acquaesapone Bella Italia
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

La mia vita nelle viscere delll’Elba

Filippo Boreali e i suoi 30 anni come cavatore nelle miniere del ginevro

Ven 27 Ago 2021 | di Testo e foto di Donatella Penati Murč | Bella Italia
Foto di 17

“Il cavatore la miniera ce l’ha dentro. Potrebbe fare il cuoco, il giardiniere, qualunque altra cosa, ma un cavatore non sa fare altro. Sa stare in miniera e cava… Chi se lo prende?”. Così dice Filippo Boreali, classe 1940 e 30 anni di vita “sotto”, nelle viscere dure di un’isola magica come l’Elba. Conosciuta sin dall’antichità per i giacimenti di ferro, il “minerale celeste” per gli egizi e “sideros” per i greci, veniva chiamata dagli etruschi l’isola dei mille fuochi. La storia da qui è passata, neanche troppo silenziosamente, ed ha lasciato tracce nella letteratura (Virgilio, Plinio), nel potere (Repubbliche Marinare, Napoleone) ed ha segnato anche il passo per una visione moderna della siderurgia. Qui l’industria pesante organizza l’estrazione del ferro elbano. Magnetite, pirite, costituiranno la base dell’acciaio. Uno degli acciai migliori al mondo. E qui, col passare degli anni e la fatica ed i sacrifici di tanti cavatori, si realizzeranno dagli Anni ‘60 anche conquiste sindacali e riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Perché sotto quest’isola così bella scavare era “lavoro duro e pericoloso, sacrifici e paghe misere”. Chiedo a Filippo se non gli costava chiudersi al buio, quota 50, dopo essersi riempito gli occhi del mondo che lasciava in superficie. Mi guarda sorridendo e risponde che «il pane lo dovevi portare a casa e per suo padre, anche lui cavatore, era peggio. Chilometri di sentieri stretti e pericolosi fatti di notte per arrivare alla mina e poi sotto al buio fino a tardi… usciva e tutta quella luce non l’aveva vista mai!». 

Forse questi luoghi incantati, spruzzati di mille colori dalla natura, sono un privilegio per pochi.

«Il cavatore lavorava col cottimo e, per tenere il ritmo, trascurava fatica e sicurezza. Il mio primo impatto con la miniera vera fu questo». Cavava e rischiava la pelle. «Il momento più pericoloso era quando dovevi posizionare le mine ed innescarle una per una. Dovevi dare la fiamma e poi correre veloce, via. Sperando tutto andasse per il verso giusto: le micce accese, la parete in piedi e tu… ultimo anello della catena a farti il segno della croce». E nelle gallerie del Ginevro, quelle più grandi e con la maggiore produzione di magnetite d’Europa, fino a 54 metri sotto il mare, molti devono essersi affidati a Dio o forse lo hanno nominato invano. Infatti, nonostante negli Anni ’70 fosse considerata una delle miniere europee più moderne per la “coltivazione” della magnetite (minerale ricco di ferro), arrivarci a questo punto non fu indolore. Scoperta la vena ai primi del ‘900, negli Anni ’30 si inizia a sfruttarla: gallerie scavate tutte a mano in pendenza e con i piedi nell’acqua fangosa e non quella del mare così blu di Capoliveri. E quelle mine maledette che brillavano a fatica… Ricorda, Filippo, i giorni delle conquiste. La scuola “in sotterranea” per i minatori, la dotazione di maggiori protezioni e sicurezza, lo sviluppo tecnico. E poi la sala dove mangiavano, scavata nella roccia a quota 6, tinta di bianco. «Ti sembrava di essere fuori, alla luce del giorno, quando dal buio dei 50 sotto. E nonostante siano passati tanti anni, la fame mi viene sempre alle 11. La fame della miniera». Sorride e guarda lontano. Verso la miniera e ciò che ne resta. è difficile immaginare che tanto di quello che oggi si vede in quest’isola nasce anche dalle fatiche e dai sacrifici di questa gente. Se vai giù alla mina, oggi parco minerario di altissimo valore didattico, ti rendi conto di cosa sia stato il lavoro nei secoli passati e di come le conquiste lo abbiano potuto migliorare ed in alcuni casi far scomparire. Ecco gli enormi manufatti arrugginiti e pericolanti, stridono al vento, sembrano lanciare un richiamo affinchè l’operosità umana ritorni. La vecchia Miniera del Ginevro sembra un grande animale che non vuol morire. Una leggendaria sirena che ancora chiama con i suoi cigolii, alimentati dal vento, il carico di uomini che l’ha fatta vivere. Troppo presto è stata chiusa e nella sua pancia ha ancora moltissimo di quel tesoro per cui tanta gente ha vissuto ed è morta. L’industria dell’acciaio cerca mercati più concorrenziali e l’industria del turismo trova nuovi sbocchi sull’isola più “dura” dell’arcipelago toscano. E un cavatore chi lo prende? Ha ragione Filippo. Il minatore ha la roccia nel sangue e la sua sicurezza è la roccia. Lui che la miniera ce l’ha anche sul biglietto da visita. «E pensa - dice - che quando muore, non vuole che si scriva sulla tomba che fu cavatore». Forse, penso ingenuamente, perchè se ne torna a casa, sottoterra tra le rocce.                      

Condividi su:
Galleria Immagini