal cast che recupera due divi più o meno in disarmo.

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